Full Contact

Un pilota di droni bombarda per sbaglio una scuola in Afghanistan mentre comanda il suo mezzo da Las Vegas. L’uomo, Ivan, non è mai stato nei paesi dove hanno luogo gli attacchi, né ha mai avuto modo di toccare l’aereo che utilizza per uccidere. La guerra moderna lo tiene al sicuro e disconnesso dalla sua preda. Tuttavia, dopo l’incidente, il distacco di Ivan inizia a serpeggiare in ogni ambito della sua vita. L’uomo non è in grado di eliminare il ricordo degli uomini che ha ucciso dalla sua mente e per questo Ivan non può fare a meno di lasciarsi andare ad una crisi di coscienza che cambierà profondamente il suo essere. La sua attrazione per una ragazza conosciuta di recente, il suo senso di colpa misto a curiosità per le vittime che ha ucciso, lo porteranno fino ad un momento di consapevolezza tale da fargli comprendere pienamente chi è e cosa vuole dalla vita.

Full Contact ti fa capire, a te spettatore, ma ancor prima a te critico che sei chiamato a studiare prodotti audiovisivi quanto sia importante il ruolo del marketing nel piazzamento e nella presentazione dei film che raggiungono le nostre sale. Andiamo per gradi. L’anno scorso, Andrew Niccol presentò al pubblico della laguna il suo Good Kill. L’arrivo di Good Kill in sala per certi versi si portò dietro un impatto simile a quello che ebbe la scoperta del fuoco sul primo uomo. Stiamo parlando di un film di guerra fondato sugli stilemi tipici del genere e che tuttavia si distanzia esponenzialmente da altri prodotti coevi per il modo con cui sceglie di raccontare una storia tutto sommato semplice e (soprattutto) per l’aria che si respira durante tutto il corso della pellicola. Quando guardi Good Kill, è come se venissi coperto, in maniera lenta, ma costante ed irreversibile da una colata di cemento che si scioglierà e ti lascerà libero solo nel momento in cui scorreranno i titoli di coda. E’ un impatto che potremmo definire “di forza bruta”, quello che il film esercita sullo spettatore, ma in effetti, questa continua sensazione di claustrofobia e fine imminente (grazie anche a particolari aspetti della messa in scena come la fotografia asettica, le scenografie volutamente monotone o le battute a volte ridondanti) è il modo migliore per mettere chi guarda nei panni del protagonista di Good Kill, un pilota di droni dell’aereonautica militare americana che è diventato negli anni una sorta di asso dell’aria riuscendo ad eliminare bersagli ad alta priorità pilotando il suo mezzo nei cieli dell’Afghanistan restando comodamente seduto nella sua postazione di comando in Nevada, pagando tuttavia lo scotto di questa sua straordinaria abilità con un continuo e costante distacco da sé stesso oltreché con un profondissimo senso di alienazione che lo assale soprattutto lontano dalla sua sfera professionale e che lo porta effettivamente non solo a domandarsi il senso di ciò che sta facendo, quanto piuttosto ad indagare la facilità con cui, al giorno d’oggi, è possibile uccidere un uomo senza sporcarsi effettivamente le mani del sangue della vittima, rimanendo tranquillamente seduti su una poltrona ergonomica. E’ un bellissimo spunto di riflessione, quello che Good Kill offre allo spettatore. Originale, profondo, per certi versi facile da recepire ed al tempo stesso non poco complesso da metabolizzare per lo spettatore, e tuttavia, è abbastanza chiaro, almeno ad un primo impatto, che si tratta comunque di un ragionamento che è talmente chiaro e lampante che, almeno per il momento, non necessita di essere approfondito ulteriormente. Per questo, l’atteggiamento con cui ti ritrovi a sfogliare il pressbook di presentazione di Full Contact o, più semplicemente, con cui ti approcci al film una volta letta la sinossi è un misto di noia e pregiudizio nei confronti del cinema contemporaneo, ancora una volta incapace di proporre prodotti originali al pubblico in sala. Se un anno fa sei stato tra coloro che hanno avuto modo di vedere Good Kill quantomeno ti prepari ad un prodotto simile al film di Niccol, e nel frattempo ti chiedi chi sia il mago della strategia commerciale che ha autorizzato un regista a progettare una pellicola che in fondo è un clone di un prodotto recentissimo senza battere ciglio. Paradossalmente però, alla fine del primo atto di Full Contact ti senti come se qualcuno avesse appena acceso la luce, come se avessi appena sperimentato su te stesso il perturbante freudiano. In buona sostanza, ti rendi conto che Good Kill è uno splendido film, ma è anche un film incompleto, e che Full Contact nasce, almeno su un piano puramente simbolico, per riempire quel vuoto di senso che il film di Niccol lascia irrimediabilmente in primo piano.

Pensateci un attimo…la domanda principale che si pone Good Kill, quella che fondamentalmente Niccol pone allo spettatore per stimolare la sua riflessione non è tanto: “cosa succede quando tu, soldato, ti ritrovi a combattere in un contesto alienante, che fondamentalmente ti porta a svalorizzare e a trattare con superficialità l’atto di uccidere?” quanto: “cosa succede ad un pilota di droni che la guerra ha svuotato di ogni coinvolgimento emotivo, quando qualcuno, qualcosa gli fa riscoprire l’importanza della vita umana ed il valore del libero arbitrio, della libera scelta?”. Niccol con il suo film prova a rispondere a questa domanda, e solo a questa, tant’è che, nella splendida sequenza finale, il protagonista si lancia in un’operazione lampo per eliminare un bersaglio che la C.I.A. gli aveva impedito di uccidere per il bene della missione, malgrado lo stupro da lui compiuto e a cui il pilota aveva assistito impotente e tuttavia, com’è chiaro, non lascia il suo ruolo nell’Air Force, non cede all’ultimo attacco dei (probabili) sensi di colpa che il drone ha prodotto sulla sua coscienza in tutti questi anni. Il protagonista di Good Kill ha riscoperto l’importanza della coscienza, dell’istinto e della pietà in battaglia ma non è riuscito a giungere allo stadio successivo, non è riuscito a comprendere che probabilmente ci sono cose migliori nella vita che giocare a fare Dio sganciando bombe a guida laser da un aereo giocattolo su avversari ignari della tua presenza e che quindi neanche possono rispondere al fuoco. Il maggiore Egan, il protagonista del film di Niccol è un bravo soldato ma probabilmente è SOLO un soldato, nella misura in cui non ha comunque piena consapevolezza della gravità delle azioni che compie, una consapevolezza che fondamentalmente costituisce il sottotesto principale di Full Contact. In un primo momento, il protagonista del film di Verbeek, appare caratterizzato allo stesso modo di Egan: calmo, risoluto, pronto a seguire gli ordini dei superiori a qualsiasi costo, poi però, la superfice del personaggio inizia lentamente a creparsi e Ivan fa trasparire col tempo la vera natura della sua anima. Incominci a capire che c’è qualcosa che non va in lui quando lo vedi abbordare una stripper non per portarsela a letto ma piuttosto per avere un interlocutore relativamente disinteressato a cui raccontare le sue storie di guerra, tuttavia il discorso si complica parecchio quando noti che il nostro protagonista ha dei passatempi che rasentano la psicosi (prima di ogni attacco con il drone passa ore sul pc a rifinire la pronuncia del nome della sua prossima vittima) ed alla fine ti ritrovi di fronte a dettagli che ti fanno comprendere che probabilmente il discorso è molto più complesso di qualsiasi aspettativa tu ti sia potuto creare nel corso della visione. Il punto di svolta avviene nel momento del climax del primo atto, subito dopo che Ivan sgancia la bomba sulla scuola eliminando tutti gli occupanti sul colpo. Il pilota a quel punto, malgrado l’atteggiamento rassicurante con cui egli si sforza di interfacciarsi con i suoi superiori, passa la maggior parte del suo tempo sotto la doccia a piangere e a sfogare tutto il suo senso di colpa per l’errore appena compiuto. E’ qui, è esattamente qui, che Full Contact si distacca da Good Kill, assumendo i tratti di un’opera dalla profondità in alcuni momenti sconcertante. Il pianto di Ivan infatti, non è né il pianto di colui che si ribella ad una realtà costituita e che vorrebbe decidere lui stesso della sua vita e delle sue scelte (come potrebbe essere il pianto di Egan, simbolo della ribellione contro il potere occulto della C.I.A.) e tuttavia non è neanche il pianto di colui che crede che quella vita sta diventando veramente insopportabile, è, piuttosto, un pianto che suona più come una richiesta d’aiuto. “Ho appena ucciso quaranta persone, la maggior parte bambini, eppure…non sento…niente…non sento assolutamente niente…perché?” Questa è la domanda che rimbomba nella testa di Ivan, una domanda che mette in luce quanto egli ormai sia refrattario non tanto alla pura emozione quanto piuttosto alla vera e propria realtà che lo circonda, e al netto dei fatti, prendere coscienza di non sentire più nulla è molto peggio che rendersi conto di vivere una vita terribile. Dall’inizio del secondo atto quindi il film rimescola le carte in tavola e si trasforma, da pellicola bellica a vera e propria opera di formazione con al centro Ivan stesso ed il cui punto di arrivo è costituito dal raggiungimento di quella consapevolezza del mondo concreto che al nostro protagonista ancora manca.

Da questo momento in poi il tema della messa alla prova fondamentalmente entra in contatto con ogni singolo tessuto che costituisce il film stesso. Riguarda da vicino ovviamente Ivan, che è in fondo l’unico lì dentro che ha qualcosa da perdere e tuttavia, organizza un dialogo con lo stesso regista (che da questo momento in poi, come vedremo, compie la difficile e per certi versi discutibile scelta di complicare profondamente il sistema narrativo e simbolico della pellicola) e con noi spettatori (che per questo dobbiamo conseguentemente prestare forse il doppio, se non il triplo dell’attenzione durante la visione per comprendere a fondo ogni svolta a cui ci pone di fronte Verbeek).

E’ un po’ come se, in effetti, secondo e terzo atto di Full Contact costituiscano da soli una sorta di film di secondo grado, di esperimento metacinematografico all’interno della pellicola principale, che si propone, attraverso la più classica delle divisioni in tre momenti narrativi, di descrivere il cammino simbolico del protagonista verso un nuovo grado del suo essere (in fondo, se ci si riflette, è la stessa griglia tematica che avrebbe dovuto reggere il film incompiuto di Bruce Lee). Tre atti quindi, ognuno con il suo stile, con la sua regia, soprattutto, con il suo carico simbolico che si propone allo spettatore per essere analizzato. Il primo gradino della scalata, che è anche il primo atto di questa nuova narrazione, potremmo definirlo come il momento della redenzione. Girato e strutturato in uno stile a metà tra Stati di Allucinazione di Ken Russell ed un qualunque classico racconto biblico (soprattutto quelli incentrati sui quaranta giorni di Cristo nel deserto), questa prima sezione di narrazione si nutre della sofferenza di Ivan, che si esilia volontariamente nel deserto del Nevada, si veste di stracci, vive dei piccoli granchi che riesce a pescare in un pozza d’acqua e soprattutto è costante vittima delle allucinazioni frutto dei suoi sensi di colpa che lo aggrediscono nei momenti più inaspettati e che lo costringono ad uccidere una seconda volta il terrorista arabo che fondamentalmente è la causa del suo crollo emotivo. Ci troviamo di fronte, forse, alla serie di sequenze più difficile da avvicinare, più criptiche, per lo spettatore medio, ma è anche vero che tutta questa difficoltà di approccio fa parte del gioco che il regista sta imbastendo per noi. Ivan, attraverso l’esperienza traumatica dell’esilio nel deserto, si depura delle sue colpe del passato e noi, spettatori di norma passivi della sua vicenda, diventiamo attivi, assumendo il suo punto di vista e facendo nostro il carico emotivo e la sofferenza del protagonista, convertendo per certi versi la negatività legata alla frustrazione di non riuscire a seguire il filo logico del film in maniera canonica in energia positiva, salvifica in un certo qual modo, come se anche noi, attraverso questa parentesi, acquistassimo nuova consapevolezza di noi stessi. Superato lo scoglio di questo momento, per certi versi Varbeeker lascia respirare il suo film. Il secondo atto è in effetti un segmento narrativo che costituisce un semplicissimo filler organizzato alla maniera di una commedia romantica, che serve al regista per far proseguire la storia (è qui in effetti che Ivan riacquista coscienza dell’opposto da sé, della presenza femminile) e che soprattutto è utile all’impianto simbolico della pellicola proprio perché in questo segmento il protagonista conosce il  sensei di Full Contact, l’uomo che, come vedremo, gli permetterà di compiere il primo passo verso il pieno recupero di quella sensibilità verso il mondo esterno che egli aveva precedentemente perduto. Se il primo atto racchiude il nucleo tematico della purificazione, il secondo costituisce un momento di passaggio, o più semplicemente simboleggia la pazienza che deve possedere ogni viaggiatore che desidera raggiungere una meta, il terzo atto (come prevedibile, se si pensa al filone a cui Full Contact fa continuo riferimento) costituisce il momento della rinascita di Ivan, del raggiungimento dell’obiettivo che l’aveva spinto ad esiliarsi nel deserto. E’ una nascita a nuova vita che avviene, simbolicamente, sotto la benedizione della violenza che permea ogni secondo del combattimento tra Ivan ed il suo avversario (un po’ come a ricordare che ognuno di noi, in fondo, viene al mondo in lacrime…), e che, curiosamente, si contrappone alla calma ed alla grazia con cui proprio il combattimento viene ripreso. Verbeer qui sta mettendo in atto un meccanismo vecchio quasi quanto il cinema. Eizensteijn lo chiamava “Montaggio Delle Attrazzioni”, il senso è in sostanza quello di contrapporre due concetti distanti tra loro (quando non opposti) per far sì che nella mente dello spettatore si crei un terzo concetto/sintesi dei primi due. In questo caso, la violenza della scena e la calma comunicata dalla messa in scena collaborano alla sintesi di un terzo concetto che, in sostanza, qui costituisce il vero e proprio fulcro nodale attorno a cui ruota Full Contact. Malgrado tutti i colpi che Ivan assesta, malgrado soprattutto il volto tumefatto, le costole irrimediabilmente incrinate che il ragazzo si ritrova alla fine del round, malgrado una vittoria raggiunta attraverso un puro gesto di rabbia, istintivo, più che con la strategia, questa parentesi violenta non può avere che risvolti positivi per il protagonista. Se ci si riflette, se si inserisce questa sequenza nel contesto simbolico del film, l’ultimo atto racchiude forse il confronto più onesto che Ivan ha mai avuto da parecchio tempo a questa parte. Di fronte a lui c’è una minaccia che sta attentando alla sua persona e l’unico modo che il protagonista ha per fermarla è colpirla a mani nude, guardandola negli occhi e fronteggiandola grazie alle sue abilità piuttosto che bombardarla vigliaccamente dall’alto, pilotando il suo UAV al caldo ed al sicuro della sua postazione in Nevada. Tuttavia, questo spunto, già pesantemente significativo preso da solo, più essere approfondito in maniera ancora più precisa di quanto abbiamo fatto finora. Le arti marziali sono il regno del gesto, del movimento che parte da uno dei contendenti e colpisce l’avversario; messa in altri termini, potremmo dire che ci troviamo di fronte ad una disciplina fondata sulla connessione, meglio, sulla conoscenza tramite il contatto fisico tra due persone, quel contatto, minimo nell’attività sportiva, che però ha un peso incommensurabile per Ivan, che attraverso il combattimento rientra in possesso della sua anima, del suo pieno contatto con il mondo di cui l’esperienza bellica lo aveva privato (e abbiamo utilizzato la formula “pieno contatto” non a caso, dato che è la perfetta traduzione di quel Full Contact praticato dal protagonista che riecheggia anche nel titolo del film). Tornando all’inizio del nostro ragionamento dunque, è come se la grazia della messa in scena in cui è inserita la sequenza dell’ultimo atto da un lato, più superficialmente, contribuisse a mitigare la generale aggressività del contesto ma dall’altro connotasse tutta la scena di un velo di pace e di calma, oltreché di vittoria incondizionata. E’ come se Verbeek volesse dirci, con un atteggiamento che sa di didascalico ma che al contempo egli non può fare a meno di evitare che comunque vada lo scontro Ivan ha comunque già vinto la sua battaglia, comunque è tornato a “sentire” il mondo, comunque ha ritrovato la pace con sé stesso che stava cercando e, anche se forse non se ne è reso ancora conto, il mondo, la realtà che lo circonda, sta per certi versi rispondendo alla sua conquista personale, proteggendolo e restituendogli la calma che forse da troppo tempo il protagonista agognava. E’ un film non facile Full Contact, fondato, come abbiamo visto, su un certo simbolismo e su una data lettura dei tessuti tematici che probabilmente faranno sì che pochi spettatori medi si avvicineranno in maniera sincera a questo progetto, e tuttavia, coloro che avranno la pazienza di entrare nel mondo organizzato da Verbeek si ritroveranno a contatto con un film che fa della sincerità, della forza e dell’audacia della narrazione i suoi tratti principali, ma che soprattutto è abbastanza coraggioso da incamminarsi su un sentiero conosciuto per poi organizzare il senso profondo del suo essere con un’originalità che si vede sempre di meno in sala al giorno d’oggi. E’ probabilmente banale dirlo, ma ci sentiamo di consigliarvi questo film proprio per il suo essere punto d’incontro di questi tratti profondi, che ormai sono divenuti una vera e propria rarità nel modo in cui si intende il cinema contemporaneo.

Alessio Baronci

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