L’Essere in armatura

Diretto da Giuseppe Zaccaria, meglio noto come Pino Zac, Il cavaliere inesistente (1971) è un piccolo capolavoro del cinema italiano che riporta sullo schermo, in modo anche abbastanza fedele, l’opera omonima di Calvino del 1959. Il regista, nonché disegnatore e animatore, si rivela essere molto abile nella scelta dei codici di trasposizione cinematografica nel far rivivere le vicende del cavaliere senza corpo Agilulfo, optando per la tecnica mista; realizza quindi un ibrido fondendo il codice filmico con quello dell’animazione a fumetti.

Attenendosi alle specifiche regole grammaticali della tecnica mista, i personaggi secondari, così come parte dello sfondo, sono disegni animati, mentre i personaggi principali sono attori in carne ed ossa con le eccezioni di Gurdulù, l’uomo- bestia e il protagonista  Agilulfo rappresentato con la tecnica della stop motion. Questa risulta essere una strategia di ripresa molto efficace in quanto, “rievoca magnificamente la duplicità dei livelli del testo di Calvino: medievale e contemporaneo, favoloso e realistico, narrativo e riflessivo” (Paolo Argiolas). I sistemi speculari si riversano anche nella categoria cromatica che caratterizza il film, infatti per tutta la sua durata, oltre che alla duplicità rappresentata da recitazione umana e animazione, anche il contrasto colore/ bianco e nero è molto interessante, tanto da essere la prima trovata registica ad agire sulla scena.  A differenza del romanzo Zac anticipa la vicenda dalla monaca narratrice (nel libro la voce narrante viene presentata nel quarto capitolo) inserendola in una cornice metanarrativa contraddistinta dal bianco e nero già dalla primissima scena, contro tutto il resto dell’universo medievale fantastico che è infatti multicolore.

Il tema principale si rivela essere quello filosofico dell’essere e dell’apparire. Agilulfo, appunto il cavaliere inesistente “appare” nella sua armatura bianca, perfetta e pesante ma non c’è, è un’armatura senza corpo ma perfettamente consapevole “fece Carlomagno- e come fate a prestar servizio se non ci siete? Con la forza di volontà- disse Agilulfo- e la fede nella nostra santa causa!”, mentre Gurdulù è esistenza senza consapevolezza.

Per rendere ancora più estraniante l’intero film, Zac fece adoperare agli attori una tecnica recitativa prettamente teatrale ed esagerata, inserendo il tutto in quella fissità statica che caratterizza invece tutto il resto. L’accentuata teatralità anche di costumi e parrucche, permette la distinzione tra i vari personaggi in carne ed ossa che sono in realtà interpretati da due soli attori, Stefano Oppedisano e Hana Ruzickova. Sempre rimandando al concetto di essenza/apparenza i due attori si muovono in un perenne doppio speculare, ad ogni loro personaggio ne corrisponde uno uguale e contrario.

Prendiamo meglio in considerazione due dei protagonisti, Agilulfo e Gurdulù. I due sono destinati a procedere sempre insieme e a contrapporsi; Gurdulù ad esempio è un cartone animato e questo costituisce la sua più importante differenza rispetto agli altri personaggi poiché in questo modo mantiene il suo potenziale “meraviglioso”, “fantastico” e fiabesco. La sua completa mancanza di consapevolezza lo porta ad immedesimarsi in ogni forma naturale, come una rana ad esempio o in una zuppa fumante e appunto con il codice animato il personaggio può esprimere pienamente la sua funzione metamorfica.

Come accennato prima, Agilulfo viene rappresentato in stop motion, il personaggio- armatura recita privo di attore, un po’ come il suo non esserci, anche la sua realizzazione cinematografica è priva di un corpo. Zac quindi rispetta pienamente l’atmosfera del romanzo, dal suo titolo fino alla sua essenza più profonda, lo svilupparsi di una storia attorno ad una corazza vuota. Il regista anima infine oggetti della vita quotidiana che interagiscono con i personaggi, sia gli animati che i reali, nel suo Medioevo si può notare come le tende dei soldati siano munite di antenne per seguire le trasmissioni Rai oppure la faccia di Hitler impressa su un paladino, fondendo passato e presente, realtà e finzione crea un esempio di surrealismo cinematografico degno di nota.

 

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.