VIAGGIO NELLA MENTE DI JOHN MALKOVICH

“Non sai quanto sei fortunato ad essere una scimmia, perché la consapevolezza è una vera maledizione: io sento, io penso, io soffro e tutto quello che vorrei in cambio è l’opportunità di fare il mio lavoro e loro non me lo fanno fare, perché io svelo le contraddizioni.”

Craig, l’attore John Cusack, apre così il film Essere John Malkovich,  presentato al Festival di Venezia nel 1999 ottenendo un’accoglienza “infame”. Diviso in due parti, pubblico e  critica lo apprezzarono totalmente o lo odiarono massacrandolo e considerandolo pretenzioso e arrovellato su se stesso. L’idea da cui nasce la sceneggiatura di Charlie Kaufman è casuale; un giorno lo sceneggiatore immagina l’esistenza di una porticina tra un piano e l’altro di un ufficio che conduce chi la apre nella mente di altre persone, costringendo l’ospite a vivere in quel corpo per 15 minuti. Ecco il principio del famoso “settimo piano e mezzo” che segna l’inizio della speculazione sulla mente di Malkovich. Kaufman crea una sceneggiatura a metà tra il fantastico ed il surreale, un pò alla Gilliam, una sorta di viaggio moderno non in un altro mondo ma in un’altra testa, seguendo una stretta galleria attraversata a carponi verso un universo sconosciuto, come in Alice nel Paese delle Meraviglie. Una favola moderna che racconta le vere pulsioni degli uomini intenti a combattere la spinta verso l’ignoto.

Un viaggio metafisico che parte da una vicenda quotidiana, una pessima storia d’amore che oramai si è consumata e cerca nuovi stimoli. La coppia protagonista è composta da Craig (Cusack) e Lotte, un’imbruttita Cameron Diaz; il primo costruisce marionette facendole diventare la sua ossessione mentre Lotte accudisce una scimmia come fosse un figlio. Evidentemente problematici vivono questo rapporto di coppia allo sfacelo, nessuno dei due riesce ad affermarsi, conducono una vita mediocre e vivono di sogni infranti. Craig vive nell’autoconsapevolezza di se e sapendo di essere un bravo burattinaio vorrebbe svolgere esclusivamente quel lavoro, ma per una questione economica ne cerca un altro, quello di archivista in uno strano ufficio situato al settimo piano e mezzo di un grattacielo. Già l’edifico si presenta bizzarro: il mezzo piano viene raggiunto da un ascensore che si blocca bruscamente e si apre solo forzandolo; il corridoio che conduce agli uffici invece ha il soffitto basso che obbliga ad una camminata piegata.

Durante la ricerca di un documento Craig scopre la porticina che apre su un passaggio segreto, alta meno di un metro ed introduce un cunicolo stretto e buio; percorrendo questo oscuro pezzetto di strada Craig si ritrova fisicamente nella testa di qualcun altro. Il regista Spike Jonze ci offre una meravigliosa soggettiva da due fessure orbitali che porta il corpo  difronte ad uno specchio, fino a rendersi conto di trovarsi nel corpo dell’attore John Malkovich. La permanenza nella sua testa dura 15 minuti fin quando l’ospite non viene rigettato fuori. Craig usa l’espediente del viaggio nella testa dell’attore per conquistare il cuore di Maxine, impiegata nel nuovo ufficio, donna attraente e calcolatrice (userà la porta del settimo piano e mezzo come mezzo di guadagno), esattamente l’opposto di Lotte.

L’intento di Kaufman potrebbe essere quello di raccontare una favola psicologicamente contorta sull’insoddisfazione personale, costruendo personaggi mediocri che si rifugiano in situazioni surreali pur di sfuggire alle loro monotone vite. L’insoddisfazione maggiore la raggiunge il personaggio di Craig che deluso anche da sua moglie la imprigiona nella gabbia dello scimpanzè pur di avere Maxine. Oramai la testa di Malkovich è diventato un mezzo per poter stare con la donna amata, disinteressandosi dei guadagni, della moglie e della propria identità; per Maxine deve rinunciare dunque a se stesso. Ritorna quindi il motivo della marionetta, anche il corpo di John Malkovich viene usato come tale fin quando l’attore non si rende conto di essere stato profanato mentalmente compiendo un viaggio nella sua stessa mente.

La contorsione su stessa tocca picchi massimi nella sceneggiatura, ci si ritrova continuamente catapultati in menti diverse costrette nello stesso corpo, quasi come se lo spettatore fosse una marionetta nella mani dello sceneggiatore. Sembra tutto una girandola di intuizioni sul tema dell’inconscio; Craig afferma che la consapevolezza della realtà è una sorta di maledizione, dire “io soffro” è la conferma di un dolore e dunque muovere i fili della vita di qualcun altro può rendere l’uomo più “leggero” dunque felice nella sua inconsapevolezza.

 

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.