Academy Award For Best Director: Un Passo Indietro

Quando, nelle puntate precedenti, questa rubrica di approfondimento e studio sulle varie categorie degli Academy Awards è stata curata da me, mi sono trovato a prendere coscienza, con non poca soddisfazione, di una sorta di guerra sotterranea che da anni si combatte ad Hollywood, una guerra che vede fronteggiarsi maestranze minori contro attori, attrici, registi e professionisti dello spettacolo di prima classe, blockbuster da milioni di dollari e piccole creature figlie del sistema produttivo indipendente e tuttavia, prima di qualsiasi altro tentativo di categorizzazione, quella di cui stiamo, fondamentalmente, per tornare a parlare è una guerra tra un’ideologia reazionaria ed una che punta a ribellarsi a delle regole restrittive la quale, prima di far capo ad un orizzonte creativo appare “sporcata” da un insieme di valori che sembrano essere messi in campo con il preciso obiettivo di ammantare la realtà contemporanea delle tinte placide e prive di eccessive uscite barocche (tematiche o artistiche che siano) che ben si sposano con lo spettatore che vede nella sala cinematografica un luogo di evasione piuttosto che la sede perfetta per riflettere sulle storture della contemporaneità. Dopotutto, se per la maggior parte del pubblico il film è un’opera che raccoglie in sé i caratteri del “sistema mondo” in cui vive e se questi caratteri rimandano ad idee di pace, equilibrio, semplicità di lettura ed interpretazione, vuol dire che in quello stesso “sistema-mondo” va tutto bene, malgrado le apparenze, per quanto assurdo e fuori di senso tutto ciò possa sembrare.

Nelle prime due puntate di questa mia “run” della rubrica, mi sono divertito a raccontare la storia del versante anarchico di questo scontro tra ideologie, del lato selvaggio della strada (come direbbe zio Lou), quello formato dalle categorie minori di premiati e da una prima linea che fa capo ai migliori attori e attrici non protagonisti (categorie che, almeno agli inizi della manifestazione, lo si diceva, raccoglievano tra le loro fila rispettivamente gli eterni secondi di Hollywood ed una serie di attrici che incarnavano modelli femminili esattamente opposti a quelli propugnati dal “sistema” Hollywood) ora però, probabilmente è giunto il momento di tastare il polso del lato più istituzionale della kermesse. E’ un termine, “istituzionale” che in realtà non ho usato a caso. L’Oscar alla miglior regia è, insieme alla statuetta per Miglior Film e a quelle per Miglior Attore ed Attrice Protagonista, una delle quattro parti di cui si compone il “volto pubblico” di Hollywood. Se è vero che lo show buisness, fin dalla sua nascita, ha cercato di trasmettere, attraverso i suoi film più popolari, un sistema di valori che punta a pacificare le coscienze del suo pubblico ebbene i premiati di queste quattro categorie sono coloro incaricati, ogni anno, di farsi portatori di quei determinati valori e dopotutto, non è particolarmente traumatico riconoscere come nella maggior parte dei casi l’Oscar alla miglior regia va al regista che ha diretto il vincitore dell’Oscar al miglior film (film in cui hanno lavorato, spesso, i vincitori degli Oscar al miglior attore o alla Miglior Attrice Protagonista). Ci troviamo a fare i conti con il “vestito buono” di Hollywood, un vestito che però, continuando sul filo della metafora, è passato per le mani di numerosi sarti ed ha assunto, negli anni, diverse fogge e fatture perciò, a questo punto, tanto vale iniziare la nostra cavalcata.

L’Academy del periodo classico si è ritrovato, come si è detto, a premiare autori di pellicole che possiamo far risalire ad alcune macrocategorie esemplari che, si farà caso, segneranno la via per i film che saliranno sugli scudi negli anni successivi. Sono quattro le grandi “famiglie” che bene o male sotto di loro raccolgono ogni singolo film “popolare” prodotto ad Hollywood:

  • La Commedia, sia quella più diretta e “godereccia” che quella più propriamente sentimentale: Skippy (1930), Bad Girl (1931), Going My Way (1944), Gentleman’s Agreement (1947), All About Eve (1950), The Quiet Man (1952), The Sound Of Music (1965), A Man For All Seasons (1966).
  • Gli Affreschi Storici, che a volte possono diventare pellicole che, portandoli sullo schermo, provano ad esorcizzare i fatti legati alle due guerre mondiali: All Quiet In The Western Front (1930), Cavalcade (1933), The Grapes Of Wrath (1940), From Here To Eternity (1953), Lawrence Of Arabia (1962), Tom Jones (1963)
  • Il genere Epico, un soprannome d’altri tempi che identifica quei film all’esatto crocevia tra il genere storico, la storia d’amore e la narrazione di vicende legate a uomini autori di atti eroici che li fanno assurgere al rango di semidei più che a quello di comuni mortali. Tra i tanti esponenti di questo filone possiamo ricordare pellicole epocali come Gone With The Wind (1939) e Casablanca (1943) ma anche The Treasure Of Sierra Madre (1948) o The Bridge On Kwai River (1957)
  • Il Film Di Formazione, che forse rappresenta l’approccio più coraggioso dello showbuisness hollywoodiano alla società ad esso contemporaneo. Ogni pellicola riconducibile a questo filone pone lo spettatore di fronte a vicende tragiche e a personaggi scritti con tinte fortissime, spesso alcolizzati, magari omicidi, di certo incompleti, alla ricerca di qualcosa che sanno non troveranno. E’ il primo tentativo, da parte dei poteri forti dello spettacolo, di instaurare un dialogo con lo spettatore che ponga al suo centro il dramma, la tristezza, la negatività della vita, che, per certi versi, aiuti il pubblico ad affrontare i lati oscuri delle loro vite. Questo sistema di valori, negli anni, farà sempre fatica a fare breccia nella Hollywood che cerca di mantenere tutti felici ed ottimisti, ma certamente, i film riconducibili a questa tendenza sono pellicole straordinarie, prima che per la loro qualità estetica, per il coraggio con cui prendono contatto con l’audience. Per ora segnalo due film premiati nella categoria miglior regia durante il periodo della Hollywood classica, The Lost Weekend (1945) e A Place In The Sun (1951) ma certamente ci troviamo di fronte alla tendenza che darà più soddisfazioni sulla lunga distanza in questo senso.
The Bridge On Kwai River, Miglior Regia nel 1958.

 

Il palmares degli Oscar alla miglior regia nella Hollywood classica disegna le fondamenta della cultura popolare americana di quegli anni, nutrita di patriottismo, di buoni sentimenti, dei valori tradizionali e positivi su cui fondare una società rinnovata, contribuisce ad inebetire il pubblico medio e costituisce la base su cui si struttureranno le premiazioni future e tuttavia, a fronte di questo panorama così negativo, banale e desolante, è piacevole notare come la competizione in questi anni sia dominata da alcuni dei più grandi registi della settima arte, da William Wyler a Frank Capra, da Billy Wilder a Joseph L. Mankievicks.

E’ praticamente ovvio che in un sistema così rodato, chiuso e che ricorda moltissimo una sinfonia in quattro battute che si ripetono solo leggermente variate, per l’eternità, le intrusioni di organismi esterni, diversi, originali, quando non propriamente eversivi è rara e difficile e tuttavia, l’Oscar alla miglior regia ha toccato, felicemente, anche la sua fase legata alla parentesi della New Hollywood. Giusto per fare qualche nome in questo senso ricordiamo William Friedkin (The French Connection del 1971), Francis Ford Coppola (The Godfather Part II 1974), John Avildsen (per Rocky, 1976), Micheal Cimino (The Deer Hunter, 1978)  e Robert Benton (per Krames vs Kramer 1979), splendide cellule di resistenza in un sistema che però, quando può, continua a tornare sui suoi passi e a premiare, magari, l’autore dell’ennesimo film storico senza un’effettiva arte né parte (Franklin Schaffner per il biopic su Patton del 1970)

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The Deer Hunter, Miglior Regia Nel 1979

 

Con gli anni ’80, il versante più prettamente “pacificante” dell’Academy sembra avere la meglio. Pensateci, mentre l’America è sull’orlo del baratro, mentre i Russi sono sul punto di lanciare l’atomica da un momento all’altro, mentre (lo si è visto), i vincitori degli Oscar minori denotano la volontà dell’inconscio collettivo di strutturare le paure e le insicurezze degli spettatori in una forma compiuta sebbene, a volte, cruda e difficile da accettare, l’orizzonte più patinato di Hollywood cerca fondamentalmente di contenere i danni derivanti da quel sotterraneo panico che si sta facendo strada nella coscienza di quegli stessi americani che siedono nelle sale cinematografiche. Prendiamoci qualche secondo per scavare a fondo in questa situazione. Nel decennio ’80, a questo proposito, si nota una certa volontà dell’establishment hollywoodiano di voler ristrutturare i valori tradizionali su cui si fonda la società contemporanea. Nel 1980 Robert Redford viene premiato per Ordinary People, film particolare, che porta in scena un crudo dramma famigliare per la maggior parte della sua durata ma che, alla fine, conduce a risoluzione tutti i conflitti emersi nelle due ore precedenti chiudendo il tutto con un trionfo dell’unità di quel nucleo domestico che è anche il tassello fondamentale della società civile americana. Si nota, in questi anni, anche un certo recupero dell’affresco storico, spesso unito ai primi esperimenti di biopic ad alto budget. Giusto per fare qualche nome, basta citare Milos Forman (premiato nel 1984 per Amadeus), Richard Attenberough (sua è la regia di Ghandi, premiata nel 1982) ed infine il nostro Bernardo Bertolucci (premiato nel 1987 per The Last Emperor). E’ un po’ come se lo stato maggiore della settima arte strutturasse il versante più commerciale del cinema americano attorno ad una Storia che risulta, al netto dei fatti, monumentalizzata, ferma, pacificata e per questo più sicura rispetto ad una contemporaneità incerta, imperfetta e pericolosa. Per dirla in breve, per il bene di tutti, meglio soffermarsi sul passato, che riflettere anche per un solo istante sul presente. Se ci si fa caso, lo schema che ho provato a definire qualche riga fa si ripete anche nel decennio ’80, anni in cui trovano spazio, sempre e comunque, la storia d’amore (Sidney Pollack è premiato per Out Of Africa nel 1985) ed il dramma di formazione (il bel Rain Man, diretto da Barry Levinson, regia premiata nell’edizione degli Academy 1988). Curioso è però notare come, anche in un contesto apparentemente impermeabile ad idee diverse da quelle dell’ideologia dominate, sia stato a volte intaccato da sacche di resistenza attive e pregne di significato. L’uomo della provvidenza si chiama Oliver Stone, viene premiato due volte, nel 1986 e nel 1989, per due film splendidi, rispettivamente Platoon e Born The Fourth Of July che, strutturandosi attorno al contesto storico della guerra del Vietnam, fanno entrare in contatto lo spettatore con un conflitto che ormai è priva di eroi e con il dramma privato di tutti quegli uomini che, tornati a casa da quelle zone dimenticate da Dio, prendono coscienza di essere stati abbandonati da quello stesso stato che hanno servito fino ad un minuto prima. Non esistono più eroi, non ci sono più tutele, sono cadute tutte le sicurezze necessarie per una convivenza civile, questo sembra dire Stone al suo pubblico grazie ai suoi film, malgrado tutto, attorno a lui, si sforzi di far passare l’idea che va tutto bene, che siamo tutti al sicuro.

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Platoon, Miglior Regia nel 1987

 

Qualcosa di interessante sembra accadere appena agli anni ’80 cedono il passo gli anni ’90. E’ un po’ come se le istanze sotterranee della comunità, i suoi disagi, le sue insicurezze, avessero trovato la forza di concretizzarsi in qualcosa di talmente potente da poter scardinare lo strapotere dell’ideologia reazionaria di Hollywood. Dal 1991 è fondamentalmente una lotta senza esclusione di colpi, a film, si passi il termine, “di rottura” con la tradizione, risponde, l’anno dopo, un prodotto che tenta di far tornare le cose come prima. Proprio quel 1991 è l’anno di Jonathan Demme e del suo Silence Of The Lambs, un film che dota dello status di “eroe” un serial killer; l’anno successivo è il turno di Unforgiven, western crepuscolare e pessimista che valse a Clint Eastwood l’ennesimo Oscar alla regia, poi sembra tornare l’ordine, nei tre anni successivi vengono premiate regie di film dall’impianto classico come Schindler’s List, Braveheart, The English Patient, Titanic, Saving Private Ryan ma è emblematico che in una fredda serata del Febbraio ’99, la statuetta del premio al miglior regista vada al Sam Mendes che è dietro ad American Beauty, vero e proprio saggio sulla distruzione della famiglia borghese. Forse, malgrado tutti gli sforzi del sistema dominante per contenere il caos, la resistenza, almeno al termine di questi dieci anni, ha vinto.

The Silence Of The Lambs, Miglior Regia Nel 1991

 

E’ giusto soffermarci su questo piccolo trionfo del lato più anarchico dell’inconscio collettivo, soprattutto perché, negli ultimi quindici anni, si è assistito ad una curiosa manovra di contenimento del caos derivato dalle premiazioni degli anni ’90.

Le vittorie di personalità legate a prodotti riconducibili a quelle Grandi Categorie da cui siamo partiti, (Ron Howard per A Beautiful Mind nel 2001, Roman Polanski per The Pianist nel 2002 e Tom Hooper per The King’s Speech nel 2008, tre biopic che si inseriscono in un contesto storico ben definito; ma anche la riscossa del genere fantasy epico con la vittoria di Peter Jackson per il terzo Lord Of The Rings nel 2003) fanno capire pienamente come una qualche eminenza grigia stia tentando (riuscendo, forse?) con tutta sé stessa, di far riposizionare le “placche tettoniche” precedentemente fatte saltare da quella breve stagione di ribellione del decennio precedente. Fa strano notare come anche i registi dei film maggiormente di rottura di questi anni, penso all’Ang Lee di Brokeback Mountain o al Clint Eastwood premiato per Million Dollar Baby, ricevano il riconoscimento per prodotti splendidi ma comunque estremamente manieristi, che sommergono i loro spunti di riflessione più eversivi sotto una patina di estetismo a volte superfluo, che finisce per annacquare tutto ciò che di veramente buono essi possono offrire.

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The King’s Speech, Miglior Regia Nel 2008

 

In un contesto del genere, i nomi che spuntano timidamente sul finire del decennio, quelli di personaggi quali Martin Scorsese (premiato per l’amarissimo The Departed), dei fratelli Coen, (migliori registi nel 2007 per No Country For Old Men) e di Kathryn Bigelow (sorta di eroina ammazza blockbuster che avrà la meglio sull’ex marito e sul suo Avatar nel 2009 con The Hurt Locker) sono, più che le eccezioni che confermano la regola, una sorta di colpo di reni finale del versante più rivoluzionario della Kermesse che prova a far sentire la propria voce facendo salire sul carro del vincitore prodotti che hanno al loro centro storie crudissime, personaggi oscuri, villain più che veri e propri antieroi ma che soprattutto, più di ogni altra cosa, hanno in loro la straordinaria capacità di porre lo spettatore a contatto con uno straordinario quanto implacabile senso di impotenza.

THE HURT LOCKER
The Hurt Locker, Miglior Regia Nel 2009

 

Non a caso si è scelta, purtroppo, la formula “ultimo colpo di reni” per definire questa fase di breve riscossa a cui si è assistito alla fine degli anni ’00 del duemila. Dal 2011 in poi infatti, la situazione sembra essere tornata fastidiosamente alla normalità, con la differenza, sia chiaro, che stavolta, i registi premiati per le loro creazioni, di anno in anno, sono saliti agli onori degli Academy grazie ai più grandi blockbuster contemporanei, giusto per fare qualche esempio si pensi ad Azanavicious per The Artist, ad Ang Lee, premiato per Life Of Pi (nel 2012) o ad Alfonso Cuaròn (miglior regista per Gravity del 2013).

Forse…caspita forse il 2016 sarà l’anno della vendetta…dopotutto, tra nomination dedicate a film straordinariamente ordinari nel loro essere opere comunque molto molto ben realizzate (spunta per la seconda volta consecutiva il nome di Inarritu, accanto a lui c’è il rappresentante del circuito indipendente Lenny Abrahamson, seguito da Tom McCarthy autore di un film, Spotlight talmente al di sopra degli altri per impegno politico da essere praticamente fuori categoria) sugli scudi ci sono anche George Miller  e Adam McCkay, burattinai alle spalle di due dei film (Mad Max: Fury Road e The Big Short) più anarco-punk della storia del cinema…Il lato rivoluzionario del Sunset Boulevard ha due colpi nel suo caricatore per ribaltare le sorti del conflitto, ora non resta che stare a guardare come evolveranno gli eventi.

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Mad Max: Fury Road

 

Alessio Baronci

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