La più grande occasione sprecata degli ultimi venticinque anni: Batman V Superman – Dawn Of Justice

“Tell Me Do You Bleed?”

Sto scrivendo questo pezzo tenendo accanto al pc la mia copia di The Dark Knight Returns, la graphic novel che Frank Miller scrisse e disegnò personalmente nel 1987 immaginando praticamente per primo uno scontro tra Superman e Batman che fosse concreto, definito, giustificato e soprattutto inserito in un contesto che avesse al suo centro un realismo (grottesco quanto volete, ma tant’è) che facesse allontanare il più possibile i personaggi in gioco da quel mondo del fumetto fatto di onomatopee, frasi fatte, pose plastiche e superficialità narrativa. Rileggo qualche battuta, mi soffermo sullo splendido Bruce Wayne settantenne che nella storia di Miller sceglie di tornare in gioco, di riprendere in mano il costume appeso al chiodo dopo la morte violenta di Jason Todd per fermare Joker anche a costo di combattere un Superman assoldato dal governo americano per toglierlo di mezzo, penso a tutto ciò che il progetto di Snyder sarebbe potuto essere e non è stato e subito dopo sento il bisogno di sfogarmi, perciò, tanto vale iniziare.
Leggo fumetti da almeno tredici anni. Non sono assolutamente un lettore compulsivo, anzi, tuttavia, diciamo che desidero tenermi aggiornato. Ho i miei autori preferiti (e Miller è uno di essi), ho i miei personaggi preferiti, ho i miei universi narrativi di riferimento, alla fine di ogni anno amo recuperare le storie migliori uscite nei dodici mesi precedenti e, forse proprio per questo, per essere un lettore di fumetti moderato, da parte mia non sentirete mai criticare un cinecomic perché…boh… “Ant Man nel fumetto ha la tuta arancione mentre nel film è chiaramente di una sfumatura tendente al giallo acceso” (sto inventando, ma serve a rendere l’idea). Penso che ogni trasposizione debba prendere il meglio del fumetto da cui è tratta, avendo anche il coraggio di innovare, di inventare, di andare per la sua strada quando è il momento giusto di farlo, senza mai gettare alle ortiche la base di partenza. E’ solo una mia opinione (che poi tornerà in ballo tra un po’, anche per Batman V Superman) e tuttavia, tutto questo serve per dire che mi sono sforzato di assistere al racconto proposto su schermo da Goyer e Terrio con il massimo dell’obiettività possibile, pronto a giudicare prima di tutto un film in quanto tale e poi, solo poi, spostando la mia attenzione su come gli elementi di base del fumetto originale siano stati implementati nel progetto di Snyder. Ecco, a giudicare da come sono andate le cose, tanto valeva essere più superficiali, mi sarei risparmiato parecchia sofferenza.
Procedendo per un attimo su una base schematica, è abbastanza chiaro che, con una buona gestione degli elementi a sua disposizione, Zack Snyder avrebbe potuto accontentare praticamente ogni fascia di pubblico che tendenzialmente paga il biglietto per un cinecomic: lo spettatore più superficiale, che semplicemente vuole vedere su schermo un trionfo effimero di regia ed effetti speciali e che si galvanizza solo alla vista di gigantesche esplosioni, di panoramiche da migliaia di dollari, di piani sequenza da decine e decine di minuti; lo spettatore “lettore” potremmo dire, quello che, conscio di vivere in un’epoca di grandi narrazioni filmiche e televisive è curioso di vedere come varie storie si intreccino tra di loro riuscendo a mantenere intatta una sorta di coerenza di fondo che dà sostanza a tutto (in questo caso il nostro uomo desidera assistere alla nascita del DC Cinematic Universe, sperando di trovarsi di fronte ad un progetto per certi versi simile alla perfezione del Marvel Cinematic Universe, in cui cinema e tv sembrano gestire linee narrative complesse con una semplicità ed un istinto ai limiti del disarmante); infine, lo spettatore nerd, quello che passa tutte le due ore e più del film a notare ogni singolo riferimento al fumetto originale ed al mondo cartaceo da cui il film è tratto, eccitandosi come una scolaretta ogni volta che scopre quell’Easter Egg, quella citazione, tratta da quella storia uscita nel ’76 in tre copie che hanno letto lui, l’autore e l’editor di turno. Ecco, detto questo, è tremendo notare come Zack Snyder abbia creato un prodotto qualitativamente così povero da scontentare (e sia chiaro che ci sono andato particolarmente leggero) ogni singola “categoria” di pubblico in sala.

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Christopher Nolan. Nel Ripostiglio. Con una fune.

Andiamo con ordine. L’atteggiamento in cabina di regia è quantomeno astuto. Si parte bene, con uno stile stranamente sobrio e con, tra l’altro degli splendidi titoli di testa (qualcuno ha chiaramente ritrovato gli appunti di quando girò Watchmen), anzi, man mano che i minuti passano la situazione, nei limiti del possibile, arriva addirittura a migliorare. Sia chiaro, non si assiste a nulla di miracoloso o di tecnicamente magistrale, tuttavia, ci troviamo di fronte ad una messa in scena degli elementi in gioco che privilegia una certa “leggibilità” di fondo. Insomma, detta con più semplicità, si riesce a capire facilmente cosa sta accadendo in scena, come Snyder ha pensato di gestire l’azione, come sono stati organizzati i movimenti di macchina e via dicendo, e tutto ciò non è da sottovalutare quando si sta parlando di un regista che ha fatto del caos (a suo dire) controllato in scena, una costante ai limiti della firma autoriale. Poi però si arriva alla fine della prima parte e tutto sembra andare in mille pezzi (anche in maniera relativamente violenta e crudelmente coreografica). Man mano che la trama si approfondisce, man mano che la pura narrazione lascia spazio agli scontri fisici, Snyder torna sui suoi passi e dimostra di non aver imparato nulla dagli errori del passato (qualcuno ha detto Man Of Steel?). Praticamente in tutta l’ora e mezza finale del film (la più fisica, quella che parte con la scazzottata tra Superman e Batman e finisce con lo scontro del primo nucleo della Justice League con Doomsday) è, a tratti, organizzata attorno al puro caos registico. Snyder, forse con il chiaro intento di voler portare all’attenzione dello spettatore praticamente qualsiasi cosa accade sullo schermo (del tipo: “guarda, figliolo, guarda cosa sta accadendo lì, guarda che scatto di Wonder Woman, guarda che coreografico volo di Superman, osserva attentamente con quanto dinamismo ho deciso di seguirlo. Guarda che panoramica, ah…attento…occhio anche al rampino sparato da Batman, lo vedi? LO VEDI????) finisce per riempire la scena di particolari, di input visivi, di “azione”, di dinamismo nel vero senso del termine che, al netto dei fatti, finisce per ottenere l’effetto opposto. Sfido chiunque, giunto al decimo minuto di combattimento così girato, a non desiderare di abbandonare la sala. Questo strano masochismo di Snyder raggiunge il suo apice proprio durante il confronto della Justice League con Doomsday, che non solo è girato in maniera indegna ma è anche fotografato da colui che sembra essere uno studentello di belle arti alle prime armi, che non riesce ad equilibrare a dovere i toni scuri della notte in cui si svolge lo scontro e i toni chiari, quasi abbaglianti, delle scariche di Doomsday, finendo per fare a pezzi l’atmosfera di un combattimento che qualcuno stava attendendo da qualcosa come trent’anni. A fronte di ciò, l’unica spiegazione a tutto questo è che Christopher Nolan, produttore del film, è l’autore della regia della prima parte e Zack Snyder (dopo essersi liberato dalle funi che lo tenevano legato nello sgabuzzino in cui era stato rinchiuso ad inizio produzione) ha deciso di prendere il comando della seconda ed ultima parte della pellicola.

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La Golden Age Delle Telenovelas Finalmente Al Cinema!

Probabilmente però, la vera bottega degli orrori del film è il tessuto narrativo. Per David Goyer e Chris Terrio gli anni ’80, gli anni delle telenovelas e dell’ingenuità ai limiti dello straniamento che governa ogni storia cinematografica o televisiva non sembrano essere passati, per loro è ancora il 1986 e quello che stanno scrivendo non è Batman V Superman ma una nuova puntata di Bandolera che andrà in onda su Canale 5 alle 19 e 30. Ogni singolo personaggio si muove in scena ed agisce all’interno della storia spinto da motivazioni poco chiare o quantomeno poco approfondite, ma soprattutto, tutti gli elementi in gioco sono caratterizzati in maniera talmente superficiale (si direbbe “tagliati con il coltello”) da rasentare la macchietta: Superman e Lois si esprimono per aforismi e frasi fatte da innamorati adolescenti, Batman lascia spesso parlare i pugni e le ossa spezzate (e se si pensa che il Bruce Wayne Nolaniano era convincente, terribilmente umano, anche solo nei suoi abiti borghesi, senza costume, si capisce quanto in basso si è caduti rispetto a pochi anni fa), Lex Luthor è una strana creatura a metà tra uno che ha fatto i miliardi a quindici anni con una start up nella Silicon Valley ed una bizzarra caricatura, ai limiti dell’eresia, del Joker di Ledger. La superficialità della sceneggiatura comincia a fare danni nei momenti che potremmo definire “strutturali” del film, quelli che rendono la pellicola non più un’opera singola ma un tassello di un franchise in costruzione: i riferimenti e le citazioni ai futuri componenti della Justice League sono letteralmente lanciati senza un criterio verso lo spettatore (quasi a voler suscitare più lo stupore della scoperta che l’interesse per gli sviluppi futuri), e gli input che andranno a puntellare le storyline future del DC Cinematic Universe subiscono lo stesso trattamento (scrivo questo pezzo dopo aver capito solo da qualche ora il senso di uno scambio di battute tra un personaggio chiave della squadra di eroi e Bruce Wayne…ed il film l’ho visto tre giorni fa…). Discorso a parte (brevissimo) va fatto per degli errori di continuità e logica che a volte irrompono nella narrazione, con un Superman che riesce a sentire praticamente qualsiasi cosa gli accada attorno ma che non si accorge di un pericolo vicinissimo ed una Lois che, a quanto pare onnisciente, sul finale sa esattamente cosa fare, sa esattamente dove andare per recuperare un oggetto utile al suo Clark, peccato che Clark stesso non ne abbia mai fatto menzione in nessun dialogo precedente. Insomma, riprendendo un discorso di qualche riga fa, in un contesto culturale in cui la Marvel punta tutto o quasi sulla coerenza e bellezza di orizzonti narrativi multimediali che si intrecciano con risultati stupefacenti, alla DC hanno deciso di privilegiare il superficiale piacere visivo, stimolato da dinamismo ed effetti speciali. Sembra quasi che abbiano deciso di tirare i remi in barca ancor prima di partire.

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L’adattamento che non è un adattamento

Ho lasciato per ultimo la mia personale opinione di lettore di fumetti sul film, nel tentativo di rispecchiare anche un’eventuale impatto che il film potrà avere sulla terza categoria di pubblico a cui poco fa accennavo. Come detto, film e fumetto sono media diversi che devono essere approcciati in maniera diversa, il problema dunque non è, riprendendo lo spunto di poco fa, un adattamento che tenta la strada dell’innovazione tenendo comunque ben presenti le basi da cui è partito, quanto piuttosto un cinecomic che tradisce l’anima del comic da cui è tratto…adesso indovinate un po’ come si è rapportato Snyder al fumetto di Miller?
Prima di tutto, non fatevi ingannare: Snyder ed i suoi, fin dai primi momenti hanno venduto il loro film come un adattamento della graphic novel di Miller, che avrebbe variato solo nei punti in cui si sarebbero dovuti innestare quegli input che sarebbero andati a formare l’universo narrativo cinematografico DC ma che, nella sostanza, avrebbe reso ossequio a quello splendido pezzo di letteratura fumettistica che è The Dark Knight Returns. La notizia era talmente comprovata che su Reddit moltissimi utenti hanno animato centinaia di thread in cui si passava al microscopio ogni singolo elemento legato al film per collegarlo al fumetto. E dunque ecco che nel trailer spunta il simbolo dei Mutants (la gang contro cui si scontra Batman nella storia di Miller) ecco che tutti si convinsero che Jena Malone era stata ingaggiata per interpretare Caroline Kelly (la Robin del fumetto). In realtà basta poco per comprendere come la scrittura di Miller aleggi sul film di Snyder un po’ come un’ingombrante presenza di cui liberarsi alla svelta. Ci sono alcune sue idee, come l’armatura di Batman già vista nel trailer, lo sviluppo delle due scazzottate che coinvolgono Bruce e Clarke e qualche battuta (poche) tratte o rimaneggiate dal fumetto, ma ciò che contava davvero, la vera anima, la metafora, il senso profondo della graphic novel è letteralmente latitante. Nel fumetto Bruce Wayne è un settantenne stanco, fuori forma, disilluso e amareggiato per la piega che hanno preso gli eventi, preda tra l’altro di sensi di colpa nati in seguito ad una vita da vigilante che a quanto pare ha prodotto più morte che salvezza. In rapporto a questa caratterizzazione, il problema principale del Batman di Affleck non è tanto che egli sia un aitante cinquantenne, quanto che in lui non alberga (semplicemente perché non può albergare) l’amarezza del vecchio combattente che ha visto troppe volte la morte negli occhi delle persone a cui voleva bene e che per questo ha deciso di ritirarsi dalla vita di vigilante, stanco di essere tormentato da troppi demoni e fantasmi, convinto di essere la vera maledizione di Gotham e per questo incapace di fare pace con sé stesso, condannato a rimanere solo, cadavere ambulante in una casa popolata da morti. Tra l’altro, a questo proposito, non è strano notare come il Cavaliere Oscuro di Snyder in realtà non si è mai ritirato dall’azione ma ha semplicemente cambiato improvvisamente il suo modus operandi dopo vent’anni di onorato servizio e dunque dov’è la novità? Dov’è la (tanto attesa) differenza tra il Bruce Wayne di Affleck e quello di Christian Bale? In fondo da nessuna parte, perché forse è più semplice portare su schermo qualcosa che il pubblico superficiale conosce (un Bruce Wayne aitante sebbene brizzolato) piuttosto che un anziano guerriero in preda a terribili allucinazioni. Semplicità e presa rapida e coinvolgente sul pubblico vince su profondità psicologica, narrativa e tematica, sempre, anche se questo significa compiere scelte insensate, come coinvolgere Bruce Wayne in trip allucinatori ed onirici (di per sé ben fatti) che però poco significano in rapporto ad un uomo che non può essere vissuto abbastanza per sviluppare quel trascorso tragico fondato sulla colpa a cui queste sequenze sembrano fare riferimento.

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Ci troviamo di fronte alla più grande occasione sprecata degli ultimi venticinque anni, che è anche uno dei peggiori cinecomic mai concepiti da mente umana (abbastanza da soffiare ad Iron Man 3 il primo posto in questa disonorevole classifica). Batman V Superman si becca un’insufficienza che il me stesso dodicenne non si sarebbe mai aspettato di dover dare, un’insufficienza che è solo mitigata da particolari non strettamente dipendenti dall’operato di Snyder e dei suoi: un plauso ad Hans Zimmer ed al suo allievo Junkie XL, che hanno saputo regalarci una colonna sonora splendida; una birra ed una pacca di conforto e congratulazioni sulla schiena a Ben Affleck, che dopo anni di sfottò e prese in giro, da qualche anno sembra aver intrapreso la strada giusta ed ha saputo portare sullo schermo un Bruce Wayne che (al di là delle riserve di cui sopra) è comunque convincente ed ha saputo incarnare un Batman straordinariamente fisico e grintoso; un abbraccio e tanti tanti applausi di vero cuore a Jeremy Irons, un Alfred Pennyworth che non mi ha fatto rimpiangere in nessun istante il “mio” Alfred, Michael Caine.

Batman V Superman è il pessimo ingresso della DC nell’industria dell’intrattenimento espanso, un ingresso che forse Kevin Feige, alla Marvel, sta guardando con un sorriso tra il furbastro e la compassione. In fondo un po’ dispiace. Dispiace aver buttato due ore e mezza in questo modo ma soprattutto, dispiace che certi film finiscono in mano a creativi dalle dubbie capacità quando il mondo è pieno di giovani intraprendenti, ben più talentuosi di loro che magari da anni tengono il loro adattamento da fumetto, il loro Batman V Superman nel cassetto, in attesa di un’occasione che forse non arriverà mai.

Alessio Baronci
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