The End Of The Tour

Nell’inverno del 1996, il giornalista David Lipsky, fiutando l’importanza di ciò che si sta per compiere, decide di seguire, per conto della rivista Rolling Stone l’ultima tappa di promozione del romanzo Infinite Jest, per poi trarre uno studio sull’impatto che il libro sta avendo sulla società americana ed un profilo del suo autore, David Foster Wallace. Nel breve viaggio che Lipsky e Wallace compiranno, i due saranno costretti a mettere da parte i rispettivi pregiudizi per cercare quel punto d’incontro che apparentemente solo l’arte sembra poter offrire loro.

In una dimensione artistica perfetta, probabilmente voi, che fruite dell’arte e noi, che la studiamo, dovremmo preoccuparci solo di due elementi principali, ogni volta che ci approcceremmo ad un’opera inedita (sia essa un film, un pezzo musicale, un romanzo o quant’altro): l’opera ed il fruitore; a questi due magari aggiungiamoci pure un terzo fattore, l’autore, altrimenti i fanatici di ermeneutica si offendono, tanto il discorso non cambia. Dato che però ognuno di noi al giorno d’oggi, è, tra le altre cose, anche un “Ente Comunicativo”, è costantemente immerso in un flusso di informazioni veloce e costante che comunicano con lui e che da lui ricevono, spesso anche degli input di risposta. Questo fa si che lo spettatore, spesso, entri in contatto con l’opera ancor prima che l’opera stessa sia finita, attraverso la lettura di interviste ai creativi che cominciano ad annunciare le linee generali del progetto, di studi legati alla visione dei trailer o dei teaser (in campo cinematografico), oppure attraverso l’esperienza di un vero e proprio atto immaginativo che lo porta a simulare nel suo subconscio come sarà l’opera finita quando egli ne farà esperienza diretta. Tutti questi elementi, insomma, fanno si che ai tre elementi dell’atto artistico di cui parlavamo poco fa se ne aggiunge tranquillamente un quarto, quello, per certi versi, più rischioso da trattare: l’aspettativa.

Sia chiaro, l’aspettativa (che per i più nerd tra i lettori possiamo sintetizzare con la parola “Hype”) decontestualizzata dalle sue componenti essenziali, non è affatto una cosa negativa. Anzi, per certi versi fa bene informarsi su qualcosa che dovrà accadere, è sintomo di interesse e passione verso l’arte in questo caso, basta che lo si faccia con moderazione; allo stesso tempo è un’ottima cosa immaginarsi, con altrettanta moderazione, come sarà un prodotto finito (ad esempio un film), dopotutto la mente e le sue componenti sono muscoli ed un po’ d’esercizio in questo senso è sempre raccomandato. In realtà si cominciano a passare guai seri quando si prende l’aspettativa del pubblico e la si mette a contatto con la mentalità del fan, e la stessa situazione degenera altrettanto tragicamente quando questi due elementi si fondono, fondamentalmente, nell’esperienza (di fruizione per il pubblico, di creazione per regista e crew) del Biopic.

Il Biopic è probabilmente una delle prigioni creative dell’arte 2.0. Rifletteteci: spesso il regista lavora su un film biografico senza una vera e propria convinzione, o perché costretto da doveri contrattuali, o perché è chiaro che il film nasce solo per spingere la giovane e rampante star di turno che per ora ricopre il ruolo di protagonista ma che dieci a uno a Febbraio, se tutto va bene, si ritrova al Kodak Theatre per ritirare una statuetta di un tizio in piedi placcata in finto oro e dal vago gusto kitsch, o perché magari è ovvio che il progetto è solo un pretesto per condurre splendidi esperimenti visivi portati avanti grazie ad un flusso praticamente eterno di denaro contante ed in fondo a nessuno, regista in primis, interessa della pura storia, della pura biografia di colui che la pellicola dovrebbe, secondo i piani, omaggiare (qualcuno ha detto “The Walk”?).

Probabilmente, sul fronte della pura fruizione dal lato del pubblico l’esperienza è, se possibile, ancor più demoralizzante. Se tu, spettatore non coinvolto, vai a vedere un biopic, ottimo! La tua esperienza di visione non verrà inficiata in alcun modo da ciò che il personaggio o la storia ritratta nel film rappresenta per te e tuttavia, se ti interessa la vicenda biografica raccontata nella pellicola nella misura in cui sei un fan del personaggio a cui il film è dedicato e fondamentalmente sfrutti questa tua esperienza in sala per rivivere, anche se solo per un paio d’ore, quello che a tutti gli effetti è il tuo idolo, per vedere la realtà, sebbene per poco, con i suoi occhi, allora per te quel biopic non sarà una prigione, per te quel biopic sarà una camera delle torture. In un modo o nell’altro, anche se tu sei un fan moderato del protagonista del film, non potrai fare a meno di analizzare, inquadratura per inquadratura, la bontà del lavoro svolto dal regista sul personaggio, non potrai fare a meno di chiederti come mai, magari, dalle dichiarazioni in pre-produzione, il film, immancabilmente, sembrava migliore di così (l’aspettativa del fan di cui sopra), non puoi fare a meno di dire a te stesso che magari quell’inquadratura tu non ce l’avresti messa, non puoi evitare di notare che probabilmente quell’avvenimento non è mai avvenuto (perché tu hai letto un sacco di libri su questo personaggio tu, per certi versi, SAI COM’E’ ANDATA!).  Spesso escono degli ottimi Biopic, altrettanto spesso progetti simili finiscono in rovina e vengono ricordati solo per un rimpallarsi di colpe tra staff creativo e pubblico politicamente orientato (leggi “fan”) in cui il primo dice al secondo che quella in sala è si, la vita del soggetto “tal dei tali” ma è anche, e pur sempre, una sezione di linguaggio cinematografico modellata secondo esigenze creative del tutto personali ed il secondo risponde a questo punto al primo che “non dovevano permettersi di infangare in questo modo la vita dello straordinario “tal dei tali”. Seguono querele, lettere minatorie, giudizi al vetriolo sui blog e percentuali di “freshness” bassissime su Rotten Tomatoes. Questi sono i danni di un’aspettativa troppo marcata ed orientata secondo la mentalità di un fan, ricordatevelo la prossima volta che guarderete un biopic (o anche un cinecomic, se ci pensate, il discorso non cambia).

Partiamo da questa premessa, teniamola a mente e spingiamo fino al Dicembre del 2013. Siamo in una sala gremita di giornalisti in attesa dell’inizio di una conferenza stampa. Improvvisamente, l’uomo che occupa la sedia centrale (ai suoi lati ci sono l’executive e quello che sembra essere lo sceneggiatore) annuncia con una semplicità disarmante che le riprese di The End Of The Tour, tratto dal libro-intervista di David Lipsky che costituisce anche, per alcuni, il testamento spirituale di David Foster Wallace sono ufficialmente iniziate e che il casting si è chiuso a favore di Jesse Eisenberg e Jason Segel. Silenzio, poi, il caos esplosivo del vociare dei giornalisti che praticamente non credono a ciò che hanno appena sentito. Avete presente il concetto di “Aspettativa” di cui abbiamo parlato poco fa? Bene. Immaginate quello stesso concetto come una bolla. Fatto? Ok. Ora immaginate che quella stessa bolla sia esplosa nell’esatto momento in cui James Ponsoldt ha annunciato l’inizio del progetto e la notizia ha cominciato a trapelare sui siti specializzati, tanta era, appunto, l’aspettativa che su quel film hanno riversato i fan fin da subito. Ploc!

Probabilmente, un discorso sui fan di David Foster Wallace meriterebbe quantomeno lo spazio di un saggio critico in quattrocento pagine, tuttavia, a noi per ora basta sapere che gli ammiratori del grande scrittore americano possono essere raggruppati in due macro famiglie: la prima è quella dei fan più moderati, coloro che vedono in Foster Wallace un ottimo scrittore, un arguto ed ironico saggista oltreché un talentuoso osservatore del suo tempo e di quella generazione X di cui egli stesso e spesso i suoi stessi lettori fanno parte; la seconda è quella che potremmo definire come la famiglia dei fan estremisti. Questo gruppo è formato da hipster radicali che vedono in David Foster Wallace il loro santino personale, l’unica guida in grado di condurli in questa vita ed in questa società che sembra rifiutarli. Superficiali amanti dell’arte, grandi utilizzatori di Instagram, grandissimi frequentatori di Starbucks, amano passare il loro tempo tra un bicchiere di mocaccino ed un disco dei War On Drugs (anche se effettivamente non sanno chi siano, i War On Drugs, ma dopotutto, sono così di tendenza nei circoli underground!). Prevedibile, ma lo diciamo tanto per chiarezza, James Ponsoldt, nel portare avanti il suo progetto non deve tanto preoccuparsi delle aspettative e delle reazioni dei fan moderati, quanto piuttosto di quelle degli Hipsters radicali. Non è un gioco, se il film va male, se il film non piace, Ponsoldt non sarà solo un regista finito, sarà (anche e soprattutto) un uomo morto. Probabilmente il nostro James si è ritrovato a fare questo ragionamento, probabilmente si è reso conto, per un attimo, di cosa c’era sul tavolo, solo che poi ha deciso di rischiare pesante. Si gioca con i caratteri propri del biopic in The End Of The Tour e soprattutto, si nota una straordinaria voglia di osare in termini di racconto puro e di resa su schermo del personaggio a cui il film è dedicato, due caratteristiche che probabilmente Ponsoldt ricava dalla sua formazione di cineasta indipendente (“Combatto ogni volta che faccio un film per ricavare dal massimo dell’investimento almeno un guadagno minimo, che mi permetta di vivere e di mangiare” sembra dire il regista ai fan che gli sono stati sul collo durante tutta la lavorazione “voi e le vostre minacce siete niente, il film si fa e si fa a modo mio. Discorso chiuso”).

The End Of The Tour è in effetti, sulla carta, un biopic che sembra dotato di tutti gli elementi per essere riconosciuto negli anni a venire in realtà come un’entità antitetica rispetto al genere a cui dice di far riferimento. Nel film non è indagata, innanzitutto la vita di David Foster Wallace nella sua interezza, ma una sua brevissima sezione. Questa stessa “porzione di vita” poi, non racchiude un momento in sé memorabile, degno di essere raccontato (come in Selma, in cui la filosofia ed il pensiero di Martin Luther King fondamentalmente riecheggiano nella passeggiata di protesta svoltasi nella cittadina dell’Alabama) quanto piuttosto una parentesi che in un qualunque biopic in realtà sarebbe stata tagliata dal montaggio, una sezione di storia biografica che magari risulta memorabile nella mente di Lipsky, che l’ha vissuta in prima persona ma da cui in realtà qualunque altro spettatore medio non trarrebbe alcun interesse. Ci si chiede in fondo come mai far ruotare un film dedicato a David Foster Wallace attorno ai tre giorni finali del tour di presentazione di Infinite Jest piuttosto che attorno al processo creativo che ha portato a quello splendido romanzo che è Infinite Jest stesso. Tuttavia, il discorso, per quanto ardito, sembra funzionare alla perfezione ed anzi, forse l’originalità dell’approccio di Posnoldt a quel gigantesco calderone ribollente che è la vita (ed il pensiero) di David Foster Wallace si raggiunge più profondamente quando si riflette sul modo con cui il regista ha scelto di portare sulla scena il personaggio di Foster Wallace stesso. Iniziamo col dire che Ponsoldt non sembra compiere nessuno sforzo per evitare il contatto del suo protagonista con la sua vita, esattamente come essa è e con tutte le conseguenze del caso. Cerchiamo di fare chiarezza: siamo nel 2015 ed occorrenze di questo tipo si riscontrano sempre meno nella dimensione cinematografica e tuttavia, c’è sempre il rischio che il biopic sia l’occasione per portare su schermo una biografia del personaggio interessato dalla pellicola che sia per certi versi edulcorata da alcuni dettagli, avvenimenti che l’hanno coinvolto che potrebbero risultare sconvenienti per l’opinione pubblica o che, più semplicemente, anche solo con il loro esistere attentano a quell’alone di misticismo di cui spesso quei personaggi vengono ammantati dai loro fan. E’ un processo, questo, che risulta alquanto spiacevole reso sullo schermo ma che, intelligentemente, Ponsoldt evita con tutto sé stesso. Prima che in quanto uomo, prima che in quanto geniale scrittore di successo, David Foster Wallace viene rappresentato su schermo in quanto icona di un’insicurezza dilagante e per certi versi destabilizzante; quella di quegli annui ’90 che troppo poco hanno dato alla società e che non accennano a finire, ma quella, anche e soprattutto, di un uomo che ha ottenuto troppo successo, troppa popolarità, in troppo poco tempo. Il regista, cosa rara per un biopic, sembra trattare il suo film come un sistema aperto, un sistema con cui dialoga, a cui pone domande. Attraverso le interazioni dei suoi personaggi Ponsoldt si chiede ad esempio, come accennavamo poco fa, se prima o poi l’essere suo malgrado il profeta della generazione X non condannerà una personalità fragile, timida, per certi versi debole come quella di Foster Wallace ad una tragica fine ed arriva a mettere in discussione lo statuto ideologico stesso dell’autore. Quanto c’è di vero, sembra domandarsi Ponsoldt negli atteggiamenti, nella timidezza, nella profonda incapacità nei rapporti umani che caratterizzano la psicologia di Wallace, quanto, invece, di appositamente costruito per essere l’elemento portante di una maschera che nasce per far presa su un certo tipo di pubblico. E’ un quesito, questo, che fondamentalmente serpeggia durante tutto il corso del film, emerge nelle parole rabbiose di Lipsky che verso la fine del film esplode contro il suo compagno di viaggio accusandolo di essere una creazione di quello stesso sistema che lo scrittore dice di voler distruggere e che passa il suo tempo a cercare prove della dipendenza da eroina di Wallace, incapace di fidarsi completamente della tranquillità con cui egli gli giura che le voci di un suo consumo di stupefacenti sono completamente infondate e soprattutto, costituisce fondamentalmente la spina dorsale che regge tutto il ragionamento di Ponsoldt, come vedremo tra poco. Uno dei punti nevralgici del film, sembra essere costituito da quelle sequenze in cui Lipsky e Foster Wallace si lasciano andare a lunghe chiacchierate con cui tentano di analizzare la società che li circonda secondo il loro modo del tutto particolare, sequenze che spesso si risolvono nello scrittore che si lascia andare alle sue riflessioni e con Lipsky che lo ascolta rapito e che cerca di stare al passo. Ad una prima occhiata, queste scene sembrano essere girate con la cura che un regista di un biopic su Gesù Cristo dedicherebbe alla messa in scena di una delle sue tante parabole, di quei momenti, cioè in cui la forza carismatica del Cristo si dimostra in tutta la sua forza, eppure, basta poco per capire che la verità è ben altra. E’ abbastanza chiaro infatti, che Ponsoldt mette in scena queste sequenze praticamente perché costretto dalla realtà dei fatti e da ciò che è scritto nella fonte principale da cui il suo film prende vita, ma in realtà, lui, come regista, non è coinvolto dalle parole di Wallace, un po’ come se non volesse farsi abbindolare dalla sua dialettica. Banalmente, è come se egli volesse rimarcare una volta di più che probabilmente, in David Foster Wallace c’è parecchio arrosto su cui contare, ma c’è anche uno strano fumo che impedisce a tutti coloro che ne sono interessanti, di percepire il disegno completo che struttura lo scrittore. Un chiarimento a questo punto: questi dettagli, possono far intendere che con questo film John Ponsoldt si sia ripromesso come unico obiettivo quello di distruggere dalle fondamenta “l’immagine pubblica” di David Foster Wallace e tuttavia, forse non potrebbe esserci considerazione più lontana dalla verità: Ponsoldt infatti, per certi versi si limita a portare sullo schermo sequenze, riflessioni del tutto personali di Lipsky stesso e tuttavia, certi piccoli accorgimenti come quelli che abbiamo cercato di elencare finora contribuiscono, senza uscire dal seminato originale, a rimarcare l’idea di base su cui si muove il progetto del regista. Precisa volontà di Ponsoldt è infatti, lo si sarà capito a questo punto ma tanto vale metterlo nero su bianco, quella di presentare la personalità di David Foster Wallace in un modo che sia il più possibile aderente alla realtà dei fatti, persino impietoso se necessario, evitando il più possibile la ritrosia verso il personaggio rappresentato nel biopic e tuttavia riuscendo, in questo modo, a restituire sulla scena la vera natura di David Foster Wallace, una natura a cui il regista sembra essere giunto attraverso un vero e proprio processo di indagine critica. Proprio un profondo spirito critico è ciò che sembra chiedere in ultima battuta Ponsoldt a tutti quei fan estremisti di Foster Wallace che si approcceranno alla visione del suo progetto, quella stessa, intelligente curiosità, grazie alla quale potranno riscoprire fondamentalmente la vera anima dell’essere umano, il talento dello scrittore, il suo spirito d’osservazione, ma anche le sue debolezze e le sue fobie, piuttosto che lasciarsi cullare dall’immagine rassicurante e messianica che per troppo tempo sembra essersi impadronita delle loro menti. The End Of The Tour certo non sarà il film perfetto, né tantomeno il biopic perfetto (già si muovono le prime, gentili critiche legate al fatto che si riscontra una certa superficialità nella narrazione) eppure costituisce uno splendido esempio di come si dovrebbe intendere il biopic al giorno d’oggi; un dialogo continuo tra il contesto di ricezione, il team creativo che tira le fila del racconto ed il personaggio a cui il film è dedicato, piuttosto che un’agiografia banale e ritrita fatta di trionfi, positività ed insabbiamenti di dettagli che il pubblico non dovrebbe conoscere, ed è in questo senso che noi ve ne consigliamo la visione.

Alessio Baronci

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