Piccolo Brividi: Ritorno Consapevole Agli Anni ’90

La storia alle spalle dell’adattamento di Piccoli Brividi è, né più né meno, la storia di una strana lotta tra Davide e Golia, una lotta che non si combatte a suon di incassi (e dopotutto, se così fosse, una carneficina, come vedremo, sarebbe pressoché scontata) quanto piuttosto sul piano del puro processo produttivo, meglio, dell’approccio alla materia del racconto. Partiamo dall’inizio. Il nostro Golia è quella strana entità formata da tutti quei film tratti da opere letterarie che sono anche le croci e le delizie di tutti noi, entità a metà tra spettatori e lettori. Prodotti quasi costantemente insufficienti, non tanto (e non sempre) perché realizzati superficialmente o senza il rispetto e la cura che la trasposizione su schermo di un prodotto letterario comunque degno d’interesse meriterebbe, ma perché il nostro occhio, di spettatori/lettori non sarà mai completamente soddisfatto di ciò che sta vedendo. E’ dopotutto, un po’ come diceva Umberto Eco qualche anno fa: nel momento in cui leggiamo, noi stessi diventiamo registi del miglior adattamento filmico da romanzo mai fatto, un adattamento generato dalla nostra fantasia costantemente stimolata dalle parole dell’autore, un’opera teoricamente perfetta e che dunque non richiederebbe di essere sviluppata ulteriormente. Stiamo parlando dei prodotti culturali forse più paradossali mai concepiti da mente umana, improrogabilmente imperfetti, ma anche in grado di macinare cifre considerevoli ai botteghini, imprescindibilmente criticati, ma anche continuamente autorizzati, perché bene o male si tratta di investimenti sicuri; stiamo parlando di universi narrativi alla seconda potenza che sembrano voler conquistare e monopolizzare il mercato pezzo dopo pezzo, al massimo arrivando a contendersi il potere con i cinecomics; stiamo parlando dei mostri più aggressivi con cui un regista, uno sceneggiatore esordiente deve fare i conti quando decide di fare il grande passo per entrare nello showbuisness; stiamo parlando dei nostri Golia.

L’avversario di questa entità demoniaca, il Davide designato non tanto per distruggere il mostro quanto piuttosto per mostrare a tutti noi che una nuova via, un percorso che sia alternativo al puro adattamento cinematografico di un prodotto letterario dal sapore di blockbuster e spesso privo di una vera e propria anima e ragion d’essere è possibile ha nel D.N.A., (mi viene da dire come al solito, quando si parla di prodotti quando non rivoluzionari perlomeno freschi ed originali) i tratti genetici di quel modo produttivo indie che sta cercando, lentamente ma in maniera inesorabile l’approccio al monopolio produttivo del Sunset Boulevard. La strategia vincente alla base dell’originalità di un prodotto come Piccoli Brividi sembra essere una forma tutta particolare di pensiero laterale. Al regista Rob Letterman, sorta di presenza evanescente all’interno del panorama cinematografico contemporaneo, capace di regalare al pubblico prodotti come Shark Tale o Monsters  Vs. Aliens, film comunque ben fatti ma privi del carisma necessario per imporsi su un mercato all’apparenza chiuso, si presenta un problema: come inserire il mio film all’interno di un mercato praticamente saturo di idee e contenuti in una posizione abbastanza profonda da fare in modo che la mia creatura venga quantomeno ricordata con affetto dagli spettatori se non altro per quell’originalità di fondo che sembra mancare ai miei concorrenti? Letterman sembra avere la sua arma, la fionda con cui potrebbe buttare giù il Golia di cui sopra a portata di mano: Jack Black, già da solo, pare emanare quel carisma con cui il regista sembra voglia nutrire il suo film, se poi il team creativo alle spalle di Letterman riuscisse a fornirgli una sceneggiatura “aperta”, una di quelle con cui un attore può divertirsi ad improvvisare, a variare, a metterci del proprio, l’obiettivo del regista sarebbe raggiunto praticamente già qualche settimana del primo ciak eppure…eppure basta poco per capire che in realtà, la presenza di Jack Black è quasi un optional, una freccia alla faretra del film che forse il film stesso non arriverà mai a lanciare, il tassello di partenza di un discorso alle spalle dell’opera che, appunto, rimarrà tassello, ma contribuirà, nel suo piccolo a sviluppare un rapporto del tutto nuovo tra il lettore/fan di una saga letteraria e l’adattamento cinematografico dedicato alla suddetta saga, ma andiamo per gradi.

Iniziamo a definire il ruolo di Jack Black all’interno dell’economia di Piccoli Brividi con il suo nome esatto: ci troviamo di fronte ad un’esca, né più, né meno, un’esca anche particolarmente malcelata all’interno del sistema del film, se uno vuole davvero fare le pulci al film. R.L. Stine, il personaggio a cui Black dà corpo, è tratteggiato volutamente a tinte forti, senza particolari contrasti, senza un particolare desiderio di caratterizzazione profonda certamente perché lo stile del film lo richiede ma, anche e soprattutto, perché all’interno dell’economia narrativa il personaggio di Stine in sé altro non è che una sorta di passa condotto, di cavallo di Troia utile a catturare l’attenzione dello spettatore. Una volta che hanno ottenuto la nostra attenzione, beh, Letterman ed i suoi possono fare quello che vogliono. Lo dicevamo prima, se la squadra creativa provasse a battere la concorrenza sul loro campo (quello del blockbuster, del film ad alto investimento e sforzo produttivo) perderebbe su tutta linea, a questo punto possiamo anche dire che Letterman non intende utilizzare Jack Black come arma (Jack servirà allo scopo, lo vedremo tra poco, ma non sarà certamente la testa di ponte di questa piccola ma tutto sommato importante operazione di conquista) e allora, viene da chiedersi, in che modo si può portare a segno un attacco? In realtà la risposta è semplice quanto spiazzante. Se è vero che Letterman sceglie di approcciarsi al suo film con una tecnica molto simile a quella del pensiero laterale, allora è lecito dire che, semplicemente, il nostro uomo sceglie di attaccare nell’unico punto che ora come ora sembra essere sguarnito: il campo di battaglia. Il campo di battaglia è, semplicemente e detto in termini un po’ più “professionali”, il contesto di ricezione dell’opera, una dimensione mutevole, in continuo scambio con almeno una decina di sistemi diversi e che dunque, proprio per il suo essere terreno liberamente modellabile secondo le esigenze di chi si trova ad interagire con esso sembra avere tutte le caratteristiche del “varco” che uno come Letterman sta cercando per portare a segno la sua bordata. E’ chiaro che il regista ed i suoi uomini non cercano di certo la perfetta resa filologica su schermo dell’opera di Stine (e dopotutto, sarebbe abbastanza paradossale che un lettore/spettatore si lamentasse con lo staff creativo per la resa su schermo poco convincente di una serie di romanzi che fa della semplicità e dell’immediatezza narrativa i suoi punti di forza), piuttosto, l’obiettivo della squadra è, chiaramente, interagire proprio con quegli spettatori che, prima di essere tali sono lettori e prima ancora fan (quindi con l’elemento principale di quel “contesto di ricezione” a cui abbiamo accennato qualche riga fa) in modo tale da trasportarli, anche se per appena un’ora e mezza, in un’atmosfera che è un ossequio su tutta la linea a quegli anni ’90 che hanno da un lato dato i natali alla serie, dall’altro li ha formati come lettori ma che soprattutto costituisce per loro una sorta di porto sicuro in cui rifugiarsi per sfuggire alle eventuali incertezze dell’età adulta. A questo proposito, un adulto cresciuto tra gli anni ’80 ed i ’90 si troverà straordinariamente a suo agio con il sistema narrativo sotteso al film che fa, con profondo rispetto, il verso alla tipica struttura da videogame pre-millennio, essendo costituito dai confronti dei protagonisti con mostri chiaramente di “difficoltà crescente”, fino ad arrivare al combattimento finale con il boss di fine gioco; per non parlare poi di come il motivo del viaggio a tappe, che culmina nel raggiungimento di un luogo che è al contempo salvezza e tappa fondamentale alla risoluzione del caos che ha dato il via alla narrazione della pellicola, sia una sorta di topos della cinematografia degli anni ’90 e costituisca anche un “portato” dal fortissimo peso impatto sentimentale per tutti noi che in quegli anni ’90 siamo cresciuti (Jumanji vi ricorda nulla?). Durante la visione di Piccoli Brividi lo spettatore adulto ritroverà il calore e la sicurezza di un contesto culturale che non c’è più, che certamente ha avuto le sue zone d’ombra ma che per lui è la cosa più simile ad una “casa”, ad un luogo sicuro che possa mai esistere, ma certamente Letterman desidera aprire la sua creatura all’interazione con gli spettatori più giovani (in virtù di quella malleabilità del contesto di ricezione a cui si accennava). E’ innegabile, a questo proposito, notare come in fondo il film si strutturi attorno all’interazione di una serie di personaggi con creature che, prese nell’insieme, sono i componenti di una sorta di multiverso narrativo non ufficiale così simile a quelli cinematografici Marvel e Dc a cui i piccoli spettatori sono già abituati e come la pellicola sfrutti a pieno (sebbene depotenziati) tutti gli espedienti classici dell’horror contemporaneo (jump scare in primis).

Analizzato con i giusti occhi, inserito nel giusto contesto, Piccoli Brividi si rivela dunque essere un dignitosissimo prodotto d’intrattenimento che riesce a portare a termine splendidamente più di un obiettivo: è una ventata di freschezza all’interno del panorama degli adattamenti cinematografici da romanzo che ormai praticamente domina ad Hollwood; è un prodotto che non si chiude nel suo riparo sicuro, non interagisce solo con gli appassionati ma si dimostra apertissimo e soprattutto cosciente del contesto in cui si inserisce commercialmente; è anche, a ben guardare, un’interessante riflessione sul mondo dell’arte e sulla potenza dell’atto creativo, soprattutto se si vede in Jack Black/R.L. Stine, prima che un personaggio, la personificazione dell’Autore, del demiurgo capace di modellare la realtà per creare una narrazione coinvolgente.

Alessio Baronci

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