Iconografia di un mito

Ogni grande Autore si costituisce come un misterioso e affascinante universo da esplorare. Un universo di archetipi, temi, lapsus e intoccabili segnali di riconoscimento.
Ogni grande Autore dà personalmente vita a questo immenso universo, mescolando, frullando e ricatalogando di volta in volta le sue tracce, inserendole a poco a poco in quelle manifestazioni contingenti che sono i film.
Ma per ognuno di questi grandi universi esiste un punto vibrante, una zona franca, una parte che illustra il tutto, che sublima totalmente l’anima di chi l’ha creato. Una sola opera che diventa il regista stesso, che ne illustra la quintessenza, che satura in modo completo l’universo sterminato di cui fa parte. Quello che, insomma, è per Fellini, Quarto Potere per Welles, C’era una volta in America per Leone. Un compendio, una summa, un’opera-mondo.
Nella pressochè perfetta produzione di Martin Scorsese, è Taxi Driver, più di ogni altro capolavoro, ad assurgere a questo ruolo determinante di cuore pulsante di un organismo, di cartina di tornasole attraverso cui illustrare globalmente la complessità di un universo filmico.
C’è, infatti, in questa pellicola estrema e capitale tutta l’anima del regista newyorkese: l’occhio sociologico, spietato e penetrante rivolto all’America; l’indagine inquieta e rigorosa sul male, sulla sua origine, la sua evoluzione, i suoi connotati, le sue forme; l’esplorazione muta della nevrosi che del male è la principale manifestazione; la presa di coscienza della fine dell’innocenza, dell’inevitabilità dell’alienazione, della solitudine, dell’incomunicabilità in un mondo gretto, malato, selvaggio; la prepotente e cupa dimensione religiosa, che avvolge la New York di celluloide, trasformandola in un inferno d’asfalto “in attesa di un diluvio universale che ripulirà le strade una volta per sempre”.
Travis Bickle, il più grande antieroe della storia del cinema, trasporta con il suo taxi i corpi marci di una squallida metropoli tardo-novecentesca come il traghettatore dantesco trascina le anime dei dannati oltre l’Acheronte, accompagnato dall’ultima colonna sonora del pupillo di Hitchcock Bernard Herrmann, che quando non arricchisce l’opprimente senso di apocalisse sociale, funziona da contrappunto alla desolazione implorante della colonna visiva, attraverso toni dolci e melodiosi.
Dalla sua postazione privilegiata, Travis osserva i dettagli di una realtà che pare disgregarsi sotto il peso dell’immondizia, concreta e morale, della civiltà occidentale. I soffitti rigonfi, la candele smozzate, i sedili sporchi di sangue e sperma, la vernice incrostata e cadente delle pareti imbrattate, la bruttezza porosa e ammuffita dei corpi e dei volti: tutto -accentuato com’è dalla fotografia iperrealistica di Michael Chapman- pare trasudare l’orrore e la decadenza di un mondo che attende solo la sua fine.
Questo viaggio dritto negli angoli più reconditi e aberranti dell’America va di pari passo con uno scandaglio che penetra sempre più a fondo l’anima nera del protagonista, il suo disagio esistenziale, la sua malattia morbosa, la condanna obbligata all’alienazione, all’isolamento e all’incomunicabità che tanto lo avvicina agli infimi eroi di Dostoevskij (“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”).
Ma oltre ad essere l’opera più sostanziale e paradigmatica del cinema di Scorsese, Taxi Driver assume un posto di primo rilievo nella stessa storia del cinema per la sua carica innovante, che si manifesta insieme a livello tematico e strutturale, tanto da costituire una sorta di manifesto di quell’ondata rivoluzionaria che a partire dal ’68 ribadì la supremazia dell’autore nel processo creativo del cinema americano, comunemente chiamata New Hollywood. E nello stesso tempo il più solido esempio di come ogni evoluzione verso il futuro sia necessariamente anche un ritorno al passato. Così non è un caso che Travis, nella sua definitiva, sanguinosa e apocalittica vendetta, si rapi la testa, assumendo i tratti degli antichi Mohicani d’America, dei quali rievoca i gesti tipici e le pratiche ritualistiche: l’attenzione dedicata alla costruzioni di marchingegni da adattare alle armi, l’allenamento fisico, il sacrale rogo di fiori morti nel lavabo. Solo allora, ancora più outsider e simbolicamente vicino a quella purezza che il Nuovo Mondo ha perduto, dà vita al diluvio universale capace di ripulire le coscienze. Se i colpi delle sue armi macellano fisicamente le carni dei disgustosi avventori della piccola Iris, il gesto scattoso e malato della pistola che il reietto reduce dal Vietnam puntualmente imita con la mano diventa l’indice simbolico di una volontà di distruzione che si abbatte contro tutti i valori della società occidentale. Il dito di Travis punta gli uomini, le donne, i politici, la scatola della televisione (poi rovesciata e distrutta in una scena di pregnante e nitido simbolismo), persino lo schermo cinematografico. Come a dire che quella necessaria ondata deve travolgere la stessa tradizione filmica, quella che Scorsese riplasma, rifacendosi alle lezioni degli antecedenti Cassavetes e Godard. Ancora il nuovo attraverso il vecchio.
E nel finale, un Travis moribondo punta quella pistola immaginaria alla sua testa, con le gocce di sangue che cadono ritmicamente dal dito teso. La purezza della vecchia America ha sconfitto l’orrore della nuova. Ma perchè sia possibile ricominciare da zero, il sangue versato va lavato a prezzo della propria vita. Al primo piano di un emaciato, strepitoso De Niro segue allora il movimento delle labbra che simulano un’esplosione. Più che uno sparo, un nuovo big bang.

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.