La storia degli effetti speciali – The History of FX

Si dice che gli effetti speciali siano stati in un certo modo “scoperti” da George Méliès, vi ho già parlato di lui in un altro articolo, ma sicuramente il suo provenire dalla prestidigitazione e del mondo dei tricks gli ha permesso di comprendere e sfruttare al meglio “ciò che aveva tra le mani”. Méliès aveva capito che semplicemente smettendo di riprendere e ricominciando dopo aver fatto modifiche sul set (ovvero aveva “scoperto” il montaggio) poteva creare effetti proprio “speciali” sulla pellicola. Pensiamo ad esempio al crescere della luna e il satellite che vi finisce sull’occhio in Le voyage dans la lune oppure gli effetti di scomparsa/apparizione in Le magicien che altro non sono che giochi di montaggio. Come tutti gli effetti speciali, l’occhio dello spettatore presto si abitua ad esso e diviene “scontato e noioso”, motivo parziale del declino del grande regista. Tra gli effetti speciali degli albori del cinema citiamo anche la nascita dell’animazione ad opera di Windsor McCay con Little Nemo in Slumberland del 1911. La tecnica prevede che ogni disegno rappresenti un fotogramma e ogni fotogramma sia un disegno fatto nella sua totalità (background e foreground). Già nel 1914, però, Earl Hurd si rende conto che le parti statiche del quadro potevano essere disegnate/dipinte sulla carta e ciò che doveva essere animato invece su cellulosa trasparente in modo tale da dover sviluppare solo i foreground (sarà Walt Disney a sviluppare questa tecnica al punto da produrre nel 1936 Snow White and the Seven Dwarfs). Earl Hurd inventa così la Cel Animation che rimane la stessa tecnica per anni e anni. Di pari passo si muove la model animation, precursore dello stop motion: alcuni iniziano a riprendere pupazzi e modellini e a farli “muovere” sulla pellicola (il pioniere fu Willis O’Brien con il suo cortometraggio del 1914).

Gli anni ’50 furono, però, fondamentali per gli effetti speciali. La tecnica sviluppata Disney viene implementata nel live action Forbidden Planet del 1956 anno in cui De Mille permette a Mosè (Charlton Heston) di separare le acque nel suo The Ten Commandments. Per realizzare questa scena Jon P. Fulton utilizzò un sistema geniale: nelle enormi vasche degli studi Paramount fece versare 300.000 galloni d’acqua mischiati a gelatina per dargli spessore. Utilizzando questa ripresa all’indietro si crea l’effetto di divisione delle acque.

 

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Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 ci si sposta nell’ambito degli stunts. Uomini impavidi diventano le controfigure di famosi attori in scene pericolosissime di film come Ben Hur che conquista 11 statuette agli Academy Awards del 1959. Ma è negli anni ’70 che viene inaugurata la nuova era degli effetti speciali. Grazie a lungimiranti produttore/registi come Steven Spielberg e soprattutto George Lucas, la storia degli effetti speciali compie un vero e proprio cambio di rotta. George Lucas fonda la Industrial Light & Magic (possiamo pensare a lui come a Steve Jobs con Apple) compiendo una vera rivoluzione nel settore. Lucas si mette così nelle condizioni di girare nel 1977 Star Wars. Per ricreare i meravigliosi effetti del film, Lucas si serve della tecnologia più all’avanguardia: utilizza le motion-control cameras. Questo particolare tipo di mdp (macchina da presa) permette che il movimento sia controllato dal computer. D’altra parte l’utilizzo di modellini per le spaceship così dettagliate, permettono di avere una resa iper realistica di quest’ultime. Per Star Wars Episode IV – A New Hope, Lucas utilizza anche i mockups (per integrare gli attori alle riprese dei modellini), del compositing layers e anche dell’animazione (utilizza la cel-animation per gli spari con i laser ad esempio). L’enorme differenza con un’altro dei film più importanti della storia del cinema, 2001: A Space Odyssey, risiede proprio nel tipo di mdp: nel film di Kubrick, infatti, la mdp è ferma e sono solo le navi (perfette nei particolari) che si muovono (come se danzassero).

Sempre negli anni ’70, ma soprattutto tra la metà degli anni ’80 e l’inizio del ’90, la CGI inizia a prendere piede. Vengono girati film come Terminator II (1991) o Tron (1982) che utilizzano abilmente i primi rudimentali effetti speciali in CGI. Sarà Steven Spielberg a far entrare davvero nel quadro cinematografico elementi in CGI con il suo Jurassic Park che portò davanti agli occhi di tutti la novità: è possibile avere delle realistiche computer-generated-images.

Più diventano potenti i computer e più gli effetti speciali si evolvono. Avvicinandoci ai giorni nostri possiamo pensare quanto i computer permettano di creare una sorta di “doppioni” degli esseri umani: vedendo i personaggi di Spiderman possiamo ben renderci conto di quanto la CGI sia diventata pervasiva nell’universo cinematografico, di quanto diventano per certi modi superflui gli stunt (di cui comunque non possiamo fare a meno). I computer diventano così sempre più indispensabili: nel 1999 per creare l’effetto bullet time di The Matrix non solo vengono utilizzate una serie di videocamere (viene ripreso il concept del lavoro di Muybridge), ma viene anche implementato con il CG interpolation per dare quell’effetto di rallentatore con movimento della mdp. Per la prima volta nella storia, nel 2001 viene utilizzata l’intelligenza artificiale (in particolare il software Massive) per il movimento dei personaggi digitali in The Lord of the Rings; nell’anno seguente viene realizzato il personaggio di Gollum in motion capture; arriviamo così a Beowulf (2007) film interamente girato in CGI. Approdiamo in questo modo al 2009, anno di uscita nelle sale di Avatar il film di James Cameron che utilizza la performance-capture per creare un effetto foto realistico in 3D per i suoi personaggi integrandoli a un universo in CG 3D foto realistico.

Ci sono altri filoni degli affetti speciali di cui non abbiamo parlato, ma che necessariamente devo qui farvi presente. Tra le tecniche fondamentali della storia degli effetti speciali troviamo anche il matte painting (si realizza un paesaggio o ambiente dipingendolo su lastre di vetro da mettere sopra la pellicola); l’effetto Vertigodolly-zoom in cui la macchina da presa compie una carrellata in avanti mentre si fa uno zoom-out o viceversa, il morphing (per la trasformazione di immagini in modo fluido e sequenziale), il rotoscope che permette di creare cartoni animati con figure realistiche e l’effetto Schufftan che permette di ingrandire oggetti e miniature poste frontalmente (tecnica utilizzata negli anni ’20 e ’30); infine semplicemente il make-up.

Tornando, però, all’utilizzo di computer, possiamo dire che a partire dal 2009 si susseguono una serie infinita di esperimenti di vario genere sull’integrazione del 3D con il CG e o l’uso del motion-capture/performance-capture. Giusto per citare gli esempi più interessanti di come le varie tecniche che abbiamo visto si fondano creando risultati incredibilmente realistici e straordinari, ecco una serie di film degli ultimi anni che esprimono al meglio i risultati di questi esperimenti: The Hobbit (in particolare il personaggio di Smaug); Gravity (per il continuo movimento della mdp), Inception (in particolare per la sequenza del corridoio). Ma in realtà sarebbe un elenco infinito e mai esaustivo.

Opera di Vale Bathory
di Vale Bathory

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.