Human Nature: secondo capolavoro.

Sceneggiatura anteriore ad Essere John Malkovich, quella di Human Nature venne prodotta solamente dopo il successo del film di Jonze, nel 2001. Inizialmente Steven Soderbergh si dichiarò interessato al progetto di Charlie Kaufman, successivamente la produzione propose l’idea a Spike Jonze reduce del successo di Essere John Malkovich, dandogli la seconda occasione di lavorare con Kaufman e alla fine giunse il contratto con Michel Gondry (Jonze rimane ne diventa produttore).

L’opera, passando di regista in regista e presentata fuori concorso al festival di Cannes, vanta attori quali Tim Robbins, Patricia Arquette, Rhys Ifans e Peter Dinklage, ricevette più critiche che elogi. Dopo il primo film di Kaufman la critica attendeva un film altrettanto introspettivo, invece si trova difronte un tripudio di foreste e scienziati pazzi alle prese con esperimenti irrealizzabili, risultando fedele allo stile immaginifico a cui Gondry ci abituerà negli anni.

Ancora una volta Kaufman presenta un prodotto poco ortodosso per la critica cinematografica hollywoodiana e più in generale per il pubblico. Fino a non molti anni fa infatti, il film non venne tradotto in nessuna lingua non trovando spazio distributivo in altri paesi eccetto che negli Stati Uniti.

Lo sceneggiatore muove da una storia che ha dello straordinario, portando sullo schermo due personaggi molto particolari. Lila è una donna alla quale crescono peli ovunque tanto da sembrare una scimmia; Nathan è uno scienziato che fa della propria esistenza una continua e insopportabile ossessione per i topi, fino a decidere di educarli come fossero bambini, costringendoli ad esempio ad utilizzare forchetta e coltello per mangiare. I due protagonisti vivono costantemente il dramma della non- accettazione di se, Lila non sa se radersi o continuare ad essere se stessa nonostante la natura la ponga nell’ombra del dubbio, Nathan dal canto suo vive nella convinzione egoistica che i suoi esperimenti sui topi un giorno possano portare dei frutti e dunque fugge dalla vita reale. Le loro esistenze continuano su questi binari fin quando giunge nelle loro vite un uomo allo stato animale.

Ingabbiati in un grottesco triangolo, i protagonisti vestono il film da burla filosofica nei confronti della civiltà moderna e contemporanea, facendo emergere in pieno le contraddizioni, i difetti e le incertezze degli uomini “civilizzati” costretti a vivere una vita a cui spesso non sentono di appartenere.

 

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.