ROOM.

Il mondo non esiste, solo tu e io siamo reali.

In ogni annata cinematografica che si rispetti tra i grandi titoli della stagione capita sempre più spesso di notare film indipendenti, realizzati lontano dalle regole delle Major o comunque portatori di un’ideale realizzativo e produttivo fresco, capaci di attirare l’attenzione e grazie al passa parola a entrare nelle grazie dell’Academy. Quest’anno il titolo“rivelazione”si chiama Room diretto da Lenny Abrahmson e tratto dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue, (tradotto in Italia col titolo Stanza, Letto, Armadio, Specchio) qui anche sceneggiatrice. Jack ha cinque anni e vive con Ma’( sua madre Joy) all’interno di una stanza di pochi metri quadri sin da quando è nato. Quell’interno per il bambino rappresenta tutto il mondo ma la realtà è molto più terribile di quello che crede e il giorno del suo quinto compleanno arriva il momento di affrontarla.

Room usa l’idea di partenza (un rapimento, si ritiene che la storia sia liberamente ispirata al caso Fritzl) come espediente narrativo per raccontare la vita di madre e figlio all’interno di uno spazio-prigione che però stempera i dettami del thriller per muoversi a metà tra la favola e il dramma. Per la mente di Jack la Stanza è uno spazio a sé stante, un ambiente piccolo ma accogliente condiviso solo con Ma’. Di tanto in tanto arriva un uomo misterioso, Old Nick che porta loro dei viveri, ma è escluso da questo sorta universo magico. Il piccolo parla agli oggetti come fossero compagni di gioco (Lampada, Tavolo, Lavandino), aiuta la mamma nelle faccende e insieme fanno esercizi, costruiscono un serpente con gusci d’uovo mentre la sera dorme nell’armadio per stare nascosto agli occhi di Old Nick. L’esterno per lui non esiste, se non per immagini trasmesse alla tv che crede siano di un pianeta lontano (o per uno spicchio visibile da una finestra posta sopra di loro). C’è solo la stanza, un mondo creato per proteggerlo dalla verità. Una volta giunto il momento di conoscerla, Jack dovrà imparare a comprenderla e a superare il senso di smarrimento per scappare da quella situazione e nascere insieme a Ma’ una seconda volta.

In una delle opere più famose del filosofo Platone, più precisamente il settimo libro de La Repubblica. Si tratta di un dialogo in cui si introduce l’allegoria della caverna. Le persone sono imprigionate all’interno e sono legate in modo tale da  poter guardare solo davanti a sé senza girarsi. Tutto ciò che vedono, che conoscono, che credono esista è in quell’oscurità ma non è altro che l’ombra riflessa sul muro di oggetti illuminati dal fuoco; una luce che però mostra solo una parte dell’interno. Il dialogo continua spiegando che se un prigioniero venisse trascinato fuori l’esperienza della luce sarebbe motivo di sofferenza perché egli ha conosciuto solo le ombre e no gli oggetti che ora vede là fuori. Insomma, una volta libero dubita di ciò che guarda.

– «Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»

– «E di molto!», esclamò.

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Durante la visione di Room è difficile pensare che Abrahmson non si stato influenzato dall’allegoria della caverna nell’immaginare la storia di questo piccolo protagonista nato e cresciuto senza alcun contatto con il mondo reale. Per chiarire questo discorso è necessario tracciare qualche punto. Se dividessimo il film in tre atti avremo uno schema più o meno simile: nel primo vediamo la quotidianità dei personaggi all’interno della Stanza tra “assurda” normalità e indizi sulla situazione; nel secondo, quando Jack apprende la verità, per lui e per Ma’c’è la fuga; nel terzo assistiamo a ciò che avviene fuori dalla prigione e il reinserimento nel mondo. Tutta la tesissima sequenza della fuga sembra essere proprio l’applicazione di ciò che viene rievocato nel dialogo di Platone. Dopo averci presentato la bizzarra quotidianità di questi due personaggi, passiamo alla pianificazione e poi alla realizzazione della fuga. Jack deve fingersi morto per convincere Old Nick che debba essere seppellito lontano, così viene infilato dentro un tappeto da Ma’ e gli vengono fornite delle istruzioni. La sequenza si svolge così:

– l’uomo carica il tappeto sul furgone, accende il motore e imbocca la strada a sinistra.

– Jack mette in pratica le istruzioni di Ma’, come se gli stesse parlando nella sua testa (“Jump, Run, Somebody” Salta. Corri. Qualcuno.). Da dentro il tappeto vede solo una luce sfuocata poi inizia a girarsi, prima con difficoltà, poi finalmente il bambino si libera e si affaccia fuori. Apre gli occhi e vede il cielo (stavolta non più limitato ad un rettangolo sul tetto).

– Si alza, si sporge. Ora lo sguardo è più nitido: vede l’asfalto muoversi a lato del furgone, fili sottili che dividono il cielo (cavi del telefono), alberi, Old Nick di spalle mentre guida. Ad un certo punto l’uomo prende una curva, Jack perde l’equilibrio e viene visto.

– Il furgone si ferma, così il bambino salta, cade sul prato, tenta di alzarsi, ma non riesce a stare in piedi, azzarda una corsa, ma cade di nuovo finché non urta qualcosa: un passante con un cane. L’immagine è di nuovo sfuocata, poi ripresa di striscio, per frammenti, solo dopo, quando Old Nick fugge abbandonando lì Jack, le figure iniziano ad essere più chiare. Dopo aver soccorso Jack, il passante chiama la polizia.

Jack è l’essere umano libero dalla caverna: non riesce a mettere a fuoco ciò che vede, non sa come stare in piedi e non sa definire ciò che vede. Come un piccolo alieno sembra soffrire la forza di gravità terrestre, non può essere esposto ai batteri (che nella stanza erano assenti) e vede i personaggi del “mondo fuori” come esseri a cui non appartiene e con cui ha difficoltà a dialogare. A circondarlo nella vita che gli si prospetta davanti non ci saranno più degli oggetti inanimati a cui dare vita con la fantasia ma l’ignoto e soprattutto delle persone, esseri umani che affrontano il dramma di Joy. Dopo anni di prigionia la ragazza deve imparare a reinserirsi ma nel frattempo il mondo è andato avanti senza di lei. Se nel film precedente di Abrahmson, Frank, il protagonista era una rockstar dal volto nascosto dietro un’enorme testa di cartone che fungeva come oggetto di distanza tra sé e il mondo, per Joy non esistono maschere a cui aggrapparsi. Una volta fuori, mentre il piccolo Jack impara a relazionarsi con la realtà altra, la madre, come un personaggio pirandelliano, non riesce a reinserirsi facilmente. Ora lei è una donna che non sa abbracciare i genitori, loro hanno divorziato, persino la casa le appare troppo straniante per sentirsi completamente libera. Senso di colpa, rabbia repressa, speranza e stati di depressione accompagnano il dramma interiore della protagonista (resi con adeguato mestiere dalla brava Brie Larson) che rispetto al figlio porta su di sé il peso della conoscenza.

Room però è anche una storia d’amore capace di arginare ogni barriera fisica e psicologica, è il trionfo di un legame simbiotico e indispensabile per i due personaggi davanti alla paura e poi allo smarrimento. La madre ha cercato di proteggere il suo bambino dalla violenza di cui è stata vittima, il figlio le restituisce forza aiutandola a liberarsi dal peso che si porta dentro da sette anni. Lo stress che Brie Larson evoca nei gesti, negli sguardi e nei non detti è quella di un’adolescente vittima di un mostro, di una ragazza cresciuta in fretta che ha costruito per sé e suo figlio una realtà a parte per sopravvivere, ma adesso c’è il ritorno ad una vita che non sente più sua. Ritornando al motivo della favola, in fondo Joy è una sorta di Alice (rif. a Lewis Carroll) caduta in un buco oscuro e intrappolata nel paese delle contro-meraviglie (reso accogliente agli occhi di Jack), dove il tempo si è inesorabilmente fermato a quel pomeriggio in cui non è più tornata a casa.

Room però preferisce non appoggiarsi totalmente allo sguardo puro e infantile di Jack (vero narratore della storia, con tanto di voce fuori campo); Abrahamson non vuole offrire allo spettatore un’estetica alternativa, visionaria o eccentrica per dar voce all’immagine-sguardo del suo protagonista e non vuole destrutturare la realtà per porla ad altezza di bambino o stravolgerla (insomma non aspettatevi un film alla Terry Gilliam) ma semplicemente affidarsi allo script, curato dalla stessa autrice del libro, e lasciar trasparire le sfumature psicologiche dei personaggi senza però affrontarle compiutamente. Il film indubbiamente funziona anche così ma le dinamiche danno sempre l’impressione di trovarci davanti ad un’opera tradizionale. Dopo due terzi di film, dove tutto è costruito con fluidità e compattezza, lo spettatore si appassiona e riesce a “vedere” quella Stanza in modo inedito non claustrofobico ma il dramma sembra perdere di mordente e il potenziale della storia si riduce al più rassicurante degli sviluppi. Persino le psicologie vengono un po’ ridimensionate e alcuni aspetti interessanti trascurati (ad es. poco approfondito il modo in cui Jack impara a conoscere il mondo fuori o il suo rapporto con la realtà prima e dopo la Stanza).

Alla fine sarà la forza dell’amore che permetterà a Ma’ e Jack di tornare nella Stanza e guardarla con occhi nuovi, di lasciarsela alle spalle, perché come dice Jack:

It can’t really be the Room, if Door is open.

La Stanza ora è diversa perché ora è aperta. Dopo questa essenziale presa di coscienza Joy può iniziare a lasciarsi alle spalle il dolore e superare l’ennesimo ostacolo del sofferto viaggio di riappropriazione della propria vita: la Stanza era tale solo finché esistevano le pareti e la porta, ma ora non è più niente, né una prigione “accogliente”, né un “mondo fuori dal mondo”. Ora che il velo di Maya è stato alzato, ora che finalmente i due prigionieri sono usciti dalla caverna e ne hanno preso coscienza possono vedere il Sole senza sentire male agli occhi, possono finalmente vedere la realtà. E cosa rimane? C’è lo spazio, anzi il Mondo, misterioso, veloce, pauroso e meraviglioso con nuovi interrogativi a cui dare risposte, con i suoi spazi infiniti alla portata, così vicino da poterlo percorrere insieme, mano nella mano. Dunque, pur mantenendosi su binari “tradizionali”, il film si limita alla forza del soggetto e dei suoi protagonisti. La Donoghue si districa bene con lo script, asciuga il testo nella giusta misura, mentre il regista Abrahamson gestisce tensione e leggerezza trattando i momenti più drammatici con l’adeguato pudore senza voler creare disagio, giusto qualche lacrima gratuita. 

In conclusione una sufficienza la ottiene in quanto si tratta si un film solido e toccante, ben trasposto e recitato ottimamente dai suoi attori (oltre a Brie Larson anche Jacob Tremblay nei panni di Jack rimane impresso, per non parlare dei bravissimi Joan Allen e William H. Macy, che interpretano i genitori di Joy).

Il film dovrebbe uscire nelle nostre sale il 3 marzo, molto più tardi degli altri concorrenti in lizza per l’Oscar, nonostante le quattro nomination in categorie principali (film, regia, sceneggiatura non originale e attrice protagonista), ma vi consigliamo di recuperarlo in ogni caso.

Laura Sciarretta

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