ROOM.

Il mondo non esiste, solo tu e io siamo reali.

In ogni annata cinematografica che si rispetti capita di avere a che fare con titoli indipendenti di un certo livello, film realizzati lontano dalle regole delle Major e portatori di un’ideale produttivo e di uno sguardo d’autore (si spera) sempre fresco, fuori dalle regole, per raccontare storie (solo) apparentemente piccole. Room di Lenny Abrahamson, tratto dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue (tradotto in Italia col titolo Stanza, Letto, Armadio, Specchio), che ne ha curato anche la sceneggiatura, è divenuto in breve tempo “la rivelazione indie dell’anno”, l’outsider che piace a certa critica ma che, sforzandoci di costruire un’analisi esaustiva, si dimostra ben più nei ranghi di quanto non voglia far credere, per quanto apprezzabile.

Il protagonista è un bambino di cinque anni di nome Jack che vive con sua madre Joy (che chiamata amorevolmente Ma’) all’interno di una stanza di pochi metri quadri. Sin da quando è nato non è mai uscito e non conosce il mondo reale perché non lo ha mai visto. Crede che al di fuori non esista nulla, solo delle immagini da un piccolo schermo tv e da un lucernario posto sulla sua testa. Dentro quelle quattro pareti anguste e asfissianti, rese confortevoli dall’amore di sua madre, con cui condivide un legame fatto di giochi e abitudini speciali, e dal potere dell’immaginazione (parla alla stanza e agli oggetti come fossero amici immaginari con cui interagire) Jack è cresciuto felice, protetto da una verità troppo difficile da spiegare e altrettanto mostruosa da accettare.

In una delle opere più famose del filosofo Platone, più precisamente il settimo libro de La Repubblica. Si tratta di un dialogo in cui si introduce l’allegoria della caverna. Le persone sono imprigionate all’interno e sono legate in modo tale da  poter guardare solo davanti a sé senza girarsi. Tutto ciò che vedono, che conoscono, che credono esista è in quell’oscurità ma non è altro che l’ombra riflessa sul muro di oggetti illuminati dal fuoco; una luce che però mostra solo una parte dell’interno. Il dialogo continua spiegando che se un prigioniero venisse trascinato fuori l’esperienza della luce sarebbe motivo di sofferenza perché egli ha conosciuto solo le ombre e no gli oggetti che ora vede là fuori. Insomma, una volta libero dubita di tutto ciò che guarda.

– «Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»

– «E di molto!», esclamò.

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Durante la visione di Room è difficile pensare che l’autrice non si stata influenzata dall’allegoria della caverna nell’immaginare la storia di questo piccolo protagonista nato e cresciuto senza alcun contatto con il mondo reale e anche per questo il libro aveva un fascino che il film tenta di replicare.

Tutta la tesissima sequenza della fuga sembra essere proprio l’applicazione di ciò che viene rievocato nel dialogo di Platone, quando gli uomini riescono a raggiungere l’uscita. Jack deve fingersi morto per convincere Old Nick (l’uomo che tiene madre e figlio nella stanza) a portarlo fuori e seppellirlo da qualche parte. Così, infilato dentro un tappeto e imparate le istruzioni per liberarsi e fuggire, dovrà saltare giù dal furgone e cercare aiuto. La sequenza si svolge così:

  •  l’uomo carica il tappeto sul furgone, accende il motore e imbocca la strada a sinistra.
  • Jack mette in pratica il piano, come se la madre gli stesse parlando sente la sua voce nella testa che gli dice :“Jump, Run, Somebody” (Salta. Corri. Qualcuno.). Da dentro il tappeto vede solo una luce sfuocata, inizia a girarsi, a rotolare e una volta libero, apre gli occhi e sconvolto vede il cielo per la prima volta ( non più limitato ad un rettangolo sul tetto, o filtrato da un vetro).
  • Dopo questo shock visivo, il bambino si alza, si sporge, si guarda attorno, Lo sguardo è più nitido: vede l’asfalto muoversi a lato del furgone, fili sottili che dividono il cielo (cavi del telefono), alberi, Old Nick di spalle mentre guida. Ad un certo punto l’uomo prende una curva, Jack perde l’equilibrio e viene visto.
  • Il furgone si ferma; il bambino salta, cade sul prato e tenta di alzarsi, ma non riesce a stare in piedi, azzarda una corsa, cade di nuovo finché non urta qualcosa: un passante con un cane.
  • L’immagine dell’uomo è di nuovo sfuocata, ripresa di striscio, il montaggio è veloce. Old Nick lo prende ma quando il passante minaccia di chiamare la polizia, abbandona Jack sul prato e scappa via.

Jack è l’essere umano che sta scoprendo la luce: non riesce a mettere a fuoco ciò che vede, non sa come stare in piedi e non sa definire ciò che vede. Come un piccolo alieno sembra soffrire la forza di gravità terrestre, non può essere esposto ai batteri (che nella stanza erano assenti) e vede i personaggi del “mondo fuori” come esseri a cui non appartiene e con cui ha difficoltà a dialogare e farsi capire, come è evidente quando la polizia cerca di carpire informazioni sulla stanza. Adesso non ci saranno più gli oggetti inanimati con cui parlare, pareti in cui contenere la sua fantasia, in quella realtà fittizia e condivisa con ‘Ma, ma solo l’ignoto e la grandiosità di un mondo bellissimo che attende solo di essere scoperto.

Jack vive però la difficoltà d’ambientamento, lo smarrimento di non riuscire a comprendere e relazionarsi con quanto lo circonda, a raggiungere un equilibrio tra lo stare al mondo e la percezione dello stesso, tanto che parla solo a e attraverso sua madre. La paura di ciò che non conosce, il fatto di dover imparare da zero a connettersi con la realtà, a distinguere il vero dal falso, a relazionarsi con gli altri sono tutti step che gli permettono di uscir dalla caverna. Per Joy si profila invece un percorso tanto impervio, doloroso e ben più complesso. Per lei riaffacciarsi alla realtà significa tornare ad una vita da cui è stata strappata, un’esistenza in cui tutto è andato avanti senza di lei e in cui una volta tornata si riscopre ragazzina costretta a crescere troppo in fretta e con gli incubi di una violenza che ancora la perseguita e che le ha, di fatto, portato via la libertà e l’innocenza. Se nel film precedente di Abrahmson, Frank, il protagonista era una rockstar che preferiva nascondere il volto dietro un’enorme testa di cartone per creare una distanza rassicurante tra sé e il mondo, per Joy non ci sono maschere, appigli a cui aggrapparsi. Non c’è più quella la certezza di una prigione in cui vivere ma la consapevolezza che ciò che sta fuori è ben più angosciante. Come un personaggio pirandelliano torna in un mondo in cui sente di non appartenere più, dove la libertà tanto agognata le fa paura e dove i luoghi e gli affetti che ha lasciato le appaiono stranianti, distanti e impossibilitati a comprenderla. Un calvario emotivo e psichico che rischia di trascinarla nell’abisso.

Proprio in questa circostanza, ecco che Room si dimostra un racconto profondo su un rapporto madre/figlio simbiotico, fondato sull’amore e sulla volontà di non arrendersi, quella forza data dall’altro per sopravvivere e che viene restituita per poter guarire. Un legame dove la spinta viscerale del sentimento può trasformare la più terribile delle prigionie in un mondo privato, condiviso solo da loro, fragile e sporco, eppure concreto. Tra madre e figlio si capisce quanto la necessità di un distacco, di rapportarsi con le cose sarà il primo passo per ritrovarsi e uscire dalla caverna tornandoci un ultima volta. Nel punto in cui ci si riaffaccia sul luogo da cui tutto è iniziato, esso appare svuotato degli oggetti e aperto. La caverna si mostra finalmente illuminata dalla luce, e in questo momento Jack abbandona la sua infanzia quando afferma:

It can’t really be the Room, if Door is open.

“Non può essere Stanza, se Porta è aperta”. Dopo questa essenziale presa di coscienza è possibile superare l’ultimo ostacolo, lasciarsi alle spalle le ombre (per Joy) e la realtà fittizia (per Jack) per iniziare un nuovo viaggio insieme. La Stanza era tale solo finché esistevano le pareti, la porta chiusa e la minaccia. Ora non è più niente. Ora il velo di Maya è stato alzato, i due prigionieri sono usciti dalla caverna e hanno preso consapevolezza di cosa c’è fuori, più saggi, più illuminati e più forti. Madre e figlio possono vedere il Sole senza sentire male agli occhi, possono finalmente vedere la realtà e stare nel mondo con i suoi spazi infiniti da percorrere, con le tante cose da provare e nuove storie da vivere insieme, mano nella mano.

Probabilmente Room è un film che resterà impresso per diverse ragioni (giustamente). Oltre a quanto detto finora, siamo di fronte ad un adattamento di rara efficacia, capace di assecondare le esigenze drammaturgiche del mezzo cinematografico e di mantenersi alto sul piano emotivo, anche grazie all’eccellente prova dei suoi protagonisti. Nei panni di Joy, Brie Larson, attrice nota per piccole partecipazioni e qualche ruolo rilevante in titoli indipendenti, si propone nella sua prova più matura e intensa, capace dire molto con una semplice espressione del suo viso e riuscendo a sintetizzare con poco la caparbietà e le fragilità del suo personaggio. Al suo fianco c’è il giovanissimo Jacob Tremblay, vero enfant prodige dotato di un’incredibile naturalezza e magnetismo, tanto da riuscire a reggere il peso assegnatogli senza mostrare troppa difficoltà (in fondo Jack è il vero protagonista della storia). Da non sottovalutare poi la professionalità di due grandi interpreti come Joan Allen e William H. Macy, capaci di brillare anche in due ruoli secondari, ma assai complessi.

Ciò che colpisce è appunto la storia, il contenuto, il modo in cui la fabula viene traslata come mezzo di trasfigurazione/disvelamento (pensiamo alla metafore di Alice, all’ispirazione della fuga di Edmond Dantes ne Il conte di Montecristo o la forza nei capelli lunghi che richiama il mito di Sansone, e così via) e come riflessione sulla libertà, sul modo in cui una realtà può apparire e svelarsi in modo diverso di fronte ai nostri occhi, talvolta più inaccettabile di come la si immagina. Tuttavia è necessario stare attenti e dare il giusto peso nell’accogliere un film che, per quanto efficace sul piano narrativo, appare abbastanza convenzionale nella messa in scena e rassicurante nella risoluzione di certi passaggi. Per intenderci, Lenny Abrahamson dirige più che egregiamente quando si muove nella ristrettezza dello spazio, restituisce un’atmosfera felicemente sospesa in cui il thriller si stempera nel dramma e nel coming of age del protagonista mantenendo uno stile minimale privo di sbavature. Funziona nel restituire lo spazio condiviso dai protagonisti, commuove nel modo in cui delinea il loro legame ma una volta usciti dalla stanza e tolti i momenti cupi, Room perde di compattezza, si impianta su un terreno sempre più didascalico che evita di creare troppo disagio, lasciando in superficie il percorso riabilitativo della protagonista e affianco alla voce over quello di Jack. Ciò che sembra mancare è una forma capace di restituire quanto ben racchiuso nella scrittura, di tradurre in immagine il senso di meraviglia, lo stupore, lo spirito anarchico e ribelle dell’infanzia e la paura di trovarsi di fronte all’ignoto. Fatta esclusione di un’azzeccato uso della soggettiva, di riprese sghembe e di una macchina a mano ravvicinata sui volti, Room fallisce nella volontà di incarnare uno sguardo alieno o di destrutturare la realtà attraverso gli occhi di Jack nel momento in cui impara a relazionarsi con essa (insomma non aspettatevi un film alla Terry Gilliam), perdendo la sincerità negli intenti e limitandosi ad emozionare con espedienti facili e ricattatori.

Room è un film standard, che fa il suo dovere seppur in modo edulcorato e leggermente stucchevole, troppo preoccupato di piacere, ma che si lascia guardare grazie alla solidità dello script e al contributo offerto da Tremblay e dalla Larson, davvero meritevoli di quanto hanno raccolto fin qui.

Uscirà nelle nostre sale il 3 marzo forte delle sue quattro nomination all’Oscar, tutte in categorie principali (film, regia, sceneggiatura non originale e attrice protagonista). Una visione consigliata seppur con qualche riserva.

Laura Sciarretta

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