Oscar For Best Supporting Actor: Facciamo Un Passo Indietro

Ho sempre avuto la sensazione che gli Oscar al miglior attore ed attrice non protagonista fossero una sorta di pecora nera dell’Academy. Istituiti nel 1936, nove anni dopo la prima edizione della manifestazione sembrano essere, anche solo per questo, i primi premi per così dire minori della cerimonia. E’, in fondo, un riconoscimento destinato a tutti quegli attori che ricoprono un ruolo spesso da comprimario nel film (l’antagonista nei casi migliori, un personaggio minore o, più semplicemente, di contorno, di passaggio, nei peggiori) e potrebbe suonare, proprio per questo, come il più classico dei contentini (“Coraggio ragazzo…quest’anno hai vinto il campionato dilettanti, magari la prossima volta giocherai con gli adulti” sembra dire ogni statuetta all’orecchio del vincitore di turno) ma, banale dirlo, probabilmente questa doppia categoria è quella su cui si può chiacchierare di più. Tutta quella teoria che punta a voler restituire dignità a questo premio perché i premiati risultano, spesso, ben più convincenti degli attori protagonisti di turno è corretta, anzi, forse è il vero e proprio primo passo per comprendere che il puro atto di consegnare una statuetta d’oro nasconde in realtà molto più di ciò che appare in superficie. Il premio Oscar, soprattutto quello collegato a categorie minori, ha sempre funzionato come un radar utile a captare determinate tendenze, modi di sentire, derive della cultura popolare che le varie giurie che si sono avvicendate agli Academy hanno provato a concretizzare di volta in volta in un nome, in un vincitore che fosse, il più possibile, una sorta di “rappresentante” attivo dell’audience e che dunque incarnasse, con quel determinato ruolo (davanti o dietro la macchina da presa) per cui era stato premiato, le istanze di quella collettività che l’ha visto al lavoro e che ha riversato su di lui i suoi dubbi, le sue idee sulla contemporaneità, le sue istanze sulla società che la circonda. In questo senso, i due premi Oscar gemelli ai migliori attori e attrici non protagonisti non fanno eccezione e, anzi, come si diceva poco fa, ci troviamo di fronte a due delle categorie che, forse insieme solo ai premi alla miglior regia e al miglior film, davvero, ci fanno capire “dove va il cinema”. Davanti a noi c’è un iceberg con una piccola punta ed una superficie subacquea praticamente immensa, a noi, a questo punto, non rimane che scavare.

Per lo spettatore del 2016, il palmares degli Oscar al miglior attore non protagonista consegnati durante il periodo classico di Hollywood, la Golden Age di Sunset Boulevard costituisce una sorta di archivio archeologico del sommerso cinematografico. Non è ancora il momento storico in cui l’Academy tenta una sorta di riflessione sulle istanze della collettività (e dopotutto il modello produttivo degli Studios e la poetica del cinema classico puntano a creare una sorta di mondo perfetto in cui l’audience possa perdersi, affogare, piuttosto che riflettere sui propri dubbi esistenziali) e tuttavia è interessante notare come, dalle origini fino alla fine degli anni ’60, i vincitori di questo premio in fondo, “dicono” anch’essi qualcosa ed appaiono ora, ad anni di distanza come i testimoni di una Hollywood dimenticata. E’ quasi malinconico riconoscere come, in questi anni, l’Oscar al migliore attore non protagonista delinei i confini di una sorta di campionato secondario che si gioca all’ombra delle più blasonate produzioni vincitrici dei premi al miglior film e alla miglior regia e termina con l’incoronazione di attori “minori” premiati magari per piccoli film che però, il più delle volte, risultano qualitativamente non inferiori a progetti più ricchi e complessi ma che, proprio perché non sono il Casablanca o il Via Col Vento di turno hanno finito per essere dimenticati dal grande pubblico. Giusto per fare qualche esempio per inquadrare questa tendenza senza impantanarci in sterili dati statistici, nel 1937 Spencer Tracy vinceva l’Oscar come miglior attore protagonista di Capitani Coraggiosi, mentre Joseph Schildkraut veniva incoronato vincitore nella categoria Miglior Attore Non Protagonista per il suo ruolo nello splendido biopic su Emile Zola; e ancora, nel 1948 Laurence Olivier vince a mani basse il riconoscimento come miglior Attore Protagonista per il suo Hamlet (che vincerà anche come miglior film) mentre il grandissimo caratterista Walter Houston sarà il vincitore nella categoria Miglior Attore Non Protagonista per Il Tesoro Della Sierra Madre. E così il pattern, lo schema, il gioco di potere si ripete, al grande attore, all’attore di prima fascia risponde sempre un caratterista giovane, magari ancora acerbo ma di grande talento, un’artista che “si farà”, potrebbe dire qualcuno, due occorrenze su tutte in questo senso: Gary Cooper che nel 1952 vince l’Oscar al miglior attore protagonista per High Noon (e a cui risponde Anthony Quinn con Viva Zapata!) e Gregory Peck, che nel 1962 vince il riconoscimento maggiore per la recitazione maschile con To Kill A Mockingbird ( a cui risponde Ed Begley, miglior attore non protagonista per Sweet Bird Of Youth).

Gli anni ’70 e l’ingresso della New Hollywood al tavolo da gioco segnano (felicemente) da un lato la teorizzazione di un nuovo modo di produzione (figlio delle controculture, di un certo atteggiamento creativo politico, quando non propriamente critico, di un rapporto con la dimensione cinema anarchico più che controllato e soggetto a delle regole) che prima si contrappone e poi distrugge il sistema produttivo del cinema classico e dall’altro fondamentalmente l’inizio di un’azione di guerriglia intellettuale che punta a svegliare il pubblico dal torpore in cui l’aveva fatto cadere la Hollywood della Golden Age. I prodotti della New Hollywood puntano, prima che a instaurare un dialogo con lo spettatore, a metterlo di fronte alla realtà dei fatti, alla concretezza della contemporaneità che accoglie la sua vita quotidiana, spesso dura da accettare, spesso complessa da comprendere, il più delle volte ambigua ed ingiusta. E’ l’inizio di quella strana connessione tra personaggio, film e spettatore che, con modalità diverse, va avanti ancora oggi, quel sistema a tre forze in cui il regista utilizza il film per riflettere, in un modo o nell’altro su significati utili a comprendere la contemporaneità, riversa parte delle sue “argomentazioni” su un suo personaggio e lo spettatore recepisce il discorso critico generale, ponendolo subito dopo a contatto con il proprio sentire, con la propria esperienza arrivando a sintetizzare una certa idea sul film e sul contesto che ospita il film stesso esercitando, nei casi migliori quello spirito critico che questi giovani filmakers sembrano voler riattivare nel loro pubblico. Sappiamo dunque che dagli anni ’70 si è assistito ad una sorta di tendenza demistificatoria da parte del cinema, che vede la settima Arte al centro di un’azione volta a distruggere tutte le sovrastrutture che hanno governato il mondo dell’intrattenimento e della cultura pop fino a quel momento, così da portare lo spettatore allo scontro con la dura e cruda realtà dei fatti, sappiamo anche che il pubblico ha particolarmente apprezzato questa tendenza artistica ai limiti dell’anarchico e che questa sua sintonia con il nuovo modo di intendere lo spettacolo si è riflessa in particolar modo nelle scelte dell’Academy (come vedremo tra poco) ciò che risulta curioso è che, a giudicare dai vincitori che si sono succeduti negli anni, nella categoria “Miglior Attore Non Protagonista” ci troviamo di fronte ad una vera e propria degenerazione di questo stesso “atteggiamento” del cinema che certo, magari con gli anni ha perso la carica che la portava ad essere, in origine, l’unica forza di resistenza in grado di far sviluppare nello spettatore medio un certo spirito critico, ma che certamente ha continuato ad essere presente, come un fiume carsico che scorre sotto la superficie delle cose, e a compiere la missione che l’inconscio collettivo sembra avergli affidato, malgrado tutto, malgrado, negli anni, il mondo della settima arte sia, in fondo, tornato a dirci che va tutto bene, che ne usciremo alla fine, malgrado abbia continuamente tentato di farci tornare nella dimensione effimera che l’ha generato.

Andiamo con ordine. Siamo nel 1971 e a vincere la statuetta come Miglior Attore Non Protagonista è Ben Johnson per The Last Picture Show di Peter Bogdanovich, un film che, forse per la prima volta in modo così brutale, prende il pubblico e lo pone di fronte a concetti quali la decadenza, il trascorrere inesorabile del tempo, la democrazia della morte, che arriva a colpire i giovani, la guerra; la storia, per certi versi, si ripete nel 1974, quando Robert De Niro vince l’Oscar per la sua interpretazione del giovane Don Vito Corleone ne Il Padrino: Parte II, forse il primo vero antieroe, malvagio della storia del cinema moderno. Le vittorie di Jason Robards, nel 1976, per il ruolo del caporedattore in All The President’s Men e di Christopher Walken, nel 1978, per la sua interpretazione di Nick Chevotaverich in The Deer Hunter sono però quelle che ci dicono di più in merito al discorso che abbiamo provato a fare finora: da un lato abbiamo il caporedattore di un giornale (Robbards) che si ritrova a gestire la più grande indagine a sfondo politico degli ultimi cinquant’anni e che ha per le mani la difficile responsabilità di dire, ai suoi lettori, che il presidente che hanno votato, un uomo che dovrebbe essere considerato individuo di specchiata onestà e garante della costituzione americana in realtà è un ciarlatano egoista; dall’altro lato della barricata c’è un giovane (Walken) che sperimenta sulla sua pelle la tragedia della guerra del Vietnam, non un eroe, piuttosto l’uomo sbagliato al posto sbagliato.

Lo abbiamo detto poco fa, dagli anni ’80 in poi questa corrente distruttrice dei valori stabili dell’immaginario collettivo tipica del decennio ’70 passa improvvisamente sottotraccia e tuttavia rimane viva, attiva e presente in tutto l’orizzonte della settima arte e se fino a questo momento il senso di questa frase può essere poco chiaro, il discorso cambia quando si riflette su alcuni dei migliori attori non protagonisti premiati in questo lasso di tempo. Mentre il cinema comincia a popolarsi di eroi d’azione senza macchia e senza paura e nei film comincia a trapelare un certo ottimismo dato dal contesto generale caratterizzato da ricchezza ed edonismo tipico degli anni ’80, l’Academy, nella categoria migliore attore non protagonista premia attori come Timothy Hutton (1980, per Ordinary People), Jack Nicholson (1983, per Terms Of Endearment), Don Ameche (1985, per Cocoon) e Sean Connery (1987, per The Untouchables) per i ruoli, rispettivamente, di un padre di famiglia che vede l’equilibrata realtà che ha impiegato anni a costruire distruggersi di fronte ai suoi occhi, un superficiale donnaiolo che punta solo all’ennesima conquista sentimentale senza preoccuparsi delle conseguenze, un vecchietto che è costretto ad intraprendere un’impresa per provare a salvare il pianeta da una minaccia aliena ed un poliziotto irlandese legatissimo al suo lavoro ma al contempo estremamente disilluso dalla piega che ha intrapreso la società che si ritrova a difendere. Ci troviamo di fronte a uomini comuni che l’istanza narrante e la storia che li vede protagonisti rendono straordinari ma che, il più delle volte, sono anche, con la loro sola presenza, la prova che l’America ha fallito e che tutto l’ottimismo di quegli anni, forse, è solo la facciata che tenta di nascondere qualcosa di sbagliato, di tragico.

Altro decennio, altro piccolo passo verso l’involuzione di quella deriva demistificatoria che a quanto sembra sta prendendo piede sempre di più, a questo punto, nelle categorie minori degli Academy. A scorrere il Palmares, è chiaro che il decennio ’90 vede il trionfo di un nuovo personaggio archetipo all’interno del sistema di valori del pubblico del tempo: l’antieroe. Pensateci, giusto per fare qualche nome, Tommy DeVito, il mafioso tuttofare interpretato da Joe Pesci in Goodfellas (vincitore della categoria nel 1990), il pistolero Little Bill Daggett, coprotagonista di Unforgiven e lasciapassare di Gene Hackman verso l’ambita statuetta nel 1992, lo U.S. Marshall interpretato da Tommy Lee Jones che regalerà la vittoria all’attore nel ’93 (per The Fugitive) ed infine, il leggendario Kaiser Souza, mente criminale con il volto di Kevin Spacey vittorioso nell’edizione ’95 ed antagonista di The Unusual Suspects sono tutti personaggi che, in un modo o nell’altro hanno un rapporto decisamente ambiguo con il sistema di valori con cui si interfacciano, e che anzi, proprio a causa di alcuni loro comportamenti potrebbero tranquillamente essere considerati degli antagonisti ma che, agli occhi della diegesi appaiono come i veri e propri protagonisti della storia. Per questo motivo, forse per la prima volta, i rapporti empatici che si instaurano tra spettatore e personaggio si ribaltano ed ora, l’audience si ritrova a parteggiare per quel personaggio oscuro ma terribilmente affascinante che compie il bene grazie ad azioni negative, confrontandosi con quella dimensione terribilmente affascinante del male da cui tutti noi siamo irrimediabilmente attratti, tutto questo mentre nelle categorie maggiori continuano a vincere, negli anni, film che si ostinano ad ammantare tutto sotto una coltre di generale ottimismo, buoni sentimenti, di ideologia, di superficialità.

Questo discorso raggiunge un nuovo livello di consapevolezza nei primi dieci anni del 2000, quando le vittorie di Tim Robbins (nel 2003, per la sua performance nei panni dell’assassino in Mystic River), del killer Anton Chigurgh, (Javier Bardem in No Country For Old Men) nel 2007, di Christoph Waltz (nel 2009, per la sua interpretazione in Inglorious Bastards) e soprattutto del Joker di Heat Ledger nel 2008, fanno comprendere come, ormai, il favore del pubblico sia rivolto agli antagonisti, un po’ come se la pura fascinazione del male che li aveva coinvolti negli anni ’90 sia diventata, forse anche a causa degli avvenimenti accaduti nel frattempo, una vera e propria attrazione. Il male sembra aver inglobato l’inconscio collettivo o meglio, appare chiaro che il pubblico si rifugia nel lato oscuro dell’anima come se ciò lo aiutasse a comprendere meglio l’insensatezza del contesto contemporaneo in cui vive.

Questa profonda negatività negli ultimi cinque anni, a leggere il palmares, sembra essersi mitigata e tuttavia, se si riflette bene è chiaro che si è solo trasformata in una generale ricerca dell’ambiguità, (di senso, di genere sessuale, ambiguità psicologica, ambiguità nella caratterizzazione e via dicendo). Nel 2011 Christopher Plummer vince per aver interpretato, in Beginners, un settantenne omosessuale represso, l’anno dopo Christoph Waltz vince per la seconda volta con un film di Tarantino interpretando un personaggio positivo che però rimane ambiguo fino al climax del penultimo atto, Jared Leto, nel 2013, è un travestito nello splendido Dallas Buyers Club e vince statuetta e stima della stampa e del pubblico per l’ennesima performance riuscita; nel 2015 infine, non possiamo non citare la vittoria di J.K. Simmons per il suo ruolo di maestro, guida ed al contempo antagonista in Whiplash.

Giunti alle porte dell’edizione del 2016, non resta dunque che osservare con curiosità chi sarà il vincitore e, conseguentemente, quale istanza dell’inconscio collettivo porterà avanti la vittoria ma per ora, riflettendo solo sui candidati, si può dire comunque che praticamente tutti gli esponenti delle tendenze finora esposte sono presenti: abbiamo l’eroe anni ’80 decaduto (Stallone per Creed ), il personaggio ambiguo (Mark Rylance per Il Ponte Delle Spie), l’attore portatore di una certa tendenza demistificante (il Mark Ruffalo di Spotlight che ricorda così tanto il Redford di All The President’s Men), il personaggio che incarna il male (Tom Hardy in The Revenant) e quello positivo ma difficile da “leggere”, da comprendere fino in fondo (Christian Bale in The Big Short).

Alessio Baronci
© Riproduzione Riservata