ROOM.

Il mondo non esiste, solo tu e io siamo reali.

In ogni annata cinematografica che si rispetti capita di avere a che fare con titoli indipendenti di un certo livello, film realizzati lontano dalle regole delle Major e portatori di un’ideale produttivo e di uno sguardo d’autore (si spera) sempre fresco, fuori dalle regole, per raccontare storie (solo) apparentemente piccole. Room di Lenny Abrahamson, tratto dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue (tradotto in Italia col titolo Stanza, Letto, Armadio, Specchio), che ne ha curato anche la sceneggiatura, è divenuto in breve tempo “la rivelazione indie dell’anno”, l’outsider che piace a certa critica ma che, sforzandoci di costruire un’analisi esaustiva, si dimostra ben più nei ranghi di quanto non voglia far credere.

Partiamo dalla trama: Jack è un bambino di cinque anni che vive con sua madre Joy (che chiama amorevolmente Ma’) all’interno di una stanza di pochi metri quadri sin da quando è nato. Non è mai uscito, non conosce il mondo reale perché non lo ha mai visto. Parla alla stanza e agli oggetti come fossero amici immaginari con cui interagire e crede che il mondo di fuori esista solo nelle immagini di un piccolo schermo tv e da un lucernario posto sulla sua testa. Dentro quelle quattro pareti, rese confortevoli dai giochi e dalle divertenti attività di Ma’, Jack è cresciuto felice, sentendosi sempre al protetto con la sua fantasia e la sua innocenza. Di tanto in tanto, però, entra nella  stanza Old Nick, l’uomo misterioso che porta loro da mangiare e qualche bene di prima necessità, che ha imposto delle regole e che ogni notte si sistema nel letto per dormire con Ma’. Quando lui arriva, Jack deve stare nascosto e addormentarsi dentro Armadio, come se la madre volesse tenerlo lontano dalla sua vista e al sicuro.

Arriva il giorno in cui Ma’ capisce che non può più nascondere a Jack la verità. Il bambino deve sapere come stanno davvero le cose, che là fuori il mondo esiste e che la stanza in realtà è un capanno in cui la mamma è stata rinchiusa sette anni fa, dopo essere stata rapita e violentata proprio Old Nick, e che l’aiuto di Jack è fondamentale ora più che mai, perché solo uniti potranno escogitare un piano per scappare e finalmente essere liberi.

In una delle opere più famose del filosofo Platone, più precisamente il settimo libro de La Repubblica. Si tratta di un dialogo in cui si introduce l’allegoria della caverna. Le persone sono imprigionate all’interno e sono legate in modo tale da  poter guardare solo davanti a sé senza girarsi. Tutto ciò che vedono, che conoscono, che credono esista è in quell’oscurità ma non è altro che l’ombra riflessa sul muro di oggetti illuminati dal fuoco; una luce che però mostra solo una parte dell’interno. Il dialogo continua spiegando che se un prigioniero venisse trascinato fuori l’esperienza della luce sarebbe motivo di sofferenza perché egli ha conosciuto solo le ombre e no gli oggetti che ora vede là fuori. Insomma, una volta libero dubita di ciò che guarda.

– «Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»

– «E di molto!», esclamò.

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Durante la visione di Room è difficile pensare che l’autrice non si stata influenzata dall’allegoria della caverna nell’immaginare la storia di questo piccolo protagonista nato e cresciuto senza alcun contatto con il mondo reale e anche per questo il libro aveva un fascino che il film tenta di replicare.

Tutta la tesissima sequenza della fuga sembra essere proprio l’applicazione di ciò che viene rievocato nel dialogo di Platone, quando gli uomini riescono a raggiungere l’uscita. Jack deve fingersi morto per convincere Old Nick a portarlo fuori e seppellirlo da qualche parte, così, infilato dentro un tappeto e imparate le istruzioni di Ma’ dovrà saltare giù dal furgone e cercare aiuto. La sequenza si svolge così:

  •  l’uomo carica il tappeto sul furgone, accende il motore e imbocca la strada a sinistra.
  • Jack mette in pratica il piano, come se la madre gli stesse parlando sente la sua voce nella testa che gli dice :“Jump, Run, Somebody” (Salta. Corri. Qualcuno.). Da dentro il tappeto vede solo una luce sfuocata, inizia a girarsi, a rotolare e una volta libero, apre gli occhi e sconvolto vede il cielo per la prima volta ( non più limitato ad un rettangolo sul tetto, o filtrato da un vetro).
  • Dopo questo shock visivo, il bambino si alza, si sporge, si guarda attorno, Lo sguardo è più nitido: vede l’asfalto muoversi a lato del furgone, fili sottili che dividono il cielo (cavi del telefono), alberi, Old Nick di spalle mentre guida. Ad un certo punto l’uomo prende una curva, Jack perde l’equilibrio e viene visto.
  • Il furgone si ferma; il bambino salta, cade sul prato e tenta di alzarsi, ma non riesce a stare in piedi, azzarda una corsa, cade di nuovo finché non urta qualcosa: un passante con un cane. L’immagine dell’uomo è di nuovo sfuocata, ripresa di striscio, il montaggio è veloce. Old Nick lo prende ma quando il passante minaccia di chiamare la polizia, abbandona Jack sul prato e scappa via.

Jack è l’essere umano che sta scoprendo la luce: non riesce a mettere a fuoco ciò che vede, non sa come stare in piedi e non sa definire ciò che vede. Come un piccolo alieno sembra soffrire la forza di gravità terrestre, non può essere esposto ai batteri (che nella stanza erano assenti) e vede i personaggi del “mondo fuori” come esseri a cui non appartiene e con cui ha difficoltà a dialogare e farsi capire, come è evidente quando la polizia cerca di carpire informazioni sul luogo in cui la madre è imprigionata. Adesso non ci saranno più gli oggetti inanimati con cui parlare e la stanza a cui si era affezionato, ma solo l’ignoto.

Una volta trovati e tratti in salvo, inizia l’ultimo atto di Room, dove Jack impara a conoscere il mondo fuori, tutto ciò che non ha mai visto, ciò che sua madre Joy ha perso e in cui la stessa non riesce facilmente a reinserirsi. Se nel film precedente di Abrahmson, Frank, il protagonista era una rockstar che preferiva nascondere il volto dietro un’enorme testa di cartone per creare una distanza rassicurante tra sé e il mondo, per la ragazza non ci sono maschere, appigli a cui aggrapparsi, solo il ricordo della terribile esperienza e il senso di colpa. Come un personaggio pirandelliano, Joy torna in un mondo che è andato avanti senza di lei: i genitori hanno divorziato, la casa è diventato un luogo straniante e nella sua testa vive ancora l’incubo della prigionia. Per lei inizia un nuovo calvario. Si ritrova senza difese, incapace di superare il trauma ora che deve affrontarlo e ciò la porta drammaticamente a tentare il suicidio. Joy ha cercato di proteggere il suo bambino dalla violenza di cui è stata vittima e ora sta mollando, sente che non ha più forza, finché Jack non gliela restituisce tagliandosi i capelli. Questo gesto d’amore le da la spinta per guarire.

Quando decidono di tornare sul luogo dove erano prigionieri, Jack dirà una frase che aprirà gli occhi a Joy e potrà anche lei uscire davvero dalla caverna:

It can’t really be the Room, if Door is open.

“Non può essere Stanza, se Porta è aperta”. Dopo questa essenziale presa di coscienza, Joy può davvero essere libera, superare l’ultimo ostacolo e lasciarsi alle spalle l’incubo e iniziare un nuovo viaggio, un nuova vita. La Stanza era tale solo finché esistevano le pareti, la porta chiusa e la minaccia di Old Nick. Ora non è più niente. Ora il velo di Maya è stato alzato, i due prigionieri sono usciti dalla caverna e ne hanno preso coscienza. Madre e figlio possono vedere il Sole senza sentire male agli occhi, possono finalmente vedere la realtà e stare nel mondo con i suoi spazi infiniti da percorrere, con le tante cose da provare e nuove storie da vivere insieme, mano nella mano.

Room si lascia sicuramente apprezzare, ma d’altronde era difficile sbagliare con un bellissimo romanzo alla base e le eccellenti performance di Brie Larson, nel ruolo della ragazza madre, e del giovanissimo e talentuoso Jacob Tremblay nei panni di Jack. La credibilità e la forza del rapporto tra Joy e suo figlio, funzionano soprattutto grazie alla loro bravura. La Larson, nota per diverse partecipazioni in piccoli film a basso budget, si propone nella sua prova più matura e intensa, capace dire molto anche solo con il suo viso mentre Tremblay è un vero enfant prodige per l’incredibile naturalezza con cui si muove, senza apparire mai impostato. entrambi sono efficaci senza trucco, dimessi e inseriti nell’aria malsana dello stanza. Da non sottovalutare poi la professionalità di due grandi interpreti come Joan Allen e William H. Macy capaci di brillare anche in due ruoli secondari, ma assai complessi. Ciò che funziona davvero è soprattuto la storia, il modo in cui si utilizza Joy utlizza la fabula come mezzo di trasfigurazione/disvelamento per farsi capire da Jack (pensiamo alla metafore di Alice per spiegare al bambino come è avvenuto il rapimento; per la fuga si ispirano a quella di Edmond Dantes ne Il conte di Montecristo; la forza nei capelli lunghi richiama il mito di Sansone, e così via), come viene raccontato il loro rapporto, o come vengono gestite le informazioni e viene svelato il focus principale. Il merito del buon adattamento ad opera di Emma Donoghue che propone uno script solidissimo e preciso nella costruzione dal punto di vista del bambino.

Il vero tallone d’Achille è nella regia di Lenny Abrahamson. Non che sia scarsa, tutt’altro. Alcune sequenze possiedono una discreta dose di tensione e di ansia, mantiene viva la curiosità e ci fa appassionare soprattutto lungo i primi due atti, ma non sa bene come muoversi nelle scene successive alla liberazione di Joy e Jack. In effetti non si avverte una differenza tra l’ambiente domestico e la stanza e lascia appena in superficie alcune situazioni, come lo stress traumatico di Joy o l’approccio di Jack nel relazionarsi con il mondo. Non proviamo il senso di meraviglia e di stupore di questo bambino che guarda le cose con purezza e poi scopre le cose per la prima volta, nonostante l’uso di qualche soggettiva e di riprese sghembe con la macchina a mano. Il regista si pone mai alla sua altezza, non si affida alla sua prospettiva ma solo alla voce narrante e non è in grado di destrutturare la realtà attraverso i suoi occhi (insomma non aspettatevi un film alla Terry Gilliam). Anche il disagio e la claustrofobia vissuti dentro la stanza si sentono a intermittenza, tutto scivola via senza disturbare troppo, restando sempre a debita distanza, senza cadute di stile ma assai lineare e pulito.

Room si dimostra così un film emozionante ma estremamente didascalico, di maniera, buono per intrattenere ma troppo preoccupato a farsi piacere e a toccare le corde più facili senza lasciare adeguato spazio al racconto. Per fortuna c’è la solidità e la costruzione dello script, oltre che due protagonisti davvero straordinari, motivi sufficienti per concedergli una visione ma con le dovute accortezze.

Uscirà nelle nostre sale il 3 marzo forte delle sue quattro nomination all’Oscar, tutte in categorie principali (film, regia, sceneggiatura non originale e attrice protagonista).

Laura Sciarretta

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