Oscar For Best Actress: Facciamo un passo indietro.

L’ Oscar ha sempre avuto il suo peso nello sviluppo della carriera cinematografica dell’interprete vincitore, che si trattasse di una stella emergente o di un divo già acclamato, questo premio è stato e sarà sempre una meta agognata per affermarsi o, se non altro, il riconoscimento più altisonante rilasciato dalla vetrina stelle e strisce più glamour di tutte. Nella maggior parte dei casi l’Oscar, oltre a sancire la classe, lo stile e distinguere la personalità dell’attore o attrice meritevole del titolo, ha consentito il rafforzarsi di quel processo di mitizzazione del personaggio cinematografico (che sia una Mary Poppins, una  Mildred Pierce, o Rossella O’Hara per citarne solo qualcuna), il cui lavoro ha permesso di renderlo credibile, carismatico, incisivo. Un’incarnazione attoriale che entra nel nostro immaginario mediatico e culturale grazie alla forte risonanza costruitagli attorno, pian piano trasformatasi in materia immortale fatta di celluloide. Un personaggio che nelle movenze, nel contesto sociale in cui è inserito e nei vari rimandi extradiegetici intrecciati alla carriera del performer dietro la maschera, viene innalzato in una sorta di Olimpo dorato dove la statuetta ne timbra insolubilmente il mito.
Il premio Oscar per la migliore interpretazione femminile è uno dei primi storici riconoscimenti della cerimonia degli Academy, consegnato in occasione della prima rassegna nel 1929. La prima trionfatrice fu l’indimenticata Janet Gaynor, premiata per ben tre film, tra cui l’immortale capolavoro del cinema muto Aurora di Friedrich Wilhelm Murnau. Quest’opera, la prima in cui il regista Murnau applica il proprio dinamismo visivo e la sua predilezione per la composizione fotografica su una produzione hollywoodiana,  racconta uno spaccato a tratti crudele della società americana: un contadino viene sedotto da una vamp cittadina che lo spinge ad annegare la moglie, ma lui non ce la fa e, nonostante la comprensibile paura della giovane (interpretata da Janet Gaynor) per il fatto, i due si ritrovano grazie ad una gita in città, dove passano il pomeriggio in un Luna Park e si riscoprono innamorati.

"Aurora" di Friedrich W. Murnau del 1927. Anses (George O' Brien) insieme alla moglie Indre (Janet Gaynor).
“Aurora” di Friedrich W. Murnau del 1927.
Anses (George O’ Brien) insieme alla moglie Indre (Janet Gaynor).

Da questo momento in poi le attrici premiate, in particolare quelle comprese nel periodo d’oro del cinema classico americano, dagli anni ’40 fino agli anni ‘50, sono i volti simbolo della macchina produttiva Hollywoodiana, in una fase fondamentale inaugurata dall’avvento del sonoro (che prende piede nelle pellicole) e dal crescente sviluppo e consolidamento dello studio system: si realizzano film ispirati a soggetti letterari forti, storie  basate su dinamiche, stereotipi, stili e iconografie standardizzate in quanto ruoli e script, vicende riconoscibili agli occhi del grande pubblico, con regie canoniche e lineari, dove i nomi dei divi sono indissolubilmente legati a generi ben definiti. Siamo negli anni in cui brillano le eroine integre, oneste e romantiche di Bette Davis (Jezebel 1939), Vivien Leigh (Gone with the Wind del 1940 e A Streetcar Named Desire 1952), Joan Fontaine (Suspicion, 1942), Ingrid Bergman (Gaslight del 1945 e Anastasia del 1957), Joan Crawford (Mildred Pierce, 1946), Audrey Hepburn (Roman Holiday 1954) e Grace Kelly (The Country Girl, 1955); bellezze senza tempo e simboli comportamentali di un codice etico dai valori inossidabili. Personaggi rivelatori di donne volenterose, magari umili d’origini (non tutte), ma istruite e di spiccata personalità, oneste, diligenti e non immuni all’amore. Riflessi di un gentil sesso fiero del suo essere donna, capace di farsi largo anche nelle disavventure, inaugurate da un personaggio femminile reso immortale proprio grazie al successo nella cerimonia degli Oscar del 1935. Stiamo parlando dell’ereditiera viziata Ellie Andrews di Claudette Colbert in Accadde una notte (It Happened One Night), che fugge dal padre per sposare un bell’aviatore, ma per tale scopo, dovrà condividere il viaggio con l’aitante e squattrinato giornalista Pietro Warne, interpretato da Clark Gable, disposto ad aiutarla in cambio di uno scoop esclusivo. Nel viaggio si innamorerà di Pietro e imparerà l’arte di arrangiarsi, sfruttando le sue doti di avvenenza e fascino e a vivere fino in fondo quest’inaspettata attrazione. Indimenticabile e quanto mai esplicativa del discorso appena fatto, la scena dell’autostop, capace di unire il richiamo del fascino femminile e il gioco di battute tipico della romantic comedy:

Ellie: Che ne dite del mio metodo?
Clark: Niente.
Ellie: Vedete, per la psicologia di un uomo ci vuole la gamba di una donna.

1 - it happened one night
“Accadde una notte” di Frank Capra del 1934. Ellie (Claudette Colbert) scopre appena la gamba dopo i vani tentativi di Peter (Clark Gable) di fermare qualcuno che dia loro un passaggio.

 

Negli anni ’40 iniziano a farsi avanti donne con aspirazioni verso il cambiamento, l’emancipazione e perché no l’indipendenza pur restando fedeli al loro contesto canonico. Il film Mildred Pierce affronta un discorso sulla donna, incarnata da Joan Crawford, che caratterizza la cultura Usa in un periodo in cui il gentil sesso, dopo aver occupato i posti lavorativi degli uomini partiti in guerra, deve affrontare una società che voleva reinserire le operaie nell’ambiente domestico. Qui si apre la novità, il cambiamento: il personaggio della Crawford, casalinga intelligente e attiva, si emancipa dal proprio ruolo di madre di famiglia per abbracciarne uno più vitale e autonomo, indipendente, maturo sia in ambito lavorativo, con l’apertura di un ristorante da gestire in proprio, sia sessuale, attraverso una relazione extraconiugale. Desideri, sogni, traversie da intraprendere con coraggio, le stesse che nonostante la volontà maschilista voleva relegare le donne dietro fornelli e scope, le spingono a evolversi, a volere qualcosa per sé nei medesimi ambienti lavorativi degli uomini.

Nel 1956 vediamo che perfino il volto nostrano della grande Anna Magnani entra nella storia degli Oscar per un ritratto femminile complesso, combattuto tra amor fu passato e pulsioni per una storia presente. Il personaggio in questione è ovviamente quello protagonista del drammatico La rosa tatuta, tratto da Tennessee Williams, in cui l’attrice riesce a unire alla perfezione le esigenze drammatiche del testo e l’irruenza viva e viscerale tipica delle sue interpretazioni.

Nel corso degli anni ‘60 il cinema americano con i suoi divi e i suoi miti, i suoi generi codificati e i vari sottotesti morali nascosti nelle maglie delle narrazioni, inizia a evolversi verso un’orizzonte nuovo per la Golden Age di Hollywood. Siamo nell’epoca segnata da eventi importanti, come la guerra in Vietnam e l’assassinio di Kennedy, fasi che rappresentano un brusco risveglio per quell’America sognante, fiduciosa e integra, metaforizzata dal modello di eroina cinematografica sopracitata. Avvenuta questa traumatica perdita dell’innocenza non si potrà tornare sui propri passi, se non in forme alternative, indipendenti, sperimentali e antinarrative. Siamo negli anni in cui si affermano gli “autori”a discapito delle mega produzioni e dei loro codici di comportamento e di standardizzazione del prodotto filmico, escono allo scoperto quelle voci libere, anticonformiste e acculturate (di coloro che viaggiando e studiando hanno conosciuto i movimenti artistici della nouvelle vague e dello sperimentalismo formale russo, ad esempio) che aprono l’esperienza della cosiddetta New Hollywood, che durerà per tutti gli anni ’70. Il modo di concepire e produrre i film cambia: alla linearità espositiva sopraggiunge la disarticolazione narrativa e gli stessi personaggi vengono inseriti in contesti più angoscianti, assumendo caratteristiche più sfumate e contraddittore. Bisogna però mettere in chiaro un dettaglio: questo cambiamento per quanto riguarda i personaggi avviene soprattutto sulla caratterizzazione del personaggio maschile, rispetto ai ruoli per attrici, che continuano a possedere aspetti rassicuranti. Mentre i primi significativi film-manifesto della New Hollywood, tra cui The Graduate (1967) di Mike Nichols, Bonnie and Clyde (1967) di Arthur Penn e Easy Rider (1969) di Dennis Hopper presentano personaggi interpretati da attori antitetici rispetto al modello del divo alla John Wayne o alla Clarke Gable, come Jack Nicholson e Dustin Hoffman, film segnati dalle rivolte giovanili, dal desiderio di ribellione contro la società e i suoi vincoli, dalla controcultura e dalla crisi identitaria delle nuove generazioni; le donne si muovono ancora in contesti narrativi “classici”. L’Accademy sembra quasi non voler abbracciare sino in fondo questi primi sintomi di “rottura” e nella categoria migliore attrice trionfano personaggi rassicuranti, forti, stravaganti magari ma politicamente corretti come Julie Andrews (Mary Poppins,1965).

"Mary Poppins" di Robert Stevenson, 1964. Mary Poppins (Julie Andrews) insieme a Bert (Dick Van Dyke) nel famoso musical Disney.
“Mary Poppins” di Robert Stevenson, 1964.
Mary Poppins (Julie Andrews) insieme a Bert (Dick Van Dyke) nel famoso musical Disney.

Nel 1967 è il momento in cui si registra uno strappo, una piccola apertura da parte dei votanti come dimostra il successo sul fronte dei premi per le attrici Elizabeth Taylor e Sandy Dennis del film diretto da Mike Nichols Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who’s Afraid of Virginia Woolf?) duro ritratto borghese i cui protagonisti sono coppie in crisi d’identità, incapaci di relazionarsi se non rinfacciandosi sconfitte e delusioni, stracciando il velo dell’ipocrisia e del buonismo. Siamo comunque in tempi in cui l’Academy  si concentra su tematiche piuttosto sentite, come l’integrazione razziale e in un’annata tanto importante come il 1968, sul fronte femminile, preferisce premiare il ben più positivo e accogliente personaggio di Katharine Hepburn, donna liberale e aperta al matrimonio interrazziale  di Indovina chi viene a cena? (Guess Who’s Coming to Dinner, 1968) rispetto alle protagoniste delle opere sopracitate, come la Mrs Robinson di Anne Bancroft di The Graduate, donna benestante e dagli atteggiamenti morbosamente ambigui e la ribelle fuorilegge di Faye Dunaway di Bonnie e Clyde.

Negli anni ’70 la perdita d’innocenza dell’America e l’affievolirsi della fiducia nei valori, implica un’apertura a personaggi più inquietanti, negativi nell’agire, degenerati da ambizioni sfrenate, spesso veri e propri antagonisti. Vediamo dunque riproporsi l’attrice Faye Dunaway protagonista premio Oscar per il feroce e dissacrante Quinto potere (Network, 1977) di Sidney Lumet, dove incarna la cinica responsabile di uno studio tv disposta a tutto, persino all’eliminazione fisica di un uomo, per l’ossessione degli ascolti. Il film è un’apologo indimenticabile sul mondo dell’informazione e sull’immoralità insita nei personaggi legati allo showbuisness, ritratti cinematografici figli di questo nuovo clima di rottura che apre le produzioni hollywoodiane verso scenari narrativi più contorti, dove il peso politica si avverte in forma di sottotrama. Un altro titolo di rottura è in parte Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976) di Milos Forman, film che contrappone la libertà folle e umana di un gruppo di reclusi in un manicomio, capeggiati dal ribelle e anticonformista Randle Patrick McMurphy, interpretato da Jack Nicholson, al controllo castrante e dittatoriale del reparto medico e infermieristico di cui è a capo l’inquietante infermiera Mildred Ratched, che ha il volto di Louise Fletcher. Il film vince cinque statuette, tra cui quelle per le due prove degli interpreti, confermando un’iniziale predilezione per donne in ruoli da antagoniste. Bocciati gli autori della modernità, inizia a prendere piede una nuova generazione di registi capaci di unire esigenze produttive a personalità artistica; ed è così che uomini come Francis Ford Coppola, Stanley Kubrick, George Lucas, Steven Spielberg e Martin Scorsese danno vita a una serie di titoli cult, capolavori epocali della New Hollywood, continuano a presentare personaggi protagonisti nel segno dell’ambiguità, antieroi legati al mondo criminale, al trauma del Vietnam o eroi che vengono “dal basso”, discriminati come folli o sognatori. Tornando a parlare di protagoniste femminili, oltre alle antagoniste, vediamo l’incarnazione della donna dai liberi costumi, dalla sessualità più libertina e attiva nei confronti del maschio, come i personaggi di Glenda Jackson (Women in love 1971 e A Touch of Class 1974); la sex symbol Jane Fonda che diviene attivista politica e convinta pacifista contro il Vietnam e la politica di Nixon (vince l’Oscar nel 1972 con Una squillo per l’ispettore Klute) e delle anti-dive postmoderne: Ellen Burstyn in Alice non abita più qui (1975) di Martin Scorsese, giovane vedova con un figlio che per far fronte alle difficoltà si trasferisce in una nuova città, trova un lavoro da cameriera, rinuncia al sogno di sfondare come cantante e riscopre la solidarietà femminile e Diane Keaton in Io e Annie, è il perfetto contraltare/musa di un altro personaggio americano la cui cultura cinefila è pregna delle esperienze alternative, che hanno fatto capolino nelle realtà europee, ovvero il newyorkese Woody Allen.

Diane Keaton è Annie in "Io e Annie" di Wody Allen.
Diane Keaton è Annie in “Io e Annie” di Wody Allen.

Negli anni ’80 le Major riacquistano peso decisionale all’interno dell’industria di Hollywood e sembra esserci un deciso passo indietro sul modello femminile che l’Academy in qualche modo aveva promosso nelle precedenti edizioni. Ritorniamo così a modelli decisamente più positivi, inserite in storie dai facili sentimenti, personaggi sopravvissuti alla crisi degli anni ’70, caratterizzate da evidenti fragilità emotive e dal doloroso confronto con se stesse e le proprie scelte, memori di una passato difficile e di un presente segnato dal dubbio e dall’incertezza: ritroviamo Katharine Hepburn  (On Golden Pond, 1982), Meryl Streep (Sophie’s Choice, 1983) Shirley MacLaine (Terms of Endearment, 1984) Sally Field (Places in the Heart, 1985) e Jodie Foster (The Accused, 1989).

Negli anni ‘90, mentre l’industria del cinema diviene una piccola rotellina del grande meccanismo che è la logica dell’intrattenimento, mentre il classico viene ripreso in forme di citazione, di nostalgia o parodia, all’interno degli universi diegetici raccontati non c’è più un sistema patriarcale affidabile, anzi la figura maschile è spesso messa in discussione e le azioni dei personaggi femminili risultano nuovamente più attive, quasi fossero desiderose di ritagliarsi uno spazio da protagoniste più stabile di quello maschile. Gli esempi più illustri riconosciuti dall’Academy, sono dunque: Susan Sarandon, suora che lotta attraverso la fede e la pietà umana per salvare la vita e l’anima di un omicida condannato a morte in Dead Man Walking (1996); Helen Hunt in Qualcosa è cambiato (1998), madre single infelice ma tenace, coinvolta in un bizzarro triangolo con uno scrittore misantropo e affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo e un pittore omosessuale affettuoso e fragile (due figure maschili chiaramente anti-classiche); lo sceriffo sui generis di Frances McDormand nello squallore della provincia americana del capolavoro postmoderno Fargo (1997) dei fratelli Coen; Holly Hunter in Lezioni di piano (1994), donna muta che comunica solo con la musica del pianoforte, combattuta tra civilization e wildness, ma che alla fine preferisce la passione selvaggia di un uomo rozzo di origini Maori  all’amore del ricco e autoritario promesso sposo e persino la giovane Gwyneth Paltrow, che indossa le vesti maschili per poter recitare in una commedia teatrale, ruolo proibito alla donna dalla società inglese del tardo 600, nel romantico Shakespeare in Love (1999). Non dimentichiamoci poi di due indimenticabili personaggi cinematografici, figure simbolo degli anni ’90 (entrambe inserite inserite in contesti narrativi morbosi e ambigui legati al genere thriller) grazie a due successi al botteghino: nel 1991 Kathy Bates vince l’Oscar grazie all’inquietante e psicopatica Annie Wilkes di Misery non deve morire di Rob Reiner (tratto da Stephen King), appassionata lettrice di romanzi rosa che segrega l’autore del suo personaggio preferito e lo obbliga a riscrivere l’ultimo romanzo, trasformandosi dunque in deus ex machina dell’azione e vero e proprio villain, e l’anno dopo Jodie Foster, nei panni della recluta dell’F.B.I. Clarice Starling di The Silence of the Lambs di Jonathan Demme (ispirato ai romanzi di Thomas Harris), che, nonostante la poca esperienza, impara a stare alla pari dell’enigmatico, malvagio e affascinante dottor Hannibal Lecter (che diventerà per lei una sorta di Cicerone nei meandri della psiche umana), per fermare un pericoloso killer di donne.

Una giovanissima Jodie Foster nei panni di Clarice Starling in "Il silenzio degli innocenti".
Una giovanissima Jodie Foster nei panni di Clarice Starling in “Il silenzio degli innocenti”.

Agli albori del 2000 si susseguono molti personaggi realmente esistiti, il cui lavoro interpretativo ha richiesto per tutte queste attrici una recitazione immersiva e camaleontica di perfetta aderenza con l’originale, figure caratterizzate da personalità border line e da comportamenti sessuali ambigui: emblematici la giovane transgender Brandon Teena di Hilary Swank in Boys Don’t Cry (2000), la scrittrice aspirante suicida Virginia Woolf di Nicole Kidman in The Hours (2003), la killer ammazza uomini di Charlize Theron in Monster (2004), fino alla SS analfabeta di Kate Winslet in The Reader (2009). Abbiamo però anche un ritorno di personalità più vincenti, anche se provenienti da ambienti disagiati e suburbani che ottengono riscosse e rivincite. Non possiamo non citare la Halle Berry di Monster’s ball (2002), Reese Witherspoon di Walk the line (2006), Hilary Swank per Million Dollar Baby (2005) e soprattutto la Julia Roberts vincitrice dell’Oscar 2001 con Erin Brocovich. Quest’ultima apre un discorsco interessante, infatti, nonostante si tratti di un’opera di denuncia con lieto fine, è una chiara affermazione dello status attivo della donna all’interno della società patriarcale, in cui la Roberts incarna il perfetto negativo della Viviane del noto Pretty Woman; una ragazza madre, che si lascia dietro il sogno da principessa con diadema per divenatere emancipata donna in carriera, capace di comunicare con gli ultimi come lei e di agire contro una potente industria del gas, senza cambiare il suo modo di vestire, di atteggiarsi o di relazionarsi con l’altro sesso.
Se dunque i personaggi femminili hanno acquisito uno status di emancipazione e di maturità granitiche, solide e adulte, ritratti delle contraddizioni del nostro tempo, sia che indossino fieramente tacchi a spillo (Meryl Streep in The Iron Lady e Helen Mirren in The Queen) o guantoni da box (Hilary Swank) o abiti discinti (Julia Roberts) è pur vero che non  mancano tra le recenti premiate dall’Academy modelli femminili segnati da processi di regressione, come la ballerina Nina di Natalie Portman in Black Swan di Darren Aronofsky, la vedova problematica di Jennifer Lawrence in Silver Linings Playbook di David O Russell, la svampita e contraddittoria donna borghese di Cate Blanchett in Blue Jasmine di Woody Allen fino alla recente Julienne Moore di Still Alice, dove interpreta una donna realizzata sia nel lavoro di docente universitaria che in quello di moglie e madre, la cui vita viene sconvolta dall’improvviso sopraggiungere di una forma presenile di Alzheimer.
Quest’anno a darsi battaglia saranno personaggi segnati da percorsi che abbiamo già riscontrato, confermando nuovamente come determinate tendenze agli occhi dei votanti dell’Academy non siano mai tramontate: abbiamo l’eroina anni ’50 che si scontra con la propria identità di donna emigrata nella società americana (Saoirse Ronan di Brooklyn), quello combattuto e lacerato dall’affievolirsi dei tempi andati e dalla minaccia del presente da melò anni ’80 (Charlotte Rampling di 45 anni), quello emancipato, femminista e indipendente degli anni ’70 (Jennifer Lawrence di Joy), quello ambiguo inserito in un racconto contrassegnato della morbosità (Cate Blanchett di Carol) e infine quello irrisolto, regredito, bloccato in un’adolescenza fuori tempo e fuori spazio (Brie Larson, Room).

Miglior attrice protagonista 2016

Laura Sciarretta
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