Il Ponte Delle Spie

Brooklyn, 1957. Nel pieno della Guerra Fredda l’F.B.I. cattura la spia sovietica Rudolph Abel, un anziano pittore. La democrazia impone che egli sia processato per spionaggio e della sua difesa si incarica l’avvocato assicurativo James B. Donovan. In un’America che sempre di più associa l’idea del diverso a quella del nemico, Donovan, attirandosi non poche inimicizie riesce a non far condannare a morte Abel, ottenendo piuttosto il suo imprigionamento in attesa di un possibile, futuro, scambio con i Russi. L’occasione per utilizzare Abel si presenta quando un pilota di un aereo spia americano viene catturato dai Russi mentre sta sorvolando l’Asia. La C.I.A. incarica Donovan di gestire lo scambio di prigionieri, ma, mentre l’avvocato è a Berlino per le trattative uno studente americano viene catturato dalla Stasi perché scambiato per una spia. L’avvocato impiegherà tutte le sue risorse per ottenere il rilascio di entrambi i prigionieri americani in cambio della spia russa, in un estremo tentativo di far trionfare quella stessa giustizia in cui egli solo sembra credere.

 

Un bel detto che va molto di moda in questi anni afferma che: “Karma Is A Bitch!”. Siccome sono una persona che cerca di mantenere una certa classe ed aplomb quando scrive (oltreché nelle relazioni interpersonali), non mi dilungherò nella traduzione letterale di questa formula idiomatica, fiducioso del fatto che sia io che voi che leggete sappiamo comunque benissimo cosa significhi (o saprete benissimo come correre ai ripari nel caso vi servisse una traduzione al volo).  Per ora vi basti sapere che questa stessa frase si è fatta largo, discretamente, ma in maniera persistente, nella mia testa appena sono entrato in sala e mi sono preparato alla visione de Il Ponte Delle Spie. Cerchiamo di fare chiarezza (e attiriamo su di noi un po’ di impopolarità a piccole dosi, già che ci siamo): ho sempre stimato l’operato di Steven Spielberg, ma non lo considero affatto il miglior regista esistente, come i media, i fan della prima ora o i cinefili della domenica, vogliono farci credere. Sono dell’idea piuttosto che il nostro amico Steve sia uno dei cineasti più incostanti della settima arte: stiamo parlando di un uomo che dal suo esordio, fino a I Predatori Dell’Arca Perduta (siamo nel 1981) fondamentalmente non ne ha sbagliato una, riuscendo a portare in sala delle pellicole epocali che hanno contribuito a modellare l’immaginario collettivo di quegli anni. Poi, nel 1982, con quell’abominio che porta il nome di E.T. il nostro uomo ha consciamente deciso di buttare all’aria tutto ciò che era riuscito a creare.  E’ in fondo inutile girarci attorno, per quanto ci si sforzi di evitare la verità pur di non rovinare il film dell’infanzia di molti di noi (non della mia…il mio film dell’infanzia è Space Jam ma tant’è…) E.T. è un film insufficiente anche valutandolo come pellicola per bambini: infantile, mal scritto, superficiale, incomprensibilmente inquietante, ha tra l’altro la colpa di aver dato una bella spinta alla popolarità di Spielberg, arrivando fino a sdoganarlo agli occhi del grande pubblico (è in questo momento che alcuni personaggi dal dubbio gusto in fatto di cinema cominciano a dire che il nostro uomo è “il più grande regista esistente”). Fuori dalla polemica per un successo immeritato, è indubbio che da questo momento in poi Spielberg entra nel ridente paesaggio che porta il nome di “Tunnel della mediocrità”. Anno dopo anno, l’uomo d’oro di Hollywood dà in pasto alle sale una serie di film di qualità infima (Indiana Jones ed Il Tempio Maledetto, Il Mondo Perduto, A.I., War Horse, Tin Tin ed Il Segreto Dell’Unicorno) che puntualmente controbilancia con perle di qualità straordinaria con cui fondamentalmente ripiana gli eventuali debiti contratti negli anni a causa degli esiti infelici delle pellicole di cui sopra e conseguentemente ridà fiducia a coloro (pochi) che credono ancora ciecamente in lui (potremmo citare a questo proposito film come Hook, Il Colore Viola, Schindler’s List, Amistad, Salvate Il Soldato Ryan, Munich, giusto per fare qualche nome). No, Spielberg non è uno dei migliori cineasti esistenti, non è l’erede di Kubrick, malgrado i toni con cui viene costantemente incensato dalle rubriche di spettacolo delle tv generaliste o dalle rubriche di cinema dei giornalacci di quinta categoria, e tuttavia, forse un pregio ce l’ha: forse ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi strateghi della storia dello showbuisness, uno di quelli che ha capito di essere troppo potente per essere semplicemente “cacciato” a pedate dal Sunset Boulevard e che per questo è riuscito a sviluppare una piano salvavita che gli permette di sperimentare senza mai sporcarsi effettivamente le mani (dopotutto quel sistema “giro un flop sicuro e subito dopo mi metto al lavoro su un film talmente bello che mi ripagherà anche dei soldi spesi per l’obbrobrio che ho girato prima” è proprio ciò a cui stiamo facendo riferimento in questo caso).

Il meccanismo su cui vive e sopravvive uno come Spielberg è molto simile ad una strana roulette russa inversa. Ogni suo film è un giro del tamburo, ogni visione di un suo film è un click del grilletto, se il film è bello, il grilletto suonerà a vuoto, se il film è inguardabile, vorrà dire che la pistola avrà fatto bang, ma paradossalmente, non è certo il nostro amico Steven ad impugnare l’arma (lui cade sempre e comunque in piedi), siamo noi, noi spettatori, noi pubblico ed in questo caso, sono io, forse il suo primo e più profondo detrattore a farlo. Adesso capite perché “Karma Is A Bitch”?

Sulla carta, Il Ponte Delle Spie, può essere, a seconda di come Spielberg sceglierà di organizzare il suo lavoro sulla scena, un altro di quei film che con il tempo andrà ad occupare il suo posto nella Hall Of Fame del mio cuore, oppure una delle mie più grosse delusioni da spettatore. Dalla sua il film ha certamente tutto il fascino che gli dona da solo il genere spionistico a cui fa riferimento, a cui si aggiunge la splendida atmosfera tipica del contesto della Guerra Fredda che fa da sfondo alla storia, oltreché l’apporto di un artista come Tom Hanks, che sembra essere ancora l’attore puro, umile ed appassionato degli esordi, malgrado gli anni passino anche per lui. Di contro, a minare la possibile qualità del film c’è indubbiamente il fatto che Spielberg guidi tutta la baracca ma, paradossalmente, c’è anche un dettaglio, quasi insignificante, che sfugge ai più ma che costituisce il vero e proprio punto di non ritorno che contribuisce a definire il film “da fare” (o meglio, “da vedere”) come un bel film o una catastrofe in termini di qualità: Il Ponte Delle Spie è scritto dalla prima all’ultima battuta da Ethan e Joel Coen.

Il profilo dei fratelli Coen visti dalla prospettiva di puri sceneggiatori di pellicole effettivamente non loro meriterebbe un approfondimento a parte, ma per ora ci accontenteremo di riassumere la loro esperienza di screenwriters in pochi, semplici tratti. Le (poche) esperienze dei Coen come sceneggiatori puri (ad eccezione di Crimewave, che è una sorta di loro film non ufficiale perché scritto per l’amico di una vita Sam Raimi, negli ultimi cinque anni hanno scritto Gambit di Hoffman ed Unbroken per la Jolie) ci hanno dischiuso le porte di una grande, quanto scomoda verità: Joel ed Ethan Coen sono impacciati quanto un quindicenne al primo appuntamento con la più carina della scuola nel momento in cui si trovano a scrivere un film che poi non dirigeranno. Gambit ed Unbroken semplicemente non reggono, mai, neanche per una volta, il che è strano se si pensa che ai loro script hanno lavorato le menti dietro a capolavori come L’Uomo Che Non C’era o Non è Un Paese Per Vecchi. Al di là di questo, questa particolare caratteristica dei Coen, quest’imbarazzo, quest’incapacità di approccio ad una storia non loro, è tutto sommato scusabile. I due rimangono sempre e comunque immensi artisti e profondi intellettuali, dotati di un particolare sistema di valori, caratterizzati da una particolare poetica che, spesso, può mal conciliarsi con le tendenze artistiche di altri registi, e rieccoci quindi al punto di partenza: tutto bene, tutto giusto, tutto sopportabile fin quando i Coen non si ritrovano a scrivere un film verso cui (in un modo o nell’altro) riponi delle aspettative, come in questo caso.

In realtà è proprio qui, è esattamente qui, nel momento in cui ti fermi ad osservare il nucleo del film, il modo in cui si amalgamano “quello” stile di regia e “quello” stile di scrittura che inizia il bello.

E’ un oggetto artistico molto sui generis Il Ponte Delle Spie, sopratutto perché è uno di quei film che un critico non vorrebbe mai recensire.

Intendiamoci, non ci troviamo di fronte ad un brutto film (Spielberg lo catalogherebbe tra i “bei film”, secondo quella categorizzazione a cui abbiamo accennato poco fa), quanto piuttosto ad un prodotto ben eseguito che però inizia e finisce nell’esatto momento in cui lo spettatore ne fa atto di fruizione in sala. Il Ponte Delle Spie è il compitino per casa ben fatto del primo della classe che ha deciso di fare bella figura con la maestra e con i suoi compagni e niente più. E’ un discorso strano quello che stiamo provando ad imbastire: di fronte a noi non c’è uno di quei film tipicamente figli degli anni ’10 che spinge al massimo l’aspetto “visivo” (la scenografia, la fotografia e quant’altro) a svantaggio di uno script fiacco, banale, poco coinvolgente; al contrario, Il Ponte Delle Spie una storia dal grande potenziale ce l’ha eccome, ma, semplicemente, decide di fermarsi, di tirare i remi in barca, prima di poter fare finalmente sul serio. E’ un film “solo” ben fatto e scritto degnamente, Il Ponte Delle Spie, un film che però, con la sua sola esistenza, fa capire perfettamente come non deve assolutamente essere una pellicola contemporanea: piatta, insipida, priva di quel fascino che da solo ti invita ad approfondire il discorso che la regia, la sceneggiatura, le scelte stilistiche hanno portato sullo schermo, priva di quel tarlo che alla fine di un bel film si fa strada nella tua mente e ti fa chiedere: “Cosa avrà voluto dirmi il regista? Perché ha optato per così tanti piani ravvicinati? Perché ha inserito in quel punto una musica diegetica? Cos’ha in mente?” Per poter sopravvivere nel mare di superficialità che aleggia sul cinema contemporaneo, un film deve instituire con te un discorso, deve poterti mettere in condizione di farti delle domande sulla sua natura di espressione artistica (un po’ come con  un libro o  con un dipinto, o con una sinfonia), altrimenti, certo, fa male dirlo, ma non possiamo che ritrovarci di fronte ad una splendida confezione senza un vero e proprio contenuto. E’ un film ricco, Il Ponte Delle Spie, ricco di invenzioni sceniche, ricco di precisione nella messa in scena, ricco di dettagli e di atmosfera, ricco di quell’umanesimo puro tipico dello stile di Spielberg (anche qui, come nella maggioranza della sua filmografia, ci troviamo di fronte alla storia di un uomo semplice che inizia una battaglia personale contro dei poteri più grandi di lui, arrivando fino a vincerla grazie alla sua bontà d’animo e correttezza etica) ma al contempo, non possiamo che constatare come un film del genere sia, in fondo, povero. Povero, in primis, di quello spirito critico che un regista non può non applicare al suo progetto per dotarlo di un messaggio, di un’idea, di una vera e propria opinione che verrà trasmessa agli spettatori e che sarà l’elemento, il dettaglio, che rimarrà nelle loro menti quando il film finirà e le sue componenti tecniche e sceniche spariranno in un mare d’oblio. Detto ciò, un plauso a parte va certamente fatto non tanto alla sceneggiatura dei Coen, quanto al ruolo ricoperto dai due fratelli in sede di scrittura. Joel ed Ethan, per Il Ponte Delle Spie, funzionano un po’ come due eminenze grigie che entrano in gioco per salvare il film da sé stesso e la cosa più curiosa è che probabilmente neanche sanno di esserlo. E’ una considerazione probabilmente azzardata la mia, e tuttavia, è innegabile che parta da premesse sensate: I fratelli Coen, che a differenza di Spielberg uno spirito critico, un desiderio di dialogo con il pubblico ce l’hanno, hanno fondato la loro filmografia su una sorta di umanesimo oscuro, deviato, che porta i due a riflettere costantemente su quanto, in ciascuno di noi si nasconda un lato in ombra che non ci mette poi troppo ad emergere e a fare danni e su quanto la società che ci circonda sia fondata sul nichilismo, sulla negatività, sulla prevaricazione. Avete letto bene, forse siete anche riusciti a fare due più due da soli, ma nel caso non fosse così, vi aiuto io: i Coen e Spielberg lavorano su sistemi di valori praticamente opposti e, più di ogni altra cosa, Il Ponte Delle Spie, diventa a questo proposito luogo di un confronto forse mai visto prima. Piuttosto che minare le fondamenta di un film con la cui tematica di base i due non si trovano sostanzialmente in sintonia, i Coen infarciscono il tessuto narrativo del progetto di Spielberg con riferimenti, input, spunti critici che contribuiscono a sviluppare una sorta di riflessione personale dei due autori sulle tematiche su cui si struttura il film. E’ come se, da un lato ci fosse Spielberg, impegnato a lavorare al suo cristallo di vetro pregiato, splendido, ma al contempo privo di una vera e propria anima, mentre dall’altro ci sono i Coen, che si incaricano, non sappiamo con quanto beneplacito del regista, di sviluppare, da soli, il sottotesto critico riflessivo che fa da contraltare al film (e che ha al suo centro una velata critica antiborghese quando non apertamente antiamericana che vorrebbe, nelle intenzioni degli autori, permeare tutta la pellicola). La domanda sorge spontanea a questo punto: basta questa sorta di operazione di salvataggio portata avanti dai Coen, a salvare il film dal suo stesso essere opera artefatta e priva di qualsiasi appeal nei confronti dello spettatore? La risposta purtroppo è no. Joel ed Ethan compiono un lavoro ammirevole, ma al netto dei fatti, la loro decisione creativa, le loro scelte stilistiche, hanno lo stesso peso di un qualsiasi giochino per cinefili: buone per divertirsi tra amici in una sorta di sfida ad individuare quali passaggi siano maggiormente in “stile Coen” e quali no ma allo stesso tempo troppo labili, troppo disordinate, per fare in modo che il modo che il film acquisti quell’anima che tanto sembra desiderare , vuoi anche perché, chiaramente, da un certo punto in poi Spielberg sembra aver mangiato la foglia e ha chiaramente deciso di tenere al palo i due fratelli (un po’ come a dire “Bravi ma basta”).

Cosa rimane da dire dunque? Il Ponte Delle Spie è un bel film? Si, nei limiti del possibile e anzi, ci spingiamo a dire che, nel caso crediate che Star Wars VII non è cosa per voi, potrete trovare nel progetto di Spielberg un’ottima pellicola con cui passare uno dei pomeriggi di questo periodo di feste natalizie, senza dover necessariamente soccombere alla tirannia dei cinepanettoni. Altra domanda: Il Ponte Delle Spie è un film che il pubblico ricorderà negli anni a venire? No, purtroppo no, ma dopotutto, è il minimo che puoi aspettarti quando una pellicola è priva di una vera e propria anima. A questo punto, l’unica cosa che possiamo sperare è che Il Ponte Delle Spie costituisca solo una delle devianze di certo cinema commerciale e che i prodotti che verranno dopo di lui capiscano cosa manca a questo progetto per così intraprendere una strada migliore.

 

Alessio Baronci

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