Oscar Best foreign language film. Un passo indietro, magari in terra straniera.

Ammetto che parlare della categoria Miglior Film Straniero, o per essere più corretti Miglior film in lingua straniera (Academy Award for Best Foreign Language) non è semplicissimo. Quante culture cinematografiche hanno lasciato un segno dalla magica notte delle stelle, quante storie hanno raccontato e quanto ancora hanno da insegnarci, quante lingue ascoltate nei ringraziamenti (o anche solo accenti), tutti legati a film che più o meno hanno lanciato buoni mestieranti a Hollywood e accresciuto la fama di indiscussi maestri del cinema. Il mio primo ricordo di questo Oscar è legato all’edizione del 1999. Come dimenticarla? Vedere Roberto Benigni saltellare di poltrona in poltrona per ricevere il Premio al Miglior film Straniero dalle mani di un’emozionata Sofia Loren fu indimenticabile. Quanti di voi, in tutta onestà, non hanno battuto le mani e sorriso alla famosa frase:“ And the Oscar goes to…Robertooooo!!!”?Questa nomination l’ho sempre vista come quella più imprevedibile, dove conta poco il premio a Cannes vinto l’anno prima, la polemica politica o le somiglianze vere o presunte con il miglior film in generale. Ciò che conta è il forte impatto mediatico, oltre che culturale, che l’opera in questione ha avuto in quella particolare annata agli occhi degli addetti alla votazione per conto dell’Academy. La mia convinzione, ovviamente parziale, è che questo Oscar vada a premiare non solo il film ma la capacità del testo filmico di tratteggiare quelle specifiche qualità folkloristiche, identitarie e antropologiche della nazione presentata, aspetti riconoscibili magari nello stile visivo, o nell’inquadramento storico prescelto dallo script (eventi che hanno segnato la storia politica della nazione) e persino nei cliché presenti, che col tempo si sono consolidati agli occhi degli spettatori. Ma procediamo con ordine.

Storia

La strada da praticare per giungere a quel fatidico momento non è semplice, sono diverse le tappe che ogni candidato deve affrontare prima di entrare nella tanto agognata cinquina. Qualche volta il titolo non riesce a entrare, come successo per l’Italia tante volte negli ultimi anni, fatta eccezione per La Grande Bellezza che ha anche vinto. Una volta superato ogni ostacolo, quando si è passati da 71 proposte a soli 5 titoli tutto può succedere. C’è ovviamente un favorito, magari un titolo già premiato altrove, ma non è mai una garanzia di vittoria.
L’Oscar per il miglior film straniero è consegnato a un regista (o in alcune circostanze ad un produttore) per un lungometraggio prodotto e realizzato al di fuori degli Stati Uniti d’America, le cui tracce di dialogo devono essere prevalentemente in lingua non inglese. Viene assegnato a partire dal 1947 in quanto Oscar Speciale e poi Onorario, e durante la prima, storica, cerimonia il vincitore è Sciuscià di Vittorio De Sica, film simbolo del neorealismo italiano che grande fama avrà fuori dai confini nazionali, permettendo così di imporci a livello internazionale. Dal 1955 la nomina ufficiale diviene Academy Award for Best Foreign Film e anche stavolta è l’Italia a esultare grazie a La Strada del maestro Federico Fellini, l’unico personaggio (insieme a Vittorio De Sica se considerati gli Oscar Onorari) con il record di ben quattro film realizzati che hanno avuto l’onore di vincere un tale riconoscimento. Questi premi, tuttavia, non sono stati distribuiti sempre in modo regolare per ogni annata (esemplare il caso del 1953) e ricordiamo che nella categoria in questione, fino al 1955, non vi era mai stata una vera competizione, poiché non c’erano candidati, ma semplicemente un vincitore già stabilito.

Nel corso degli anni, il miglior film straniero è stato il più delle volte prodotto in Europa: dal 1947 ben cinquantacinque statuette sono andate a film europei, sei per l’Asia, tre per l’Africa e tre a film provenienti dal Sud America. Il paese straniero più premiato è l’Italia, con 11 premi vinti, 3 Premi Speciali e 28 nomination, mentre Israele è il paese straniero con il maggior numero di nomination, 10 in totale, senza aver mai vinto. Il Portogallo ha il maggior numero di osservazioni senza aver mai ottenuto una nomination. Per vincere non è previsto che i film proposti escano negli Stati Uniti, al fine di poter beneficiare della concorrenza, mentre è essenziale che siano stati presentati in anteprima nel loro paese di produzione e rigorosamente entro il periodo di ammissibilità definito dalle regole dell’Academy e deve essere stato esposto per almeno sette giorni consecutivi in una sala cinematografica commerciale. A partire dall’80°edizione degli Academy Award, il termine di rilascio per la categoria film in lingua straniera è stato fissato il 30 settembre del 2007, mentre il giro di qualifica per la maggior parte delle altre categorie venne prorogata fino al 31 dicembre 2007. Blue is the warmest color (La vita di Adele Cap.1 e 2) di Abdel Kechiche, storia di maturazione di un’adolescente attraverso l’amore passionale e assoluto per una pittrice dai capelli blu, ad esempio, non poté essere proposto come candidato proprio a causa della distribuzione nei cinema stabilita una settimana oltre il tempo consentito. Un film che, al di là delle polemiche (per via delle immagini di sesso giudicate troppo esplicite), avrebbe meritato una chance per il momento storico che viviamo, per la prima Palma d’oro assegnata a ben tre persone per un film (oltre al regista, alle due interpreti Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux) e per il suo essere una sorta di manifesto artistico di un certo modo di fare cinema, inteso come ripresa diretta di trance de vie, che molto deve al movimento della Nouvelle Vogue. Aspetto, quest’ultimo, che è stato uno dei punti di forza dell’acclamato Boyhood di Richard Linklater, che l’anno scorso ottenne un bel numero di nominations. Quell’anno la Francia optò, dunque, per il meno pubblicizzato Renoir di Gilles Bourdosnon, ma non riuscì a entrare nella lista definitiva dei favoriti dall’Academy (senza considerare che il film di Kechiche era stato nominato per il Golden Globe nella medesima categoria).

Bisogna fare un po’ di chiarezza per quanto riguarda la dicitura di questo premio: la designazione “film per un paese in lingua straniera”non è del tutto esatta, dal momento che la questione della cittadinanza per un film conta meno della lingua parlata. Film stranieri dove la maggior parte del dialogo è in inglese non possono qualificarsi per il Miglior film in lingua straniera, requisito spesso usato dall’Academy per rifiutare papabili candidati, come ad esempio accade nel 2007, quando fu escluso l’israeliano La Banda di Eran Kolirin, poiché conteneva troppo dialogo inglese. Un altro fattore da espulsione è la trasmissione televisiva o streaming Internet di un film prima della sua uscita ufficiale in sala. Un film può essere rifiutato dagli Oscar, se il paese di rappresentanza non ha esercitato sufficiente controllo artistico nella produzione e nella lavorazione dell’opera. Diversi film sono stati dichiarati inammissibili dall’Accademy per quest’ultimo motivo, il più recente dei quali è Lust, Caution di Ang Lee nel 2007 per Taiwan. Dal 2006 i film presentati non hanno più l’obbligo della lingua ufficiale del paese che li presenta, tale requisito aveva impedito in precedenza a molti paesi di essere scelti. Il cambiamento delle regole, tuttavia, non ha influenzato l’ammissibilità di lingua non inglese per film americani, squalificabili dalla categoria film straniero a causa della loro nazionalità. Per questo, un film in lingua giapponese come Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood o un film in lingua maya come Apocalypto di Mel Gibson erano in grado di competere per l’Oscar 2006 per il miglior film straniero. Nonostante la presenza di autori di cinema acclamati fuori e dentro la propria terra natale o d’adozione, nessuno di loro ha avuto la possibilità con questo riconoscimento di poter leggere il proprio nome sulla statuetta. Già perché almeno fino al 2014 l’Oscar per il Miglior Film Straniero è accettato dal regista del film vincitore, ma è considerato un premio rappresentativo per il paese nel suo complesso. Fellini, ad esempio, non è mai indicato come il vincitore di un Oscar, nonostante le statuette assegnate ai propri film, così come De Sica, Kurosawa o Bergman (per citare i più candidati più illustri) non hanno la possibilità di vincere un Academy Award col proprio nome.

 

Entrare nei magnifici 5

La designazione del film per ciascun paese deve essere fatta da un’organizzazione, giuria o comitato composto da gente di cinema, i cui membri devono essere inviati per conto dell’Academy. Dopo che ogni paese ha designato il suo ingresso ufficiale, i film in copie sottotitolate in inglese sono spediti alla sede ufficiale dell’Academy e proiettati dal Foreign Language Film Award Committee(s) dove a scrutinio segreto vengono scelte le cinque nomination ufficiali. Il voto finale per il vincitore è limitato ai membri attivi dell’Academy. I membri che hanno guardato film in lingua straniera solo in videocassetta o DVD non sono ammissibili per votare. Queste procedure sono state leggermente modificate per il 2006, in cui viene deciso di istituire un processo in due fasi nel determinare i candidati. Nella prima un comitato composto da alcune centinaia di membri con base a Los Angeles ha visto i 71 film eleggibili fra metà ottobre e il 17 dicembre. Dalle loro votazioni escono sei titoli ai quali se ne aggiungono tre selezionati da un comitato esecutivo dell’Academy. A questo punto per arrivare alle cinque candidature bisogna aspettare il parere di alcuni ulteriori comitati appositamente selezionati a Los Angeles e New York che da gennaio vedranno i film e subito dopo voteranno i prescelti che saranno annunciati. Per il vincitore bisognerà aspettare la notte degli oscar, il 28 febbraio.

Quest’anno i cinque film candidati sono El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra, per la Colombia; Mustang di Deniz Gamze Ergüven, per la Francia; Il figlio di Saul di László Nemes, per l’Ungheria; Theeb di Naji Abu Nowar, per la Giordania e War (Krigen), di Tobias Lindholm, per la Danimarca. Tutte opere molto diverse, ma in qualche modo legate a tematiche abbastanza rintracciabili in edizioni passate. Una su tutte la tragedia della Shoah, rievocata con l’opera prima di Nemes, dove il punto di vista, da cui prendono vita intensi e angoscianti piani sequenza, appartiene a un deportato ebreo, membro del SonderKommando. La mdp lo insegue, lo chiude in primissimi piani di spalle, ponendo nel fuori campo l’orrore degli altri deportati, l’indicibile, il non rappresentabile (secondo Adorno) per raccontare la sua drammatica odissea all’interno del Lager, dove ogni azione commessa ha il disperato scopo di dare degna sepoltura al corpo di una ragazzo (che l’uomo presume essere il figlio). Un padre è il protagonista anche del film danese A War. In questo caso un soldato dislocato in Afghanistan che il destino metterà di fronte ad una scelta difficile e dalle inevitabili conseguenze giudiziarie, che cambierà per sempre la sua vita e quella dei suoi cari. Entrambe queste pellicole, poi, mostrano un fil rouge sottile che lega entrambe alla storia di questa categoria, ovvero il peso della Storia e dei suoi eventi sull’uomo (per la maggior parte tragici come, per l’appunto, la guerra e le sue conseguenze, anche in periodi recenti come mostra War). Se El abrazo de la serpiente, con la sua straniante fotografia in bianco nero, prende di petto le colpe del colonialismo europeo nelle incontaminate terre sudamericane, Theeb è la storia di un piccolo e curioso ragazzo beduino che insegue un ufficiale inglese alla ricerca di un pozzo sul sentiero de La Mecca, nel mezzo del deserto dove è viva la minaccia della guerra (siamo nel 1916). Lo sguardo giovane nella realtà desolata e assurda della violenza, dell’oppressione e dell’immobilità sembra essere al centro di Mustang, l’unico dei 5 che racconta una vicenda fortemente femminile, quella di un gruppo di giovani donne, desiderose di scoprire la vita e assaporarla, nonostante la tradizione e il potere patriarcale interni alla famiglia che soffocano il loro viscerale bisogno di libertà, trasformandole in delle recluse.

Storia e gioventù dunque. Aspetti che tornano più volte nella storia di questo premio, in particolar modo all’inizio degli anni 2000 fino ad oggi. Il tema dell’Olocausto ha molti predecessori: dal già citato La Vita è Bella al film tedesco Nowhere in Africa di Caroline Link, storia di una famiglia che fugge in Kenya per salvarsi dalla follia del Nazismo o l’austriaco Il Falsario di Stefan Ruzowitzky, storia di un truffatore ebreo coinvolto in un’operazione di riciclaggio per conto delle SS o ancora il recente Ida di Paweł Pawlikowski,vincitore l’anno scorso per la Polonia, storia di maturazione di una novizia che, a un passo dall’indossare l’abito, scopre di avere origine ebraiche grazie all’incontro-confronto con una zia sopravvissuta all’orrore. Racconti in cui l’evento esterno sconvolge le esistenze, obbliga i personaggi a scendere a patti con i propri valori, creando crisi familiari irreversibili, dubbi morali e religiosi nella personalità di chi è sopravvissuto all’orrore o di quelle generazioni future che ne sono rimaste segnate. Il passato e le sue drammatiche vicende sono fondamentali, proprio perché esso ci rende ciò che siamo; è la storia che premette di parlare di una nazione, della propria cultura e di chi vi abita. Sarà forse per questo che la maggior parte dei film vincitori (o semplicemente candidati) guardano al passato. Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, rievoca lo spionaggio per conto della Stasi, durante la DDR, da parte di una piccola eminenza grigia, che, proprio entrando nel privato di un commediografo e della sua compagna, riscopre l’affetto per l’arte e il valore della giustizia morale. Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella, sfrutta un’indagine d’omicidio per narrare il peso che la dittatura di Pinochet ha avuto in Argentina, raccontando i drammi personali ed esistenziali delle persone coinvolte nel caso. No Man’s Land di Danis Tanović, infine, adottando uno stile a metà tra Kusturica e il reportage, rappresenta l’assurdità della guerra nell’ex Jugoslavia, narrando la forzata condivisione di una trincea da parte di un bosniaco e di un serbo, resi nemici da una realtà che non comprendono e che li rende vittime di eventi più grandi di loro. Queste vicende, tuttavia, non oscurano del tutto la necessità di posare lo sguardo anche sull’attualità, non per forza politica, ma quella piccola del quotidiano come dimostrano Amour di Michael Haneke, racconto angosciante del lento e inarrestabile disfacimento fisico di una donna anziana, accudita dall’amore del marito, o Una separazione di Asghar Farhadi, storia di una famiglia colta nel momento del divorzio dei coniugi, separati dalle circostanze della vita o In un mondo migliore di Susan Bier, altro dramma familiare su una gioventù piena di risentimento e rabbia, priva di una guida e di valori di riferimento. A ben guardare, però, si trovano anche pellicole più aperte ad un pubblico internazionale, più vicine al modello di genere made in Usa, grazie a registi come Gavin Hood, Alejandro Amenábar e Ang Lee. I primi due hanno trionfato con due film di sicura presa emotiva, piegate più al gusto globalizzato del grande pubblico che non all’impronta autoriale. Soprattutto Hood dopo l’exploit con Tsotsi del 2006, storia di riscatto di un piccolo delinquente sudafricano, ha trovato poi non poche difficoltà a lavorare in terra americana, dimostrandosi incapace di portare un proprio tocco personale all’interno di una realtà diversa, come dimostra, ad esempio, il fallimentare Rendition. Se, invece, Amenábar aveva saputo rileggere in chiave post-classica le regole del thriller con The Others e trovato gli onori della ribalta con Mare Dentro nel 2005, film di produzione spagnola su un tetraplegico che lotta per il diritto all’eutanasia, negli ultimi anni si è un po’ perso per strada con pellicole deludenti, mentre Ang Lee è l’unico dei tre ad essersi saputo ritagliare uno spazio importante nel panorama americano, riuscendo persino a sovvertirlo o comunque a portare il proprio linguaggio visivo a servizio della macchina produttiva di Hollywood (come di recente è riuscito il regista messicano Iñárritu). Nel 2001 Ang Lee con La Tigre e il Dragone trionfa al botteghino (grandissimo successo sia in patria che negli Usa) e porta a casa la statuetta come miglior film straniero: un lavoro dove il regista è riuscito a coniugare tradizione e innovazione, occidente e oriente, sguardo d’autore e gusto popolare, rilanciando il genere wuxia agi occhi del pubblico moderno. Un personaggio che ha poi confermato la sua forte personalità anni dopo, vincendo l’Oscar alla regia con Brokeback Mountain, una pellicola crepuscolare sull’amore proibito di due cowboy del Wyoming, rileggendo e filtrando gli archetipi del western in un melodramma postmoderno commovente e definitivo.

 

 

Forse non è sufficiente questo mio discorso, forse non c’è un legame diretto tra questi titoli (e altri che non sono indicati), ma senz’altro, dimostrano tutti uno sguardo sull’attualità e sul passato (individuale o condiviso) che ci arricchisce, grazie alla diversità delle storie, alla varietà degli stili (quello algido e asettico di Haneke, quello barocco e pomposo di Sorrentino, quello onirico di Fellini o esistenzialista di Bergman) e spesso grazie all’incredibile amore per il cinema, dimostrato in particolare con piccole produzioni e realizzato con mezzi di fortuna. Una varietà che si può permettere eleganti saturazioni di colore o sporche fotografie in bianco e nero, montaggio non lineare e straniante, amare riflessioni sulla società e squarci rabbiosi di gioventù senza meta o oppressi dalle degenerazioni della società. Queste pellicole hanno lasciato, chi più chi meno, un segno nella nostra cultura cinefila e se l’Academy ha consegnato tali titoli alla Storia del cinema con l’aiuto di un omino dorato, anche il cinema americano non è rimasto fermo a guardare anzi, come uno studente desideroso di imparare, ne ha sempre guadagnato una valida lezione.

Laura Sciarretta

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