Il caso Spotlight. Come scrivere il perfetto film d’inchiesta.

Spotlight ricostruisce la vera storia di un team di giornalisti investigativi del Boston Globe che nel 2001 pubblicò un’inchiesta (600 articoli, premio Pulitzer nel 2003) in cui i denunciarono numerosi casi di abusi sessuali commessi da oltre 70 sacerdoti locali, riconoscendo nella responsabilità dell’accaduto non solo i singoli accusati ma le alte sfere dell’arcidiocesi di Boston, colpevoli di aver insabbiato tutto per anni.

Il film è diretto da Tom McCarthy e ha ottenuto ben sei nomination agli Oscar. Presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è finalmente disponibile nelle sale italiane a partire dal 18 febbraio e comprende un cast di prim’ordine in cui brillano Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Brian d’Arcy James, Stanley Tucci e Billy Crudup.

Spotlight esattamente come il team da cui prende il nome non vuole demonizzare nessuno né giocare sull’indignazione delle masse ma porre attenzione su un dato imprescindibile e troppo spesso sottovalutato ovvero il peso dell’informazione nel segno della trasparenza e del rispetto per la morale quando si trattano certi argomenti. Il registro di sottrazione e la misura adottati ben si legano ad un racconto articolato ma lineare in cui a domina la parola: quella della stampa, del reportage, dell’articolo stesso il cui scopo è svolgere il lavoro nel segno dell’etica. La base scritta è fondamentale in un film come questo per l’impegno del soggetto, per la forza dei dialoghi privi di phatos (a parte qualche piccola ma dosata eccezione), per la volontà di parlar chiaro allo spettatore (a cui viene spiegato come funziona un reportage, come ci si muove nella ricerca di fonti, nel reperire testimonianze, all’interno degli archivi o nelle aule di tribunale).

La vicenda ha inizio nel 2001, quando il nuovo direttore del Boston Globe, Marty Baron, incarica il team di approfondire una denuncia contro un prete accusato di molestie su alcuni ragazzi. Il caso Geoghan era solo uno dei tanti che la Chiesa aveva protetto da oltre trent’anni. La squadra, composta dal caporedattore Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista informatico Matt Carroll, infatti scoprì una rete cospirativa che vedeva nella figura del cardinale Law il capo principale. Spotlight ha raccontato il funzionamento di questo sistema corrotto che nascose le mele marce (utilizzando un preciso schema con tanto di parole in codice, come “trasferito”o”messo in malattia”) invece di riconoscere le proprie colpe.

 

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In Spotlight non esistono eroi, ogni personaggio è un esemplare professionista con qualche dubbio e molta determinazione. A tal riguardo è necessario riportare che cosa abbia spinto il regista Tom McCarthy a prendere in mano il progetto:

Mi preoccupa molto il fatto che oggi ci sia così poco giornalismo d’inchiesta, rispetto a una quindicina d’anni fa. Questo film mi dava l’opportunità di mostrare l’impatto che può avere sulla gente e sulla società un giornalismo fatto da grandi professionisti. Insomma, cosa può esserci di più importante del destino dei nostri figli? 

A dispetto delle possibili critiche sarebbe un’errore grossolano giudicare questo film come un attacco mirato alla Chiesa Cattolica, poiché in esso non c’è solo la condanna (inevitabile) c’è soprattutto il pudore nel trattare l’argomento della pedofilia, c’è il diritto all’informazione e c’è la limpidezza degli intenti. Per tutte queste ragioni Spotlight è un inno lieve e mai urlato al giornalismo d’inchiesta e alla trasparenza che trae il meglio da quella cinematografia liberal che il buon cinema a stelle e strisce ha spesso saputo tirar fuori (Tutti gli uomini del presidente di A. J. Pakula, Insider di M. Mann fino al recente Truth di James Vanderbilt e persino la serialità televisiva, grazie a The Newsroom, creata da Aaron Sorkin).

Nonostante i prevedibili sviluppi della trama e il suo muoversi nella tradizione del racconto a tesi, è un film dotato di una messa in scena composta e sobria, in cui McCarthy (regista di ottimi film indipendenti come Station Agent e L’ospite inatteso) si dimostra estremamente intelligente nel mettere da parte facili didascalismi per occuparsi solo di ciò che preme argomentare. Come il personaggio di Liev Schreiber ci ricorda: chi si occupa di informazione non dovrebbe mai avere come mira trattare argomenti “piacevoli”o “ad effetto”per sconvolgere e basta, né trasfigurare i fatti per avere un più alto numero di lettori (come accadeva, ad es. nel feroce Quinto Potere di Sideny Lumet, o in un bellissimo e sottovalutato film del 2003 intitolato  Shattered Glass di Billy Ray) ma far conoscere i fatti nella maniera più accurata possibile per rispetto di chi fruisce dell’informazione, perché solo così il giornale non smetterà mai di interessare i propri lettori. Un’insegnamento che il film sottolinea senza esasperarlo e fa proprio nel modo in cui viene messa in scena la vicenda grazie, oltre ad una buona sceneggiatura, ad un cast incredibile ed efficace in ogni suo componente.

Ci troviamo di fronte ad un film capace di dialogare con il pubblico moderno, di non annoiarlo, né di irritarlo (e forse questo è il suo unico vero limite), ma che colpisce e fa risplendere il valore prezioso della parola e di chi si occupa della carta stampata; per tanto vi consiglio di recuperarlo il prima possibile.

Laura Sciarretta
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