Perfetti Sconosciuti: Una Cena, Sette Amici E La Rinascita Del Cinema Italiano

Qualche mese fa (per la precisione qui), avevo notato con piacere come, negli ultimi tempi, si stia assistendo ad una nuova deriva del cinema italiano che, forse spinto da quanto sta accadendo nel panorama cinematografico e seriale straniero contemporaneo, si sta popolando di personalità nuove, di figure che si muovono secondo codici morali confusi, di personaggi tratteggiati secondo una tavolozza che privilegia i toni del grigio e che, forse proprio per questo, risultano straordinariamente affascinanti per lo spettatore medio, proprio perché, banale dirlo, grazie ad essi, egli può entrare in contatto con il suo lato oscuro. Ci troviamo di fronte ad una felice intuizione che alcuni degli autori italiani più giovani hanno mutuato dall’intrattenimento estero, un’intuizione che in brevissimo tempo ha finito per diventare primo fondamento per la produzione di massa di prodotti commercialmente adatti al mercato nostrano, un fondamento che però, non per questo, ha dato i natali a pellicole deludenti di per sé (penso proprio a quel Loro Chi? evocato alla lontana in queste righe) ma che al contempo, questo è innegabile, ha fatto in modo che questa scelta stilistica mostrasse, a lungo andare, il fianco.

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Il fatto è che, malgrado tutte le buone intenzioni, lo spettatore italiano, almeno finora, è stato, sempre e comunque, messo di fronte all’equilibrio, alla routine, al rifugio sicuro, anche quando si è trattato di aprire un nuovo orizzonte di significato, un nuovo spettro di sensazioni con cui farlo interagire. In effetti, tutta questa volontà di tratteggiare dei personaggi che siano non solo tridimensionali, ma che soprattutto agiscano in scena secondo un sistema di valori opposto a quelli tipici del senso comune ha portato alla nascita di veri e propri antieroi che, proprio in quanto tali, comunque non perdono mai quella sorta di alone benigno che li fa essere, ripetizione necessaria, “eroi”, personaggi positivi malgrado tutte le negatività che li caratterizzano, personaggi, possiamo aggiungere, che o compiono il male perché costretti da circostanze avverse (il protagonista di Smetto Quando Voglio), oppure che si rapportano al mondo narrativo in maniera negativa venendo tuttavia “salvati” agli occhi degli spettatori dal loro carisma, caratteristica grazie alla quale il rapporto empatico tra loro e chi guarda rimane intatto (mi viene in mente Suburra in questo caso). E’ mancato finora, al cinema italiano, un prodotto che portasse le felici premesse da cui è partito questo rinnovamento narrativo e tematico a pieno compimento, insomma, per farla breve, da tempo un certo tipo di pubblico si ritrova a fare i conti con il desiderio di fronteggiare un film che, prima di porli di fronte a personaggi ambigui e negativi, fondamentalmente li costringa ad uscire dalla loro zona di sicurezza fatta di retorica, buoni sentimenti, salvataggi in extremis di un’unità (famigliare, sentimentale, di intenti, poco cambia) continuamente attaccata dal caos, per fare i conti con la negatività, con la vuotezza della vita, con la loro pochezza, con il loro lato oscuro. E’ a questo punto che, con la soddisfazione di un talent scout che sa di aver appena scoperto i nuovi Led Zeppelin dopo aver ascoltato quattro scalcinati ragazzini che suonano in un garage, vi diciamo che probabilmente il film che tutti noi (io in primis) stavamo aspettando, forse, è arrivato.

Come tutti i prodotti che quantomeno tentano la strada della rottura con un meccanismo consolidato, Perfetti Sconosciuti parte da premesse a cui il pubblico è già abituato, così da inserire lo spettatore in un clima famigliare, così da fargli assaporare quella sicurezza di cui sembra aver bisogno per affrontare in maniera proficua il mondo dell’arte, come dicevamo poco fa, per poi iniziare a destrutturare, in maniera lenta, metodica e tuttavia con un crescendo che non si fa fatica a definire violento quelle stesse fondamenta da cui pare essere partito. In questo caso, la base di partenza di Perfetti Conosciuti è quel principio che possiamo definire del “convitato di pietra”. Lo spettatore viene trasportato dal minuto uno fino all’inizio dei titoli di coda in un luogo chiuso, e viene fondamentalmente invitato dall’istanza narrante a partecipare ad un’occasione conviviale in cui sono coinvolti tutti i personaggi del film (una partita a carte, nel caso di Due Partite, un incontro chiarificatore tra genitori, come in Carnage e via dicendo), potendo così osservare le psicologie dei vari attanti da una prospettiva del tutto particolare e soprattutto divenendo testimone principale del dischiudersi dei loro istinti più estremi e delle loro interiorità più autentiche ed (oscure). Nel caso di Perfetti Sconosciuti, la cornice narrativa che ospita l’azione in scena è quella di una tradizionale cena tra amici di una vita, un’impostazione ricorrente che contribuisce a dare stabilità allo spettatore anche grazie a due caratteristiche di cui questo concept si “dota” a seguito del suo contatto con una dimensione produttiva che è tipicamente italiana: la struttura prettamente teatrali (poche azioni dinamiche, tutto è giocato sul dialogo tra i vari personaggi) ed il sapore tipico di delicata commedia borghese che accoglie il pubblico nei primi minuti del film. Tentare di definire in profondità tutti i tratti del sistema narrativo di Perfetti Sconosciuti, che è anche il principale pregio del film, la caratteristica per cui probabilmente verrà ricordato con piacere negli anni, non è tanto un’impresa difficile quanto un discorso che, personalmente, non mi sento di affrontare completamente. Se è vero, come diceva Frank Zappa, che definire è limitare, allora entrare troppo in profondità in questo tessuto significherebbe non solo rovinare uno sviluppo narrativo che si basa sul colpo di scena, sulla sorpresa, ma anche dotare della fissità del giudizio oggettivo una struttura che, in realtà, dialoga a tal punto con lo spettatore che probabilmente ogni membro di quel pubblico che in questi giorni andrà a vedere il film uscirà dalla sala con una sensazione differente, che magari seguirà uno schema comune, ma che evolverà in maniera completamente soggettiva. Qualche dettaglio, il necessario per dotare ogni spettatore di tutti gli strumenti necessari per attivare questa connessione, possiamo, quasi dobbiamo, svilupparlo.

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Genovese parte da un sistema fisso e famigliare, questo lo abbiamo appena detto, quello che risulta però degno di nota è che per lui e per il resto della squadra creativa questo schema assume i tratti di una struttura da distruggere a piccoli passi, facendo saltare i pilastri che la reggono uno per volta, in sostanza, inserendo dei caratteri, degli aspetti, che funzionino da entità interferenti con questa sorta di “edificio” che è il modello base della nuova commedia all’italiana.

E’ interessante notare come il pubblico venga lentamente distaccato dal “noto” e venga posto di fronte, a piccoli passi, con un ignoto che, a tratti, diventa emotivamente ingestibile. I titoli di testa ci presentano dei personaggi che sembrano caratterizzati dalle nevrosi tipiche dell’italiano medio “cinematografico” (c’è chi, sposato e con due figli, intrattiene una relazione con una ragazza ben più giovane di lui, chi ama alzare un po’ troppo il gomito, chi non vuole ammettere a sé stesso che il rapporto con suo marito ormai ha raggiunto una frigida banalità ed è vicinissimo al capolinea e via dicendo), nevrosi che, ci si aspetta, verranno portate alla luce e discusse durante la cena, creeranno un determinato carico emotivo che lo spettatore si aspetta, ma che, allo stesso tempo, verrà prontamente “disinnescato” dalle uscite comiche dei tanti caratteristi presenti nel cast. Ecco, è qui, è esattamente qui, che sta l’errore compiuto da qualsiasi spettatore che si approcci al film pensando di trovarsi di fronte all’ennesima commedia italiana. Già perché dall’inizio del gioco che è al centro della trama, l’azione destrutturante e distruttiva di Genovese si fa ben più aggressiva. Man mano che il gioco delle parti e che il puro interplay tra i personaggi sviluppato grazie al sistema del dialogo si approfondiscono, appare chiaro che quelle stesse nevrosi che hanno fatto capolino nel “prologo” della storia sono porte, passaggi, in grado di schiudere la “vera” interiorità degli invitati, intendendo vera non in contrapposizione con falsa ma in quanto sinonimo di “anticinematografico”. Facendo un passo indietro, è un po’ come se Genovese prendesse tutte le tematiche che strutturano la commedia italiana contemporanea (demenziale o borghese che sia) e le mettesse a confronto con la durezza della vita vera. Molto in breve e giusto per dare un esempio, il regista e la squadra creativa con il loro film tentano di rispondere ad una sola domanda: “Cosa succede quando un segreto tipico del personaggio standard della commedia all’italiana viene non solo portato alla luce, ma inserito in un contesto che attiva delle conseguenze ai limiti del tragico?”. In Perfetti Sconosciuti nessuno dei personaggi coinvolti proverà mai a discolparsi dalla sua esperienza fedifraga con qualche battutaccia di quinta categoria, subito prima di sorridere sornione alla moglie tradita di turno dicendo che “è stata solo una debolezza”, così come il tarlo dell’alcolismo non sarà oggetto di nessuna gag trita e ritrita ma sarà piuttosto, la base di un terribile segreto da cui alcuni personaggi stanno provando a scappare con tutte le loro forze. Non esiste la risata disinnescante in Perfetti Sconosciuti, a vantaggio, piuttosto, di una negatività, di un nichilismo, di un pessimismo che, giunti all’ultimo atto del film impregna ogni singolo ingranaggio su cui il suo stesso sistema si regge. C’è chi ha detto che il rapporto problematico, quanto proficuo ed originale che il film intrattiene con il suo pubblico, ha origine dal fatto che lo spettatore si ritroverà, uscito dalla sala, a riflettere su quanto materiale “ricattatorio” contenga il proprio telefono e quanto peso quest’ultimo abbia su quella parte della sua vita che potremmo definire “segreta”, riflessione che aumenterà il suo sospetto nei confronti del partner di turno, dei colleghi di lavoro, degli amici e via dicendo. Tutto ciò è giustissimo, ma probabilmente si può anche scendere più in profondità di cosi. Vero che alla fine del film il pubblico esce dalla sala stranito, infastidito, ma probabilmente il motivo per cui accade ciò è ben lontano dall’essere legato ad una fantomatica privacy violata o da un’improvvisa riflessione su quanti di noi possiedano dei segreti. Cosa succede, quando un segreto ai limiti del cliché viene preso e messo a contatto con la concretezza di una vita così simile alla vita reale, ci si chiedeva prima, ebbene accade che un’unità faticosamente conquistata va in pezzi, che rapporti vecchi di trent’anni si disintegrano nel giro di poche ore, che persone all’apparenza lucide, corrette, oneste, esattamente come tutti noi pensiamo di essere, si rivelano in tutta la loro crudeltà. A questo punto è chiaro che il fastidio che accompagna lo spettatore mentre torna a casa dopo la visione del film deriva dall’essere appena stato sottoposto ad un fuoco di fila di negatività e nichilismo che di certo lo accompagnerà anche nei giorni a seguire. Il pubblico ha subito uno shock, ha capito quanto può essere distorto l’animo umano, meglio, ha capito quanto poco ci voglia affinché ognuno di loro diventi fondamentalmente un’arma con cui distruggere un sistema che potrebbe sembrare eterno ed invincibile.

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Perfetti Sconosciuti è in sostanza un viaggio di un’ora e mezza che è anche il trionfo del cambiamento e della variazione. Cambia il rapporto tra gli amici protagonisti, che a fine serata non saranno più coloro che, poche ore prima, si sono seduti a tavola; cambia il rapporto che il regista intrattiene con il film, con Genovese che parte con l’essere un giovane autore di commedie borghesi di classe, e finisce per diventare un drammaturgo che con i suoi scritti provvede a fare a pezzi un gruppo sociale, da Goldoni a Strindberg, in buona sostanza; cambia, ovviamente la conoscenza del sé da parte dello spettatore, che alla fine del film prende coscienza di un lato di sé che forse non conosceva o, più semplicemente, sperava rimanesse nascosto.

Ci troviamo di fronte ad un film complesso, tragico, che pretende moltissimo dal suo pubblico e che probabilmente arriverà a sconquassare le coscienze degli spettatori più “deboli” e meno preparati a shock del genere, ma al contempo, non possiamo non approcciarci con piacere ad una pellicola del genere, perché a volte un prodotto che arrivi ad aggredirci in questo modo è necessario, anche solo per dimostrare che una narrazione che sia davvero cruda, realistica, negativa e pessimista, lontana dai cliché dell’intrattenimento sicuro e reazionario, alla maniera di quella dei grandi maestri del passato come Scola o Monicelli è (di nuovo?) possibile.
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Alessio Baronci

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