Oscar For Best Supporting Actress: Un Passo Indietro

Se gli Oscar al Miglior Attore Non Protagonista consegnati durante l’età dell’oro di Sunset Boulevard costituiscono, ora, una sorta di memoria collettiva ed archeologica che sussiste proprio per restituire dignità a quegli attori (e di conseguenza a quei film) di seconda fascia che non hanno avuto la fortuna di ottenere la popolarità di prodotti a più alto budget o sforzo produttivo, l’Oscar alla Miglior Attrice Non Protagonista è, in questi anni, il premio riservato alle vecchie glorie della settima arte. Sono anni, questi, lo abbiamo detto nella prima parte di questo approfondimento, in cui il cinema modella le aspettative, i bisogni, i desideri ed il modo di approcciarsi alla realtà del pubblico, perciò non stupisce che la settima arte sia riuscita anche a “sintetizzare” in una serie di film, il modello femminile per eccellenza utilizzato dal pubblico maschile come standard elementare di bellezza. In questo senso l’Academy funziona come istituto garante della bontà di questo modello e dunque ecco che in questi anni, il riconoscimento come miglior attrice protagonista va a donne come Vivien Leigh (nel 1939, per Gone With The Wind), Joan Fontaine (nel 1941, per Suspicion), Jennifer Jones (The Song Of Bernardette del 1943), Ingrid Bergman (Gaslight, del 1944) e Joan Crawford (Mildred Pearce del 1945) che ora, ad anni di distanza vengono riconosciute e ricordate non solo come attrici straordinarie ma anche come custodi dei caratteri tipici del modello di bellezza di moda in quegli anni, una bellezza sia chiaro, non solo estetica ma che si trasforma nel perfetto codice di valori etico da seguire per la donna di quegli anni. I personaggi che interpretano sono infatti donne giovani, legate alla famiglia, oneste, pure, grintose, alla continua ricerca dell’indipendenza o di un qualsiasi riscatto. Viene da chiedersi a questo punto che fine facessero le altre, quelle attrici un po’ più in là con gli anni (sebbene, sia chiaro, essere in là con gli anni nella Hollywood del cinema classico significava avere dai quarant’anni in su), quelle che non incarnavano ideali estetici a cui il pubblico medio poteva fare riferimento, quelle che interpretavano personaggi che spesso non hanno goduto, negli anni, della popolarità di una Rossella O’Hara o di una Jezebel. La risposta, in realtà, è semplice: tutte queste attrici ritrovano una propria ragion d’essere, oserei dire una propria dignità grazie all’Oscar alla miglior Attrice non protagonista che in questi anni premia interpreti che danno vita, di volta in volta, a dei personaggi che, irrimediabilmente si contrappongono, in tutti i sensi, alle protagoniste femminili: per ragioni anagrafiche (Fay Binter, la zia di Jezebel, premiata nel 1938 per il film omonimo a 45 anni), come modello estetico (Hattie McDaniel, la goffa Mammy di Gone With The Wind, balia della graziosa miss Scarlett, premiata nel 1939) per ragioni “narratologiche”, per essere le antagoniste, in senso lato (Donna Reed, antagonista della protagonista femminile di From Here To Eternity e premiata nel 1953 o anche Kim Hunter, coprotagonista di A Streetcar Named Desire premiata nel 1951) o in senso più stretto (Jo Van Fleet, l’antagonista di James Dean in East Of Eden, premiata nel 1955).

Come per l’Oscar al Miglior Attore Non Protagonista, questo trend in profondo contatto con le forme del cinema classico prosegue fino a gran parte degli anni ’60, poi però, esattamente come per la controparte maschile, la categoria, entra in connessione con il vero, comune sentire del pubblico americano e comincia a subire gli influssi dei valori della New Hollywood, della controcultura, dell’anarchia culturale, della ribellione ad un sistema precostituito. Anzi, possiamo tranquillamente dire che questi influssi destabilizzanti bussano alla porta del Sunset Boulevard anche prima di quanto accada per la categoria maschile. Già nel 1966, balza agli onori della cronaca, a seguito della premiazione di Sandy Dennis, Who’s Afraid Of Virginia Woolf, film che fondamentalmente scardina l’ideale della famiglia perfetta americana e lascia insinuare nella coppia i demoni dell’alcolismo, della crisi coniugale, dell’infedeltà. Il film di Nichols apre la porta e contribuisce a distruggere i valori effimeri con cui lo showbuisness stava ancora tentando di plasmare la società ma soprattutto spiana la via ad altre opere che verranno modellati attorno a questo sistema dissidente. L’anno dopo, nel 1967, viene premiata Estelle Parsons, che in Bonnie e Clyde, interpreta la cognata di Clyde, fondamentalmente, una criminale mentre nel 1968, il premio va a Ruth Gordon, la strega antagonista di Rosemary’s Baby (film che tra l’altro si pone in maniera distruttiva nei confronti del concetto di madre quando non dell’intera istituzione famigliare).

Con un passo più controllato rispetto alla controparte maschile gemella, l’azione demistificatoria esercitata sulla cultura popolare da questa categoria di premi minore continua anche negli anni ’70. Nel 1971 ritroviamo Cloris Leachman, premiata per il suo ruolo in The Last Picture Show, nel 1973 è il turno di Tatum O’Neal, per Paper Moon, film patrocinato da uno dei padri della New Hollywood Peter Bogdanovich, ma forse le soddisfazioni maggiori in questo senso giungono leggendo il palmares relativo alla seconda metà degli anni ’70. Nel 1976 è il turno di Beatrice Straight che è ricordata per aver regalato la più breve performance premiata con l’Oscar ma che, più semplicemente, con il suo ruolo in Network ha contribuito a portare l’attenzione del pubblico sulle storture del mondo dell’informazione televisiva. Tre anni dopo, nel 1979, la vincitrice è Meryl Streep, la coprotagonista di Kramer vs Kramer, una donna che, semplicemente rifiuta il ruolo che la società sembra avergli affibbiato, quello di moglie e madre amorevole e decide di scappare dalla monotonia della sua vita alla ricerca di una propria indipendenza, di una propria libertà.

Tra gli anni ’80 e i ’90, il trend della premiazione prosegue sullo stesso solco tracciato dall’Oscar al miglior attore non protagonista, ecco dunque che vengono premiate attrici che incarnano ruoli non ordinari in veri e propri film di rottura: possiamo ricordare in questo senso, Jessica Lange (premiata nel 1982 per Tootsie), Anjelica Houston (siamo nel 1985 e lei è la cinica Maerose Prizzi in Prizzi’s Honour) ed infine Dianne West, (l’attrice frustrata Holly di Hanna And Her Sisters, del 1986).

Se gli anni ’90, sul fronte del premio maschile sono stati gli anni del trionfo dei ruoli da antieroe, sul lato femminile appaiono come gli anni di ruoli legati ad universi narrativi caratterizzati da una certa morbosità di fondo: come non ricordare, in questo senso, l’interpretazione di Anna Paquin in The Piano che le è valsa l’Oscar nel 1993, oppure Juliette Binoche, l’infermiera Hana di The English Patient (1996), o ancora, sul finire del millennio, Kim Basinger, premiata per il suo ruolo nei panni della prostituta Lynn Bracken in L.A. Confidential (1997) e Angelina Jolie per Girl, Interrupted (1999). A scorrere le varie vittorie registrate dagli Academy in questo ventennio, o meglio, a voler tirare fuori da esse un pattern che cerchi di spiegare le istanze della coscienza collettiva riflesse nelle scelte delle varie giurie, certo si nota come l’impatto di quella forza destabilizzante che sembra aver guidato istintivamente le decisioni dell’Academy sia leggermente meno presente di quanto non lo fosse sul versante maschile della manifestazione.

Le sorprese però, sembrano fare capolino nel momento in cui si riflette sui vincitori della categoria nei primi quindici anni del 2000. Sembra che l’Academy, di punto in bianco, si sia svegliato e abbia deciso di riprendere contatto con quell’inconscio collettivo di cui sopra e, conseguentemente, di recuperare le tappe perdute a vantaggio della categoria maschile. Qualche nome giusto per capire di cosa stiamo parlando: nel 2002 vince Catherine Zeta-Jones per il suo ruolo in Chicago, sorta di ibrido tra il villain di tendenza dei primi anni ’00 e la caratterizzazione dell’antieroe che aveva interessato il cinema maschile negli anni ’90; nel 2007 è il turno di un’altra villain, Tilda Swinton per Michael Clayton; nel 2008 tocca invece a Penelope Cruz che in Vicky, Cristina, Barcelona è, sostanzialmente, l’antagonista, intesa come entità che si contrappone ideologicamente alla protagonista, di Scarlett Johansson.  Tuttavia, la tendenza più interessante del versante femminile del cinema popolare degli ultimi quindici anni, che pone le basi nei primi anni ’00 ma la cui onda lunga arriva fino alla contemporaneità risiede in una sorta di fascino postmoderno per il passato (preso nell’orizzonte temporale del termine) e per le storie ed i modelli del cinema delle origini. E’ il 2003 quando Renée Zellweger viene premiata per il suo ruolo in Cold Mountain, un film che si rifà esplicitamente all’orizzonte creativo del cinema classico; l’anno dopo è il turno di Cate Blanchett, per The Aviator, un film che immerge lo spettatore nel contesto della Golden Age di Hollywood; e ancora, nel 2006 Jennifer Hudson vince con la sua performance in Dreamgirls, film ambientato durante gli anni della Soul music americana e nel 2013 Lupita Nyong’o viene premiata per la sua performance in 12 Years A Slave, un film che, perlomeno nel suo concept si rifà a certo cinema storico che si può ritrovare agli esordi di Hollywood.

Non può che far piacere notare come l’edizione del 2016 del premio veda tra le candidate, esattamente come per la controparte maschile, attrici che hanno incarnato, con i loro ruoli, archetipi che possiamo far risalire a tutte le tendenze fin qui analizzate: abbiamo infatti l’antieroina (Jennifer Jason Leigh per The Hateful Eight), il personaggio legato ad un contesto morboso (Rooney Mara per Carol), il lascito di quella New Hollywood di rottura degli anni ’70 (Rachel McAdams per Spotlight), la rappresentante della categoria dell’ambiguo perché l’ambiguità è al centro del film con cui concorre (Alicia Vikander per The Danish Girl) ed infine il prototipo della donna forte, in contrasto con la caratterizzazione tipica del gentil sesso nel mondo dello spettacolo (Kate Winslet per Steve Jobs)

Alessio Baronci

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