Che fine ha fatto Riggan Thomson?

Quasi tutti lo ricordano nei panni ormai sbiaditi di Birdman, iconico supereroe cinematografico, connesso a un coloratissimo immaginario di esplosioni ed effetti speciali, sparito dagli schermi da un numero non meglio specificato di decenni.

Iñárritu, forse più informato di altri, lo ritrova a Broadway, immerso in un teatro labirintico come e più della sua psiche, alle prese con la messa in scena (molto meno blockbuster) di What We Talk About When We Talk About Love (Raymond Carver), colto nello sforzo di virare i connotati della sua immagine pubblica nello sfavillante quanto vacuo universo minimale dell’arte colta, ossessionato dalla (vana) gloria di un passato irrecuperabile, intrappolato claustrofobicamente tra le parole – o spesso le urla – di produttori assillanti, attori intoccabili, critici con pretese di onnipotenza e fantasmi inconsci.

Più di un semplice esercizio meta-cinematografico, Birdman è prima di tutto la caleidoscopica e bizzarra scorreria di Iñárritu su un modernissimo viale del tramonto aggiornato all’oggi, alla folle, indiscriminata era dell’iperesposizione delle immagini. Riggan Thomson è in questo senso l’incerta, flaccida evoluzione del Guido Anselmi di o del Joe Gideon di All That Jazz, afflitto (o, magari, arricchito) come loro da un senso di disorientamento esistenziale che risulta ormai non più occultabile, amplificato com’è dagli innumerevoli schermi che invadono e replicano le fattezze del mondo 2.0, sotto le colorate etichette di Skype e Youtube.

E più di una semplice critica alla letale vacuità del dorato mondo dello spettacolo, Birdman si propone soprattutto come un’opera che fa dell’ossimoro la propria chiave di volta, come un film che analizza con sguardo pungente (per certi versi simile a quello di un film come Maps to the Stars) le laceranti nevrosi di un universo di plastilina mentre innalza al suo massimo grado di purezza la capacità di incantamento dell’illusione cinematografica. In questo senso, il folgorante (e ovviamente “finto”) piano-sequenza dell’irreprensibile Lubezki che giunge praticamente a coincidere con l’intero film, segna il definitivo distacco di Iñárritu dalla temporalità frantumata che caratterizzava la prima fase della sua carriera (Amores Perros, 21 grammi, Babel) e si propone come il segno di una nuova poetica che mira a realizzare uno dei più commossi elogi al digitale realizzati in epoca contemporanea.

Guidando sinuosamente lo spettatore tra spazi, livelli di realtà e temporalità impossibili, attraversando senza stacchi i più tormentati labirinti della mente e le più affollate street della Grande Mela, Birdman si propone come un percorso a ritroso verso la primigenia magia della visione cinematografica, un lungo (sokuroviano, verrebbe da dire) sospiro che tenta di riportare lo spettatore contemporaneo (annoiato dalla troppa esperienza) all’incredulità dell’incanto.

Quello di un uomo capace di volare.

birdman

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.