Hunger Games: Il Canto Della Rivolta Parte 2

Con l’intera nazione di Panem in guerra totale, Katniss affronta il Presidente Snow per la resa dei conti finale. Insieme ai suoi più cari amici – inclusi Gale, Finnick e Peeta – Katniss va in missione con la squadra del Distretto 13, rischiando la vita per liberare i cittadini di Panem ed attentare alla vita del Presidente Snow, sempre più intenzionato a distruggerla. Le trappole mortali, i nemici e le scelte morali che aspettano Katniss la metteranno alla prova più di qualsiasi arena in cui abbia mai combattuto negli Hunger Games.

Come al solito, leviamoci il dente subito, scalfiamo la superfice per un attimo, poi sfondiamo, cominciamo a scavare e vediamo dove arriviamo. Il Canto Della Rivolta (vi prego, concedetemi di trattarlo come film unico, ora che anche la sua seconda parte è arrivata nelle sale e non come squallida tattica blockbuster in due volumi volta a massimizzare gli incassi, fidatevi, conviene anche a voi che leggete, voglio dire…sicuri di voler sapere effettivamente cosa ne pensi di quel cassone di inutilità che è Il Canto Della Rivolta Parte 1? Dopotutto, anche voi, spettatori, nove su dieci, siete entrati, o entrerete in sala subito dopo aver quantomeno ripassato il volume 1 del finale quindi…vedete che entrambi, sia io che voi, adottiamo la stessa tattica?)

Vabbè, ci stiamo perdendo in chiacchiere…continuiamo…

Dicevamo, Il Canto Della Rivolta è, a onor del vero, un bel prodotto, avvincente, curato in ogni dettaglio e caratterizzato da una regia che (malgrado tutti i difetti del caso) si rivela straordinariamente grintosa e che tutto sommato è una sorta di “regalo immeritato” che il team creativo fa al libro della Collins, che, preso da solo, costituisce in effetti, insieme ai suoi prequel, uno dei romanzi più stilisticamente deboli degli ultimi quindici anni e che dunque, senza qualcosa che gli dia quel “quid” quel “plus” artistico che lo completi, restituirebbe allo schermo una trasposizione tutto sommato debolina, dimenticabile sul piano narrativo. L’ultima creatura di Francis Lawrence insomma, è un film che quantomeno con il suo passaggio in sala lascia un’impronta nella mente dello spettatore, lo colpisce, fa in modo che egli si ricordi di alcune sue sequenze a distanza di tempo, gli fa discutere di quanto ha appena visto con i suoi amici e, particolare non secondario almeno per me, costituisce un esempio di film tecnicamente ben realizzato ed al contempo in grado di realizzare ottimi incassi al botteghino. Questo è ciò che sappiamo, ma siamo sicuri che sia davvero tutto qui? Siamo sicuri che le ragioni del successo del franchise di Hunger Games risiedano semplicemente nei soldi spesi, materialmente, per portare in scena il materiale raccolto dalla Collins oppure c’è qualcos’altro sotto la superficie? E’ forse necessario, per una volta, scendere dalla torre d’avorio in cui, in un modo o nell’altro, finisce per rinchiudersi ogni critico militante nel tentativo di evitare ogni contatto con quei prodotti ad alto tasso di “commercialità” (e quindi automaticamente non degni di un vero e proprio interesse di studio) per ammettere, senza ansie e traumi, che probabilmente Hunger Games è un buon prodotto, ha successo, perché effettivamente entra in contatto con l’inconscio dei suoi spettatori, si fa portavoce e risolutore dei loro bisogni e delle loro istanze in un modo che non si vedeva dai tempi in cui le sale vennero invase dal ciclo dedicato ad un certo mago inglese? E’ ovviamente una domanda retorica. Certo che è necessario muoversi in questo senso ed è altrettanto certo che io sono qui, in questo momento, a scrivere questo pezzo, per accompagnare chiunque voglia seguirmi in un viaggio alla ricerca delle ragioni nascoste del successo del franchise di Hunger Games, un viaggio non facile e che indubbiamente per risultare davvero efficace non può che avere al centro quello stesso mercato, quello stesso “sistema” delle saghe cinematografiche “young adult” con cui la trilogia di Hunger Games non può che interagire.

Sembrerà strano, addirittura esagerato, ma il primo passo per addentrarci all’interno del senso profondo di Hunger Games è accettare una verità certo non facile da metabolizzare: il franchise tratto dai romanzi della Collins semplicemente non esiste senza quello stesso contesto culturale che in un modo o nell’altro l’ha generato ed in cui questo sistema fatto di tre romanzi e quattro film si ritrova ad operare (per modificarlo? Per cambiarne qualche caratteristica essenziale? Questo si capirà tra poco…). Proprio per questo, per quanto logisticamente complesso possa sembrare, è consigliabile che, prima di andare in sala a gustarsi Il Canto Della Rivolta, si dedichi un po’ del proprio tempo a guardare, a studiare, ad approfondire quei prodotti che fondamentalmente operano sullo stesso terreno di Hunger Games e contribuiscono a fissarne i caratteri fondamentali. In buona sostanza prima di avvicinarsi al Canto Della Rivolta bisognerebbe studiare nella maniera più approfondita possibile le trasposizioni cinematografiche delle due saghe che della trilogia della Collins sono le diretti concorrenti: Divergent e Maze Runner. Dipende da quanto vuoi trattare approfonditamente la cosa, ma certamente, il primo dettaglio che salta all’occhio anche rimanendo sulla superficie di questi due prodotti Young Adult a tema distopico è che ci troviamo di fronte a due saghe (cinematografiche o letterarie poco cambia in effetti) profondamente “target oriented”. Quando la caratteristica principale del tuo film è quella di essere “target oriented” beh è indubbio che non puoi sperare in un prodotto che sarà necessariamente amato dalla critica o che, quantomeno, lascerà un segno nella memoria dello spettatore medio per la sua qualità. E’ un discorso, questo, che ricalca le premesse di quanto detto poco fa in merito alle opere “Young Adult”: un prodotto “target oriented” è, in buona sostanza, un prodotto che esiste, sussiste e sopravvive, grazie agli apporti (economici ma anche di pura affezione) degli esponenti della fascia di pubblico principale a cui si rivolge, gli adolescenti in questo caso, e solo di quelli. In realtà individuare un film o un romanzo appartenente a questa “filosofia operativa” è anche relativamente semplice. Se prendiamo ad esempio proprio Divergent o Maze Runner ci accorgiamo che, sotto la superficie di racconti a tema fantascientifico con venature distopiche, a muovere realmente le fila dei racconti è la volontà di sostanziare e commentare due aspetti, due “caratteri antropologici” giusto per prenderla da un versante più profondo, con cui il pubblico medio di queste due pellicole è costretto a fare i conti nella propria vita quotidiana: rispettivamente l’impropria suddivisione in “gruppi sociali” e il sempre presente istinto di competitività. Cerchiamo di fare chiarezza: lo dicevamo poco fa, l’audience a cui si rivolgono in maniera più massiccia Divergent e Maze Runner sono gli adolescenti, quegli stessi adolescenti che nei loro licei si ritrovano a dover sottostare ad un sistema di catalogazione completamente arbitrario che definisce chi come “il Nerd”, chi come “Il buffone”, chi come “La Cheerleader” o “Il Quarterback”, nomi, soprannomi, categorie umane che fanno in modo che ciascuno di loro sia per certi versi “archiviato” nella memoria collettiva del proprio liceo a seconda di alcuni suoi, superficiali, tratti caratteriali o psicologici. Al contempo, rimanendo nell’ambito prettamente scolastico, quegli stessi adolescenti si ritrovano a dover fare i conti con un sistema, quello delle loro scuole, dei loro licei, che li mette costantemente alla prova con test quasi quotidiani che senza troppi convenevoli finiscono per determinare il loro futuro accademico ed il cui esito, positivo o negativo, può garantire allo studente rispettivamente una promettente carriera nella giurisprudenza o un deprimente futuro nella cucina di un McDonald’s.

Insomma, è abbastanza chiaro, gli adolescenti americani si ritrovano ad entrare in contatto con una dimensione sociale non particolarmente accogliente, dominata dallo stress, dal disagio, dalla voglia di primeggiare, dai giudizi “facili” e superficiali; caratteri, aspetti, questi, che pellicole come Divergent o Maze Runner sembrano voler incamerare, tematizzare e per certi versi “criticare”. Il sistema delle caste attorno a cui ruota Divergent (che tanto ricorda quello fondato sui “gruppi sociali” dei licei americani) alla fine viene distrutto e a prevalere è un messaggio che fa leva sul desiderio di autodeterminazione di ciascuno di noi; al contempo la competitività al centro di Maze Runner (solo pochi, i più addestrati, i migliori, possono essere i Runner che affrontano il labirinto, gli altri sono solo individui in attesa delle informazioni che costoro riescono a scoprire) alla fine crolla ed al suo posto si sostanzia un’idea fondata sulla cooperazione a vantaggio di un obiettivo comune.

Da un certo punto di vista, sembrerebbe che la filosofia produttiva “target oriented” contribuisca a definire una tipologia di cinema cha a tratti ha i caratteri dell’utopia: una forma d’intrattenimento che si propone di entrare nella società da cui proviene il suo audience al fine di cambiarla, di modificarla, di migliorarla. Tuttavia, un’occhiata più attenta a tutto il sistema non può far altro che farlo apparire molto più sfumato, quando non controverso, di quanto sia in realtà.

Più si va a fondo alla cosa, più sembra emergano domande pronte a svelare le falle di questa curiosa strategia: è giusto, in primis, che il cinema entri così a fondo nella realtà, nel contesto, di chi assiste da spettatore al prodotto cinematografico? O ancora: quanta verità, quanta voglia di giustizia, quanto desiderio di rimettere in ordine le cose c’è nella volontà, da parte degli staff creativi di queste pellicole, di voler analizzare così profondamente le storture dei gruppi sociali formati da adolescenti? Davvero alla Fox, piuttosto che alla Paramount o alla Universal, giusto per fare qualche nome, sono tutti così altruisti o più semplicemente, gli executive di turno hanno trovato la loro vacca grassa e sono pronti a tutto pur di spremerla in ogni sua parte pur di trarre da essa (o meglio dal tema, dall’argomento) il massimo degli introiti commerciali possibili?

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Queste riflessioni non fanno altro che riportarci all’inizio del nostro ragionamento. Ora forse è più chiaro il motivo per cui poco fa abbiamo definito questi prodotti “target oriented” come entità commerciali ad alto tasso di rischio non tanto sul piano economico quanto su quello della pura ricezione.  Rifletteteci un attimo, se un film vive grazie agli incassi provenienti dagli esponenti di una singola fascia di pubblico (gli adolescenti), se, soprattutto, i messaggi veicolati dall’opera si rivolgono principalmente a loro, vuol dire (banale, ma necessario dirlo) che i membri delle altre “categorie” di pubblico, quelle che non rispondono ai requisiti su cui è “settato” quel film non hanno interesse alcuno nel vedere un prodotto del genere. Questo è il motivo per cui, film come Divergent o Maze Runner hanno un’impostazione visiva se non curata quantomeno su cui si può discutere, oltre ad una colonna sonora che spesso vanta nomi di grido o coinvolgenti arrangiamenti, perché in questo modo anche io, maschio universitario ventitreenne oppure tu, bancario cinquantenne con tre figli a cui non interessa nulla della competitività o dei gruppi sociali del liceo riesci a trovare nel film un motivo di interesse che faccia in modo che tu te ne ricordi anche il Lunedì mattina, in ufficio, con i colleghi. E’ duro da dire, forse ancor più da ammettere a sé stessi, ma probabilmente a film di questo tipo manca il coraggio di affrontare le cose di petto. Si propongono di porre a contatto il loro pubblico con una situazione, un contesto negativo, a volte con delle verità difficili da accettare, ma al netto dei fatti, è chiaro che ogni loro intenzione, ogni singola scelta creativa è strumentale all’incasso che deriverà da essa e da un certo punto di vista, ogni spunto riflessivo proposto da pellicole di questo tipo è effimero. Nel lungo periodo in effetti, gli spettatori adolescenti di Divergent o Maze Runner non se ne faranno nulla delle critiche al sistema sociale del loro liceo o allo spirito competitivo imperante in quel contesto, si chiederanno piuttosto cos’è il male, cosa vuol dire fidarsi seriamente di una persona, cosa significa il tradimento ed in questo modo non avranno nulla che potrà aiutarli a comprendere profondamente concetti difficili come questi, perché i film, il cinema, quando ha avuto l’occasione di poterli aiutare ha preferito optare per l’incasso facile. Sono film furbi, film che preferiscono lanciare il sasso e nascondere la mano, film che passano in cavalleria uno dei loro doveri primari, film, o meglio, tendenze, queste, a cui Il Canto Della Rivolta sembra voler porre fine con tutto sé stesso.

La parabola del franchise di Hunger Games è caratterizzata da un andamento particolarmente curioso. Il primo capitolo sembra nascere sotto gli auspici di quel cinema “target-oriented” che abbiamo criticato finora, con una narrazione incentrata su un gioco al massacro tra adolescenti che potrebbe rimandare ad un particolare focus su quella competitività a cui abbiamo accennato poco fa e tuttavia è come se, improvvisamente, Suzanne Collins (e conseguentemente anche i vari team creativi che si sono avvicendati nella trasposizione della sua trilogia sullo schermo) abbia deciso di rimescolare le carte in tavola, o, più semplicemente abbia calato il suo personalissimo poker d’assi sul tavolo. Con le premesse di questo cambiamento di rotta già poste sul finale di Hunger Games, da Catching Fire in poi si può notare come l’attenzione della diegesi narrativa si sposti, pagina dopo pagina (o minuto dopo minuto), dai puri giochi alle manovre guerra che le truppe indipendentiste lanciano contro Snow e la città di Capitol. I più maliziosi potrebbero portare avanti la teoria secondo cui questa variazione nella narrazione sia stata una sorta di “strategia salvavita” messa in campo dalla Collins per sfuggire alle accuse di chi faceva notare non poche somiglianze tra il primo romanzo della trilogia ed il manga Battle Royale e tuttavia, a questo punto sono chiare due cose: la prima è che una narrazione completamente incentrata sugli Hunger Games non è stata altro che una tattica utile a posizionare un prodotto all’interno di un mercato a lui confacente; la seconda è che un piano così curato non può essere liquidato con spiegazioni fondate sul discredito e la malizia, la Collins vuole dire qualcosa ai suoi lettori, vuole instaurare un dialogo con loro, le ragioni del quale meritano di essere approfondite. Al di là della pura cura letteraria messa nel raccontare le azioni di resistenza (poca, come abbiamo detto in precedenza, come nello stile della Collins) si notano, nelle sequenze derivanti da questo nuovo focus narrativo tantissimi accenti che vanno a rimarcare dettagli appartenenti alla sfera emotiva di questo contesto. In parole semplici, dopo poco appare chiaro che la guerra, per la Collins (ma anche per Francis Lawrence, il regista di Catching Fire e Mockingjay), lungi dall’essere il centro della narrazione diventa piuttosto il mezzo attraverso cui guidare l’attenzione dello spettatore fino a porlo di fronte a degli spunti di riflessione utili alla sua maturazione, alla sua crescita. Più che sui bombardamenti, per dire, la Collins fa scontrare il suo pubblico adolescente con il lato oscuro della politica, con la crudeltà del doppiogioco, con l’effimera natura del potere. Mockingjay nasce e si dischiude allo spettatore con il preciso scopo di portare a compimento tutti i discorsi, tutte le premesse che, in questo senso, sono iniziate nei film precedenti. Evitando ogni spoiler di sorta, basta dire che Katniss, e con lei lo spettatore si rende conto brutalmente di come ognuno di noi ha fondamentalmente una doppia faccia, un “lato negativo” che emerge nel momento in cui le cause di forza maggiore lo richiedono e che si esemplifica in atti orribili come il bombardamento di vittime innocenti o la riorganizzazione di una sorta di “strategia della tensione” volta a difendere un’indipendenza da troppo tempo attesa.

Il dialogo con il pubblico, in primis con quegli adolescenti che sono i suoi lettori/spettatori più affezionati che la Collins vuole strutturare sembra avere al suo centro una riflessione sul male come elemento psicologico dotato di natura molteplice: male necessario, mala politica, malvagità e negatività dell’anima umana, male che coinvolge i personaggi più inaspettati. Male, in buona sostanza da cui menti in crescita, personalità in formazione come quelle degli adolescenti devono guardarsi, acquisendo con il tempo la capacità di comprendere come nell’essere umano alberghino molte più zone grigie di quanto si possa pensare.

Nessuno vince, o, detta meglio, tutti perdono nella saga di Hunger Games, anche, e forse per primi, quei personaggi positivi con cui lo spettatore si trova a sviluppare empatia. Paradossalmente, allargando questo discorso al mondo esterno al contesto narrativo della saga, le uniche “entità” ad uscire vincitrici dal confronto con la narrazione sono le personalità creative che si incaricano di sviluppare la storia su carta e sullo schermo. Suzanne Collins, malgrado una capacità di scrittura non sempre all’altezza, ha tuttavia il coraggio di instillare nella sua creatura uno spunto di riflessione complesso, forse non adatto a tutti ma dotato di una carica eversiva che, da sola, è in grado, come abbiamo visto di salvare delle vite e decide di fare tutto questo rinunciando ad una semplicità narrativa che agevola la vendita di un’opera ma danneggia la sua specificità e, conseguentemente, non rinunciando a privilegiare, in primis, alla storia che sta raccontando e poi, solo poi, a rendere appetibile il suo racconto per il pubblico. Al contempo a vincere è anche il puro cinema, o meglio è il sistema produttivo che, con Gary Ross e Francis Lawrence in testa, si è incaricato negli anni di portare in sala la trilogia di Katniss, che nel portare avanti il suo compito assume i tratti di una sorta di immenso amplificatore il quale, dotato dei mezzi propri della settima arte, si impegna a concretizzare su pellicola, grazie ad una sorta di fantasmagoria Barthesiana, gli spunti di riflessione presenti sulla carta. Lo stile tipico dei film di guerra, in buona sostanza, non è tanto un fine da ottenere quanto piuttosto un mezzo da utilizzare per arrivare ad uno scopo più alto.

In apertura di quest’analisi abbiamo accennato a come la saga di Hunger Games abbia intrapreso, fin dalla sua creazione, una strada che la avvicina di molto a quella già affrontata dalla saga di Harry Potter prima di lei, ora, forse, si capisce come mai si è voluto aprire con un’affermazione che sulle prime potrebbe sembrare controversa. Hunger Games, così come la saga della Rowling è un racconto che punta ad accompagnare il suo lettore medio nella crescita e nel processo di maturazione; entrambi i racconti privilegiano quindi intrecci complessi e dai risvolti tragici, difficili da metabolizzare ma necessari al “super-obiettivo” che si sono prefisse le due autrici ed appaiono conseguentemente lontani, lo si è detto, dalla superficialità commerciale imperante nel contesto in cui si inseriscono; entrambe le saghe, infine, lo abbiamo detto, hanno trovato nel cinema (tra alti e bassi) il mezzo principale per trasmettere ed amplificare quello stesso messaggio ai loro spettatori. Paradossalmente, Il Canto Della Rivolta (ma anche tutta la saga di Hunger Games in genere) sono prodotti da vedere non soltanto perché in essi si nota una maturità narrativa e tematica per certi versi necessaria nella dimensione dell’intrattenimento contemporaneo ma soprattutto perché questa stessa maturità si ritrova in pellicole che si pongono in controtendenza rispetto all’atteggiamento dominante di questo momento storico, incentrato su quei superficiali film “target oriented” che abbiamo analizzato e criticato fino a qualche battuta fa.