Brooklyn – melting pot e melodramma

Brooklyn, il film di John Crowley distribuito da Fox Searchlight candidato a 3 premi Oscar tra cui Miglior Film, cerca di descrivere, attraverso la storia di Eilis Lacey (Saoirse Ronan), il panorama socio-culturale di una Brooklyn anni ’50. Adattamento del romanzo di Colm Toibin, Brooklyn narra la storia di Eilis Lacey, una giovane ragazza irlandese che ha subito il fascino dell’American dream, per cui ogni uomo (o donna) può costruirsi il proprio futuro.

Hollywood si è più volte confrontata con il tema dell’immigrazione irlandese che ebbe inizio già nel XVIII secolo, ma che divenne preponderante nel XIX, durante la grande carestia di patate. Già un film come Cuori ribelli di Ron Howard aveva cercato di raccontare il difficile processo di integrazione di alcuni irlandesi in America attraverso una sorta di triangolo amoroso, mescolato in quel caso con il diritto di rivendicazione della terra.

Qui invece abbiamo una giovane donna che dovrà inserirsi in un contesto culturale ben diverso. Siamo nell’epoca delle forti ondate di immigrazione da un’Europa piegata dalla Seconda Guerra Mondiale; nel periodo dei primi centri commerciali, del boom del capitalismo americano subito dopo la Grande Depressione (1930) e subito prima la ripresa economica degli anni ’60; siamo, insomma, in un periodo di fervore culturale dove il passato (anche Storico) e il presente, caratterizzato dai sogni di nuove possibilità per il domani, devono bilanciarsi in un equilibrio unico.

E così Eilis arriva in America, lasciando con la famiglia le tradizioni di una terra che, in fondo, non le aveva offerto altro che le certezze e la stabilità che le stavano, però, un po’ troppo strette. Eilis è una donna molto più moderna di quel che si possa pensare. Sebbene sia la sorella in un certo modo a spingerla a fare il grande passo, Eilis arriva a New Work come un’esule, ma mai veramente impaurita. Non è facile allontanarsi dalla propria casa, la nostalgia spesso le fa visita, però trova sempre la forza e la determinazione per andare avanti e imparare a vivere nel Nuovo Mondo. Qui conosce un giovane, Tony, di origini italiane che le fa una corte spietata. L’adattamento di Eilis alle tradizioni americane si muove di pari passo alla storia d’amore tra i due. Tony rappresenta una realtà molto importante per il discorso “melting pot” americano perchè è un ibrido di due culture completamente diverse. Appratenente a una terza generazione di italiani immigrati, sà benissimo come cavarsela, senza essere il classico delinquente mafioso tanto caro alla cinematografia hollywoodiana, ma non ha perso alcuni tratti, sempre un po’ stereotipati, della cultura nostrana. Eilis, invece, sembra quasi rinnegare le proprie origini, come se dovesse dimenticare da dove viene per poter abbracciare una nuova sè. Ed è proprio una volta che la “trasformazione” sta per compiersi, che la giovane si trova obbligata a dover lasciare l’America, Tony e la nuova famiglia che si era costruita per tornare a casa, nel piccolo villaggio irlandese, un po’ più donna e meno ragazzina. Una volta tornata nell’accogliente nido materno (non solo casa sua, ma tutto il villaggio possono considerarsi tali), è difficile scegliere se tornare in America o restare. Questa scelta è ancora più complessa per Eilis proprio perchè al suo fianco ora c’è Jim, un’affascinante ragazzo benestante della piccola cittadina. La difficile decisione che la ragazza dovrà affrontare è quasi archetipo del nostro presente storico.

Proprio Crowley afferma infatti:

[blockquote style=”1″]”Quando lasci un paese e scegli di vivere da un’altra parte, non appartieni più a quel luogo, ma di certo nemmeno a quello in cui hai scelto di vivere. Quindi diventi un membro di una sorta di terzo paese, quello degli esuli. Oggi, un vasto numero di persone nel mondo non vive nel paese in cui è nato. La storia di Brooklyn, così come l’ha scritta Colm e come poi Nick l’ha sviluppata e adattata per il cinema con la sua sceneggiatura, è pienamente fedele a quell’esperienza.”[/blockquote]

Ciò che descrive meglio il film è, da una parte il triangolo amoroso, ma dall’altra questo “terzo paese” dove gli irlandesi stanno con gli irlandesi e gli italiani con gli italiani. Il romance tra Eilis e Tony rappresentano però la possibilità di un ponte, quantomeno tra questi “paesi” e così la nascita del melting pot stesso. Sarà solo in una fase successiva, quella a noi contemporanea, che il passato, la tradizione, non saranno più d’ostacolo al presente (futuro), ma rimarranno solo come tratto caratteristico dei cittadini americani. Punto forse dolente del film resta il fatto che l’americano si veda un po’ poco. Perchè una scelta di questo tipo? Perchè effettivamente la soluzione per l’integrazione di una donna straniera non passa tanto dal suo mescolarsi con gli Americani, piuttosto che una nuova generazione di americani, quelli di immigrati ormai radicati nelle terre della “libertà”. Sicuramente la scelta di Cuori selvaggi era molto più semplicistica mettendo in relazione il personaggio di Shannon (Nicole Kidman) con Stephen (Thomas Gibson), ma resta il fatto che il film è un adattamento da romanzo, il che, come sempre, complica le cose.

C’è però un aspetto di cui ancora non abbiammo che fatto cenno. Questo film potrebbe essere inserito nel filone dei melò. La storia del melodramma è molto interessante e particolare. Originariamente fa riferimento allo spettaccolo lirico italiano, per poi trasformarsi in “genere” data l’attribuzione del termine al Pigmalione di Rosseu da parte dello stesso nel 1770. Il problema del genere meriteribbe un discorso ampio e a se stante, diciamo in questo caso semplicemente che il genere cinematografico non vuole essere una divisione in categorie per creare dei corpus di film, ma rappresenta in realtà una “tendenza”. Il melodramma apre poi un tema tutto suo, in quanto venne utilizzato inizialmente nel panorama cinematografico in relazione ai cosiddetti weepies (anni ’40) e ai film di Douglas Sirk (anni ’50) caratterizzati da una sorta di “eccessi femminili”. Studiando meglio il termine molti critici (tra cui Ben singer) hanno notato come in realtà agli inizi del XX secolo si parlasse di melodrammi per racconti di azione, avventura con una certa tensione drammatica. Negli anni ’90 il termine melodramma è stato associato invece a quei film che rappresentano universi femminili introspettivi; recentemente, entrando più nello specifico, si è allargato il discorso al genere più ampio del woman’s film suddiviso poi in sottogeneri tra cui il melodramma che in questo caso riprenderebbe il significato che aveva in origine per fonderlo in un’accezione tutta al femminile.

Nel caso di Brooklyn  ci troviamo quindi davanti a un woman’s melodrama. Ma è un altro l’aspetto riguardo al melodramma che vorrei evidenziare in questa sede. Tenendo a mente la definizione che abbiamo appena dato del genere, Brooklyn potrebbe rappresentare una nuova occasione per studi femministi che cerchino di mettere in luce la fruizione femminile nell’era contemporanea. Mary Ann Doane, studiosa del filone FFT (feminist film theory), ha affermato infatti che:

[blockquote style=”2″]Il woman’s film è pertanto per molti versi un terreno privilegiato per l’analisi dei termini relativi alla fruizione femminile e per lo studio delle forme di soggettività appunto perchè il suo rivolgersi a una spettatrice è decisamente evidente” [/blockquote]

Anche Brooklyn è un film per le donne, anche se il tema immigrazione apre a modelli archetipici più ampi così come la presenza maschile che non funzionano solo da contorno, ma che allo stesso tempo rappresentano una guida, una tradizione e un universo ben preciso.  Resta il fatto, però, che il punto di vista tutto al femminile (novità probabilmente assoluta in relazione al tema trattato) può essere utile alla definizione della situazione della spettatrice che Doane sperava di descrivere enl suo The Desire to Desire: The Woman’s Film of the 1940s. Ciò che resta interessante, anche in questo caso, è notare come

[blockquote style=”2″]”la spettatrice viene simultaneamente proiettata e presupposta come un’immagine”[/blockquote]

Se pensiamo inoltre che la giovane ragazza si ritrova a lavorare in un centro commerciale allora è chiaro come il discorso di Doane possa svilupparsi studiando attentamente Brooklyn

[blockquote style=”2″]”Il woman’s film come genere, insieme al massiccio apparato discorsivo extracinematico, assicura che ciò che viene messo in vendita alla donna corrisponda a una certa immagine di femminilità”[/blockquote]

Brooklyn diventa così testo preferenziale per riaprire e sviluppare questi discorsi nonchè la dimostrazione che un testo filmico apparentemente semplice, porti con sè sottotesti di così vasta portata.

Gabriela Primicerio


 

Per approfondimenti

  • Rick Altman, Film/genere
  • Mary Ann Doane, The Desire to Desire: The Woman’s Film of the 1940s.

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.