Star Wars Episodio VII: Il Risveglio Della Forza – La Straordinaria Bellezza Della Decadenza

Freud lo chiamava “Perturbante”. Per lui si trattava di un sentimento che si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed diversa dal solito allo stesso tempo causando una sensazione di estraneità, alterità, che nei soggetti più predisposti può tramutarsi tranquillamente in angoscia. In tedesco, questo concetto della filosofia freudiana si traduce con Unheimlich, che, sul piano sintattico è, letteralmente, il contrario di Heimlich, “casa” ma che su quello più prettamente “simbolico” (e, sopratutto, più legato a ciò che stiamo per dire) denota forse ancor più chiaramente una delle “situazioni” più pericolose per la psicologia dell’essere umano: dopotutto, se anche ciò che tu consideri “casa” arriva a presentarsi ai tuoi occhi come un qualcosa di istintivamente estraneo, di cosa puoi fidarti?
Pochi se ne rendono conto, ma fin dalla sua origine, il franchise di Star Wars è andato a strutturarsi attorno al concetto stesso di perturbante. I sei film che dal 1977 al 2005 hanno contribuito ad organizzare il racconto della saga, in effetti, da una certa angolazione appaiono come sei tasselli di un complesso gioco di specchi fatto di rimandi, citazioni, easter eggs, eterni ritorni di strutture simboliche. Motivi, scene, battute, intere sequenze, si ritrovano nel passaggio da una trilogia all’altra (quando non da un film all’altro del franchise, magari consecutivi) sempre uguali ed al contempo sempre diversi e tuttavia (è necessario dirlo) il sentimento che queste occorrenze stimolano nei cuori degli spettatori è una sorta di perturbante benigno, alleggerito da tutte le inquietudini del caso con cui lo denota Freud. Al netto dei fatti ci troviamo di fronte ad un gioco lungo poco più trent’anni appositamente organizzato per i fan più accaniti e che rimanda a certe strutture cicliche di quella stessa epica che sostanzia la narrazione di Lucas. E’ un metodo di lavoro, quindi, che in sé non ha nulla di negativo perché non c’è nulla di negativo nel sistema di valori che lo regge: al di là di tutto, nelle due trilogie che precedono episodio VII, il bene vincerà sempre sul male. Han Solo, malgrado il suo essere una cinica canaglia, tornerà sempre per coprire le spalle all’X-Wing di Luke mentre egli lancia il razzo nello scarico della Morte Nera, Lando Calrissian salverà sempre Luke e gli altri dopo aver venduto Han all’impero ed Obi Wan, al di là di tutte le peripezie necessarie per arrivare a ciò, getterà sempre Anakin nella lava gridando che lui era il prescelto.
E’ un sistema, quello che sottende a Star Wars e che qui abbiamo provato a spiegare brevemente, che, tra alti e bassi ha contribuito a sviluppare la popolarità del franchise negli anni e che è stato (è venale ma è allo stesso tempo sacrosanto ricordarlo qui) una delle cause prime degli incassi straordinari che la saga di Lucas ha macinato in trent’anni di vita nelle sale. Molto più in profondità di così però, c’è il fatto che questa struttura è, né più né meno, che una sorta di vangelo simbolico, un playbook che raccoglie gli spunti, le strategie narrative attorno a cui organizzare la storia di ogni episodio, è il Verbo di George Lucas, unico custode di quel vaso di Pandora che i profani chiamano script e che i fan più accaniti definiscono non senza una certa commozione “Universo Espanso”. Per questo, quando trapelò la notizia che Lucas aveva venduto tutto il franchise alla Disney e che questa l’aveva sostanzialmente riattivato dando la direzione del settimo capitolo della saga a J.J. Abrams, sotto la superficie fatta di critiche, recriminazioni, fanboys che gridavano all’alto tradimento, gli appassionati di cinema (ed i fan più moderati della saga) cominciarono a chiedersi in che modo il papà di Alias e Lost si sarebbe rapportato a quel crogiuolo di storie, input e stimoli che aveva, almeno di fatto, ereditato dal papà del franchise.
In realtà le fondamenta di quel piccolo miracolo della settima arte che è The Force Awakens iniziano ad essere poste qui, nel momento in cui, sopratutto nelle prime interviste al cast o ai vari membri del team creativo, diventa palese che J.J. Abrams desidera porsi, nei confronti del materiale di partenza della saga, non certo come uno studentello di primo pelo atterrito dalla cattiva fama del professore con cui deve fare un esame, quanto piuttosto come la perfetta sintesi tra lo stimato uomo di cinema e l’ottimo autore di storie che ora è, e l’eterno ragazzino fan sfegatato delle avventure di Luke e compagnia che in fondo è sempre stato, a metà tra l’uomo rispettoso del materiale che Lucas gli ha lasciato in eredità ed il cineasta che sente di dover (e poter) dire la sua in merito alla saga. Detto questo…beh…Episodio VII fu.
In realtà i presupposti teorici per far sì che Abrams organizzi questo primo episodio della nuova trilogia come una sua personale lettura della saga ci sono tutti: la Disney ha fondamentalmente ridimensionato l’universo espanso creato da Lucas amputando alcuni “rami morti”, segmenti narrativi vecchi e non sfruttabili sul piano cinematografico e lasciando a disposizione del regista le basi narrative del franchise, che egli può sfruttare a suo piacimento, un po’ come se fosse un bambino che gioca nella sua stanza con un nuovo set di action figure. Al contempo, Abrams decide si di scrivere attivamente la storia del suo film, ma si fa aiutare in questo da Lawrence Kasdan, uno degli ultimi esponenti del team creativo di Lucas ed autore, egli stesso, dello splendido Empire Strikes Back. Fondamentalmente Kasdan funziona da garante per la storia di Abrams, probabilmente è colui che ferma il regista nel momento in cui è chiaro che egli sta uscendo fuori dal seminato, dalla tradizione, un atteggiamento che, come si vedrà, ha saputo dare dei frutti straordinari.
L’azione di Abrams procede per piccoli passi. Dapprima restituisce ariosità al sistema narrativo del franchise, che da anni era bloccato nel pantano della tradizionale ed accademica suddivisione in tre atti dominati ciascuno da un solo episodio rilevante (la distruzione della Morte Nera, la liberazione di Han Solo e via dicendo), spalmando tutta la storia in cinque atti e riempiendo ogni singolo minuto di girato di “storia pura”, di vicende, di input narrativi, di dinamiche, di relazioni tra i personaggi, di repentini cambiamenti nei sistemi di valori che governano l’azione, applicando quindi, per certi versi la sua formazione da autore di prodotti seriali (caratterizzati di loro da una certa ampiezza narrativa) ad un sistema fino a quel momento “fermo” come quello di Star Wars. Fatto ciò, il nostro uomo va ad agire al di sotto di questa stessa struttura, nel vero e proprio sottotesto della saga ed è qui che, possiamo dirlo, inizia il bello.
Ad un’occhiata superficiale, The Force Awakens è caratterizzato dallo stesso gioco di specchi che contraddistingue gli altri sei episodi del franchise, anzi, si può tranquillamente dire che lo spettatore si troverà di fronte ad un tale trionfo di citazioni e riferimenti, provenienti sopratutto dal quarto film della serie, A New Hope che Episodio VII potrebbe tranquillamente essere considerato come una sorta di Episode IV: Enhanced Edition, versione potenziata, grintosa, forte ed aggiornata al 2015 dell’effettivo esordio in sala del franchise del ’77 e tuttavia basta avere la pazienza di addentrarsi più attentamente all’interno di questo sistema di rimandi, basterà iniziare a scavare, per capire che la realtà dei fatti è molto diversa di quanto appaia in realtà.
Evitando per principio gli spoiler e tenendoci prudentemente lontani da qualsiasi dettaglio che possa rovinare la visione di una storia splendida, basterà dire che il sottotesto di The Force Awakens e (ce lo auguriamo) di questo nuova trilogia è un certo senso di negatività che rima perfettamente con un’idea di decadenza quasi barocca che permea ogni singolo dettaglio della pellicola. Il sistema di specchi, il gioco di citazioni ed easter eggs di Episodio VII fa da struttura ad un mondo che sembra ormai essere assuefatto ad una certa idea di male universale che domina su tutto e tutti. La galassia pare essere governata da un cattivo volutamente caratterizzato in modo debole che compie azioni orribili ma quasi non sa perché lo fa, Han e Chewbecca sono tornati a contrabbandare animali esotici nella galassia perché oramai credono non ci sia più nulla da fare contro gli uomini del Primo Ordine e dunque, a meno che i nuovi Sith non attacchino il Falcon per primi, non c’è necessita che entrambi tornino a combattere per la resistenza, Leia, arroccata con gli ultimi fedelissimi in un avamposto dei ribelli dimenticato da Dio, porta avanti una guerriglia che fino a quel momento è fiacca, quasi non volesse più combattere per lei, né per i suoi uomini, né per la libertà in tutti i sistemi, ma fosse più interessata a ritrovare suo fratello. In un universo che è inconsciamente dominato da un male così infido, tra camminatori AT-AT distrutti nel deserto ed incrociatori Imperiali che giacciono come relitti di navi fantasma su pianeti alla periferia della galassia, non stupisce che un oggetto in passato ai limiti del sacro come una spada laser venga brandita per la maggior parte del film da personaggi che sottovalutano il suo potenziale e che quando la attivano la usano più come un bastone che come una raffinata arma di offesa e difesa. Adesso forse è chiaro perché ho deciso di aprire questa recensione con un riferimento al Perturbante freudiano: le citazioni, i riferimenti incrociati, il puro gioco di specchi si ritrovano anche in questo episodio, un po’ come se fossero gli arredi, le stanze, i corridoi di una casa in cui tutti, me e voi, fan della prima ora della saga, desiderano tornare, ma al contempo, la poetica di J.J. Abrams non ha fatto altro che cambiare di segno il sistema di valori che sottostà a questo citazionismo che possiamo definire come tradizionale. Capiterà spesso, questo possiamo dirlo come a voler dare un esempio di questa tendenza generale, di ritrovarsi di fronte a sequenze, azioni, battute di dialogo, che magari appartengono ad episodi passati del franchise ma che in quelle occorrenze passate portavano ad un esito positivo, mentre in questo caso daranno il via a catene di eventi dagli esiti tragici. Riprendendo la metafora che abbiamo sviluppato poco fa, con The Force Awakens torniamo a casa nostra, ma è come se riaprissimo la porta su un ambiente in cui qualcuno prima di noi ha cambiato, di pochissimo la planimetria dell’appartamento, spostando in maniera impercettibile i mobili o restringendo di pochi millimetri le porte delle stanze. Eccolo qui il disagio, eccola qui l’angoscia, eccolo qui il perturbante in tutta la sua forza, terribile e bellissimo.
J.J. Abrams è riuscito a svecchiare un franchise che è in ballo da trent’anni, aggiornandolo, prima che al 2015, ad un nuovo modo di intendere la realtà ed il sistema di valori che regge l’intrattenimento televisivo e cinematografico contemporaneo, fondato sul dubbio, sull’incertezza, più che sui facili eroismi. Le nuove generazioni di spettatori (che sono comunque invitate a vedere Episodio VII dopo essersi dedicati ai primi sei episodi, malgrado la Disney continui a dire che la storia si comprende bene anche senza aver visto i prequel) hanno il loro personale Star Wars, splendido capolavoro fantascientifico, dinamico, grintoso, e lontano dal fiacco Episodio I (che è stato l’ingresso nel franchise per me e per altri della mia generazioni), a tutti noi, fan della prima ora, non rimane che dire, con un po’ d’orgoglio: Jeffrey Jacob Abrams ce l’ha fatta.

Alessio Baronci

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