In principio era ELLEN

They said, ‘Oh, it’ll never happen.’ I let it go. Then they did ‘Queer As Folk,’…it was always easier when you have a board of people who can see what it is, sell something, especially a challenging concept.

Ilene Chaiken

 

Siamo ormai abituati ad avere, nelle nostre serie tv preferite, personaggi LGBT ma fino a qualche tempo fa non era così semplice imbattersi in questi e soprattutto era quasi impossibile avere dei personaggi omosessuali come protagonisti di una serie.

Ricordiamo cosa accadde nella serie tv ABC Ellen quando dopo 3 anni di messa in onda la protagonista Ellen Morgan – interpretata da Ellen DeGeneres – fece outing nel famosissimo The Puppy Episode andato in onda nel 1997. Il final seson fu l’episodio più seguito della serie contando 42 milioni di telespettatori, vinse numerosi premi tra cui Primetime Emmy Award for Outstanding Writing per una Comedy Series e un Peabody Award, Ellen DeGeneres inoltre vinse un GLAAD Media Award nel 1998. Nonostante i successi la serie venne però cancellata perché considerata “troppo gay” e la carriera della DeGeneres subì un boicottaggio mediatico. Fortunatamente come sappiamo l’ostruzionismo  non è riuscito a distruggere il percorso di Ellen e non le ha impedito di ….farsi il selfie più “famoso” al mondo.

La serie Ellen e The Puppy Episode hanno funzionato da battistrada per il futuro delle serie LGBT: è infatti nel 1998 che l’avvocato Will Truman (Eric McCormack) e l’arredatrice d’interni Grace Adler (Debra Messing) fanno il loro ingresso nelle case di tutti gli americani. Stiamo parlando – ovviamente – di Will & Grace la serie creata da Max Mutchnick e David Kohan per la NBC. Will & Grace fu la prima serie ad avere come protagonisti due amici omosessuali Will e Jack ( Sean Hayes) e le loro vita nella New York che si affaccia al nuovo millennio. Il fenomeno fu straordinario, la serie fece incetta di premi vincendo 16 Emmy Awards e ottenendo 83 nominations.

Negli stessi anni il mercato per le serie LGBT sembrò cambiare, furono gli anni di Queer as Folk, serie televisiva britannica trasmessa dal 1999 al 2000 e successivamente riproposta in un remake statunitense. La serie tratta, senza alcuna censura, la vita di tre ragazzi omosessuali nella gay village di Canal Street a Manchester. La versione USA fu prodotta da Showtime e  Temple Street Productions tra il 2000 e il 2005 e divenne ben presto la serie di punta di Showtime.

L’effetto domino provocato da Ellen con il suo outing portò così alla nascita di diverse serie con protagonisti LGBT, le tematiche classiche ebbero finalmente una vetrina nel grande mondo dello show business, i personaggi di altre famosissime serie cominciarono a fare outing e quello che prima era una rarità divenne lentamente la regola. Tutti volevano avere un personaggio omosessuale nella propria produzione e il pubblico LGBT venne considerano un’allettante fetta di mercato da aggiudicarsi.

Ma la maggior parte dei personaggi e protagonisti continuavano a essere ragazzi gay, l’altra metà della medaglia – come sempre – veniva considerata ben poco, nonostante tutto sia partito da Ellen appunto. Finalmente nel 2005 anche la L di LGBT ha il suo personalissimo show. Forte del successo di Queer as Folk Showtime decide di produrre la serie scritta da Ilene Chaiken The L word, la famosa parola con L, quella che nessuno vuole nominare, le Lesbiche.

 

The L word

You’re really…? The L-word? Lord God, I never met one before.

Jane Chambers, My Blue Heaven

 

Il 18 gennaio 2004, dopo un tamtam mediatico che ha acceso l’interesse degli spettatori di tutte le inclinazioni sessuali, va in onda su Showtime la prima puntata della prima stagione di The L Word, ne succederanno altre 6 tra acclamazione e critiche di ogni sorta.

In Italia si è dovuto aspettare al 2 ottobre 2005 per poter vedere in chiaro gli episodi della serie (un anno prima era stata trasmessa su Sky) sulla nuova rete televisiva La7 che, in seconda serata, decise di proporre al pubblico la combo Sex and the CityThe L Word. Il successo fu immediato e la serie si trasformò in un fenomeno di costume. Non solo gay e lesbiche cominciarono ad interessarsi alle protagoniste, tutti colsero la novità di questo prodotto: finalmente anche le “donne L” erano al centro dell’attenzione. Dopo anni di secondo piano (quando presenti) e di amori non dichiarati (o solo supposti) anche i personaggi lesbici sono riusciti a ritagliarsi una parte notevole della scena. Il merito non va solo a Showtime che ha avuto il coraggio di cambiare così radicalmente le tematiche delle serie e produrre un prodotto così ambizioso e azzardato ma anche a Ilene Chaiken che ha formato un team di scrittrici di tutto rispetto. Da Guinevere Turner (scrittrice e attrice nella pietra miliare Go Fish), Cherin Dabis e Rose Troche (anche lei la possiamo trovare tra i crediti di Go Fish e di Six Feet Under). Quella della Chaiken è stata una scelta volontaria – creare una squadra composta esclusivamente da donne più o meno dichiaratamente omosessuali – «quello che voglio è raccontare grandi storie che appassionino la gente» ha dichiarato «La sfida è mostrare l’universalità delle nostre vite e far vedere cose mai viste prima sullo schermo».

Lo spettatore si troverà così a conoscere le vite di un gruppo di amiche, per la maggior parte affermate in vari campi professionali, sempre vestite all’ultima moda e residenti in grandi ville nel quartiere più ricco di Los Angeles. Si parte con quella che si potrebbe considerare la femmina α del branco: Bette Porter (interpretata dalla sempre affascinante Jennifer Beals) direttrice di una galleria d’arte nelle prime stagione e preside di facoltà nelle ultime, Bette sembra quasi essere il collante del gruppo di amiche, quasi una madre responsabile che si prende cura di tutte. Da subito lo spettatore viene introdotto nella vita di Bette e della sua compagna di vita Tina Kennard (Laurel Holloman). La relazione tra le due sarà un continuo giro nelle montagne russe: tradimenti e divorzi, inseminazioni artificiali e riappacificazioni, figli e ristrutturazioni di casa (peccato che la ringhiera della scala sia stata consegnata in ritardo).

Tra il gruppo di amiche troviamo poi Alice Pieszecki (Leisha Hailey) una giovane bisessuale che cerca di trovare la giusta direzione per la sua carriera; Shane McCutcheon (Katherine Moenning) una sciupa femmine androgina che si diletta tra tagli di capelli e negozi; Kit Porter (Pam Grier) sorellastra di Bette e unica eterosessuale del gruppo; Jenny Schecter (Mia Kirshner) la nuova vicina di casa di Bette e Tina; Dana Fairbanks (Erin Daniels) una tennista professionista. Lentamente durante tutta la serie spunteranno nuovi membri del gruppo in un via vai di personaggi di ogni genere che forniranno spunti narrativi sempre nuovi e originali da Helena Peabody (Rachel Shelley) e Karina Lombard (Marina Ferrer) passando per Tim Haspel (Eric Mabius) e  Moira-Max Sweeney (Daniela Sea) fino alla tanto amata Carmen de la Pica Morales (Sarah Shahi).

Questo slideshow richiede JavaScript.

La serie in tutto il suo percorso affronterà tematiche tipiche che fino a quel momento nessuno aveva avuto il coraggio e la possibilità di raccontare. Ogni personaggio rispecchierà quello che potremo definire un prototipo o un tipo e dovrà affrontare una situazione o problematica tipica. Per citare alcuni esempi possiamo vedere il caso di Dana e del suo difficile coming out; la tennista infatti ha paura di vedere compromessa la sua carriera a causa della sua inclinazione; abbiamo poi la scoperta della sua omosessualità da parte di Jenny, fidanzata con Tim e corteggiata dalla fascinosa Marina; e infine il lungo processo di cambiamento di Moira che decide diventare cambiare sesso dovendo affrontare il giudizio spietato delle altre ragazze.

Non sono però solo gli spunti tragico-drammatici a caratterizzare la serie, i vari argomenti sono sempre trattati con un sottile velo di arguzia e umorismo. Le battute si susseguono con eleganza e le trovate sono sempre peculiari e sorprendenti. Per citare un unico esempio possiamo considerare “l’invenzione” di Alice, la Chart: un complesso grafico che, come una galassia, collega tutte le donne, amiche e conoscenti, attraverso i loro legami. Si parte dalla teoria dei 6 gradi di separazione applicandola alle relazioni passionali tra donne; il tutto si trasforma in un sito internet, in una sorta di social network e poi in un programma radiofonico in cui Alice da ogni volta un’arguta critica di come gli scambi amorosi siano frastagliati e caotici.

Memorabili sono anche il lesbotest per Lara, di cui non è chiara l’inclinazione – il tutto svolto in modalità spionaggio – o le telefonate di gruppo per organizzare un uscita per il solito party.

Grazie a The L word le “donne che amano le donne” hanno finalmente avuto una voce televisiva, un gruppo frastagliato che fino ad allora non aveva potuto esprimersi, una categoria nascosta, segreta e denigrata che si vergognava della parola con la L che le definiva. Mentre gli uomini omosessuali erano vittime dei soliti cliché le donne non venivano quasi considerate ma dopo l’uscita di questa serie finalmente, anche l’omosessualità femminile è stata vista con un occhio critico differente.

L’importanza dei media è innegabile per l’accettazione da parte della massa e The L Word ha potuto far conoscere al grande pubblico le abitudini delle donne (non solo di quelle della upper class di Los Angeles, come qualcuno ha accusato la serie) e ha fornito degli esempi moderni alle giovani lesbiche che non avevano nessuno modello a cui ambire. Evidente da questo punto di vista è l’impatto che ha avuto lo stile di Shane nelle masse, fino a prima di The L Word la lesbica per antonomasia era quella mascolina con il capello corto. Durante la messa in onda della serie tutte le giovani lesbiche hanno cominciato a emulare lo stile di Shane e a realizzare che non tutte le lesbiche hanno i capelli corti e fanno i meccanici.

 

Cristina Aresu

© Riproduzione Riservata