Woman in Gold. Il rispetto per Maria Altman e per la memoria.

L’ebrea Maria Altmann (Helen Mirren), ormai anziana, decide dopo molto tempo di intraprendere

una battaglia legale per ottenere quei beni, sottratti illecitamente anni prima, alla propria famiglia

dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra questi, il celebre dipinto Ritratto di Adele

Bloch-Bauer (nella realtà sua zia), capolavoro artistico di Gustav Klimt, considerato dai più la

Monna Lisa d’ Austria, ora custodito alla galleria Belvedere a Vienna. Maria prende contatto con il

giovane avvocato Randy Schoenberg (Ryan Reynolds), figlio d’immigrati austriaci (nonché nipote

del celebre compositore Arnold Schoenberg, anch’egli ebreo), che nonostante l’iniziale titubanza,

decide di aiutarla. Far trionfare le proprie ragioni, dopo quasi un secolo di omertà da parte del

governo austriaco, non sarà semplice. Tutto ciò costringerà Maria a tornare in quella che una volta

era la sua patria e ad affrontare memorie mai sopite: quelle spensierate dell’infanzia, ma,

soprattutto, il ricordo doloroso di essere stata prima derubata e poi costretta a lasciare la propria

famiglia per rifarsi una vita negli Usa.

Se c’è una tema che, per impatto storico, culturale e politico non smette mai di essere trattato al

cinema è di certo quello della Shoah e, ogni anno, specie nella ricorrenza del “giorno della

memoria”, escono sempre opere che ci ricordano, a livello visuale e memoriale, questa oscura e

terribile tragedia che ha distrutto milioni di vite. A livello teorico, lo studioso di cinema Andrea

Minuz, nel libro La Shoah e la cultura visuale (2010, ed. Bulzoni), parla proprio del rapporto tra

Shoah, memoria e cinema, svolgendo un ampio discorso sulla ricezione mediatica dell’Olocausto,

come un simile evento venga storicamente filtrato e raccontato all’interno di diversi codici estetici

e produttivi da parte dei mass media (non solo il cinema), e su cosa si possa rappresentare o meno

all’interno dell’immagine filmica, soprattutto nell’analisi di film come Schindler’s List di Steven

Spielberg e di Shoah di Claude Lanzmann.

Woman in gold è un film che, almeno in relazione a questi studi, non riesce, o semplicemente, non

vuole aggiungere nulla, mostrando appena brevi immagini canoniche, che il cinema ha già

mostrato (nei flashback viene giusto rievocato l’Anschluss, le scritte Judes sulle porte e il

saccheggio negli appartamenti), limitandosi a raccontare la storia (con la s minuscola) di una

donna e della sua memoria personale, quella di vittima, di quel terribile periodo storico.

A detta dello stesso regista Simon Curtis, colpito dalla vicenda dopo aver visto un documentario

trasmesso dalla BBC, “Stealing Klimt”: «La storia ha un potenziale enorme, perché chiama in causa

la Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto e l’America contemporanea».

Tuttavia, se esiste un’espressione per descrivere in breve un film come Woman in gold è quello di

occasione mancata. Il progetto, nonostante una regia misurata e partecipe, soffre in più punti di

un’eccessiva semplificazione della materia trattata, il cui script di Alexi Kaye Campbell (giovane

autore per il teatro) non possiede abbastanza mordente, da risultare incisivo e manca totalmente

di approfondimento, non tanto nella ricostruzione della vicenda Altman, ma in quelle zone grigie

che potevano rendere il tutto meno scolastico. Totalmente assente uno sguardo più aperto e

intimo sul dolore privato di Maria Altman, in cui poi si riconoscerà anche Randy, come vediamo nel

momento in cui entrambi giungono a Vienna. Dopo una prima difficoltà, stanno per rientrare negli

Usa, ma prima, decidono di visitare un museo della memoria: quello che dovrebbe essere un

punto di svolta (o di spessore teorico su quanto detto sopra) passa senza lasciar traccia, così come

tutto il film. Se poi vogliamo andare giù pesante, l’idea di mettere al centro della narrazione una

strana coppia, composta da una vecchietta arzilla e dolcemente spontanea e un giovane disilluso,

era stata già messa in scena, con un esiti ben diversi, da Stephen Frears, nel drammatico

Philomena (i due erano ovviamente Judi Dench e Steve Cogan), titolo a cui non si può fare a meno

di pensare, soprattutto, perché citato nel manifesto di Woman in gold.

C’è un breve momento che potrebbe riassumere l’intero senso del film, quello in cui Maria,

bambina, vede per la prima volta il ritratto di sua zia. La piccola si avvicina e si siede vicino a lei,

mentre sta rimirando il quadro. Incuriosita, Maria le chiede il perché di tanto oro (uno degli

elementi più distintivi dello stile di Klimt) e la zia le risponde di ignorarlo e guardare solo il volto. Di

sicuro non è la forma quella che interessa a Curtis, come pure il rapporto tra arte e memoria

personale, tra ricordo familiare e ricezione mediatica, ma una classica storia (umana) di giustizia,

con lo sfondo dell’Olocausto. Ciò che ci chiede di vedere, però, ha ben poco fascino, rispetto al

parziale ritratto, che aveva saputo costruire, dell’immortale Marilyn Monroe nel delizioso My week

with Marilyn di qualche anno fa.

Va dato senz’altro merito all’impegno con cui Curtis ha portato questa storia sul grande schermo,

dopo un lungo e accurato lavoro di documentazione. Rievocare le vicende sull’appropriazione

illegale di opere artistiche (oltre a Klimt, si annoverano capolavori di Matisse, Otto Dix, Paul Klee,

Oskar Kokoschka, Ernst Ludwig Kirchner e Max Liebermann, qualcuno mai ritrovato), da parte del

Terzo Reich, è senz’altro necessario in un momento in cui siamo testimoni, ai vari tg o su Internet,

di reportage sulla distruzione barbarica e scellerata dei monumenti antichi per mano del fanatismo

religioso. Riflettere sul peso che il nostro passato (personale e culturale) ha nella nostra vita e

come tutto questo il più delle volte venga sottovalutato, per non dire annichilito, in tv o nei social

network dall’ignoranza generale, oltre che di matrice terroristica, è un discorso tanto attuale

quanto fondamentale. Curtis e i suoi collaboratori svolgono un ottimo lavoro, nella ricostruzione

degli ambienti così come sulle location ( Londra, Los Angeles e Vienna) e sulla fotografia. Il film,

infatti, si muove su 3 piani temporali (scelta che avveniva anche in The Imitation game di Mortem

Tyldum), ma in questo caso sono gli oggetti (il quadro stesso e una vecchia foto di famiglia) a

richiamare il tempo, o meglio, i due tempi rimossi dell’infanzia e dell’età adulta della protagonista.

Si tratta di un escamotage utile per rievocare i flashback, distinti, sul piano visivo, rispetto al

presente, grazie ad un preciso lavoro d’illuminazione e di resa fotografica: chiaro scuro accentuato

con venature dorate (come il quadro di Klimt) per rievocare i frammenti di Adele Bloch-Bauer, e un

colore tra il grigio e il giallo seppia (come la foto), per il periodo successivo all’Anschluss. Peccato

che Woman in gold, nonostante la ricchezza emotiva e il potenziale registico a disposizione, risulti

tutto troppo incolore e piatto per fare la differenza ed entrare nella memoria di chi guarda.

Parlando del cast, se da un lato non possiamo che inchinarci dinanzi alla classe attoriale della

bravissima Helen Mirren, ci piace citare la performance, a tratti spesata, ma funzionale, di un

inedito Rayn Reynolds. Mentre Daniel Brühl, Katie Holmes e Charles Dance sono sfruttati come

mere figure di contorno, a farsi notare, nei riuscitissimi flashback, è un’attrice proveniente dal

piccolo schermo, ovvero, Tatiana Maslany, interprete rivelazione della serie canadese Orphan

Black (che quest’anno si è guadagnata una meritata nomination agli Emmy), qui, nei panni di una

giovane Maria Altman (una performance gestita tutta in sottrazione).

Il rispetto, per la vicenda Altman, è molto sentito e il peso emotivo della storia è trattato con

estremo garbo dal capace regista Simon Curtis, ma non basta per fare di Woman in gold un film da

ricordare.

 

Laura Sciarretta

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