Experimenter

Nel 1961, lo psicologo comportamentale Stanley Millgram conduce una serie di esperimenti per testare la permeabilità dei vari individui agli ordini provenienti da un’autorità superiore a loro. Ai volontari veniva fatto credere di inviare scosse elettriche ad altre persone poste in attesa in una stanza accanto. E’ un esperimento dall’esito rischioso, quello condotto da Millgram, i cui detrattori non esitano un attimo a mettere in chiaro come lo studio dello psicologo sia privo di fondamento e soprattutto, per certi versi amorale, dato che conditio sine qua non della buona riuscita del test è quella di far credere alle cavie qualcosa che non esiste. E’ giusto ingannare qualcuno per il bene della scienza? E soprattutto, chi è Stanley Millgram? Un luminare della psicologia o uno studioso da quattro soldi che pur di ottenere fama e di raggiungere degli obiettivi forse non alla sua portata si spinge fino a travalicare i confini della sua stessa etica professionale?

Michael Almereyda può essere, a seconda dei casi, l’uomo che non vorreste mai invitare ad una cena o il vostro migliore amico per la vita. Tra i tanti registi intervenuti con le loro opere all’ultimo festival di Roma, non ho problemi a definirlo come quello nel cui sangue ribolle con più forza lo spirito del cineasta indipendente. Stiamo parlando di un uomo che fondamentalmente è in trincea da trent’anni esatti. Dal 1985 Almereyda immette sul mercato prodotti indipendenti di una varietà sconcertante e ad una velocità a tratti straordinaria e a giudicare dal modo in cui Experimenter ha fatto il suo ingresso sulla passerella di Roma, sembra non volersi fermare. Premessa imprescindibile prima di andare avanti con il nostro discorso: Almereyda non è quello che potremmo definire come il “pupillo della critica militante”, in quella sua carriera trentennale a cui abbiamo accennato poco fa, su, forse, venti film consegnati alle sale, pochi sono stati i successi, pochissimi i film effettivamente amati dalla critica e tuttavia molti sono stati i progetti che hanno sollevato un polverone fatto di discussioni, pareri contrastanti, analisi critiche, commenti sagaci o piccati attorno al nucleo poetico profondo che muove il regista. Ci si è chiesto (e ci si chiede tuttora) in buona sostanza, cosa spinga Almereyda a continuare a lavorare su progetti spesso privi di un’effettiva ragion d’essere, addirittura le frange più aggressive della critica non esitano a definire il nostro uomo come una sorta di novello Don Chischotte pronto a combattere contro i mulini a vento della grande distribuzione, che davvero non riesce a capire che l’industria dello spettacolo semplicemente non lo vuole e tuttavia, malgrado tutto quest’impegno nell’analizzare la figura di Almereyda, la maggior parte di coloro che si è avvicinato a lui non ne ha colto, probabilmente, la sua vera essenza. Ci si dimentica, spesso, che Almereyda è probabilmente l’ultimo cineasta in cui si incontrano i due atteggiamenti che in buona sostanza hanno salvato (e probabilmente salveranno) il cinema da sé stesso e dalla sua autodistruzione: lo sperimentalismo e lo spirito critico nei confronti della materia del racconto. Quelle venti pellicole che abbiamo evocato poco sopra sono i tasselli di un cammino, di una carriera, che fa della varietà di stili e di approcci alla materia filmica due dei suoi tratti principali. Scorrendo i prodotti che costellano la carriera di Almereyda si notano un documentario, una commedia horror a tematica LGBT, una commedia borghese, un bel tributo alla città di New Orleans post Katrina, un paio di adattamenti da romanzo e, soprattutto, due tra le regie Shakesperiane più discusse degli ultimi anni: un Amleto ambientato in una multinazionale con Ethan Hawke ed un Cimbellino in cui protagonisti sono i componenti di una gang di motociclisti à la Sons Of Anarchy. Proprio queste due regie Shakesperiane, ci aiutano a comprendere il secondo tratto della personalità artistica di Almereyda, quello spirito critico con cui poco fa abbiamo detto egli approccia la materia da portare di volta in volta in scena che certo, preso così, decontestualizzato può risultare spiazzante. Almereyda si comporta in effetti, ogni volta che progetta un nuovo film, come quei registi teatrali che, nell’approcciare un testo vecchio di centinaia di anni, lo studiano, lo interiorizzano in modo tale da attualizzarlo, da comprenderlo a fondo, da dare una loro particolare analisi, o anche semplicemente un commento sulla storia che sta raccontando. Si tratta di un metodo di lavoro spiccatamente Brechtiano, sicuramente originale (ma neanche così tanto, se pensiamo che To, con il suo Office si comporta allo stesso modo) che ben si applica alle sue due regie Shakesperiane ma che, aspetto fondamentale della sua poetica, nutre ogni progetto a cui si dedica, come abbiamo detto poco fa. Almereyda insomma, rappresenta in buona sostanza lo stadio finale dell’evoluzione del cineasta indipendente intrappolata in un limbo (quasi) senza uscita: dotato di grandissimo coraggio, voglia di fare e cose da dire, tuttavia al contempo impantanato irrimediabilmente in quella mentalità da indie che spesso ti fa risultare impacciato e poco simpatico a quello stesso mondo di cui tu vorresti far parte; come dicevamo prima, di fronte a noi c’è il punto d’incontro tra il guastafeste perfetto e l’uomo più affascinante del mondo applicato alla cinematografia. Con queste premesse, l’annuncio del primo biopic firmato Almereyda non poteva che essere accolta quantomeno con interesse dalla comunità di cinefili e tuttavia, com’è, alla prova su strada, il suo Experimenter? In che modo i caratteri della sua poetica si declinano con la storia di Stanley Millgram?

Uno dei personaggi più affascinanti della serie The Leftovers è il reverendo Matt Jamison, un uomo che, pur essendo esponente del clero secolare e conseguentemente di un certo modo di intendere la fede, è il primo a mettere in dubbio con tutte le sue forze il fenomeno del “Rapture” a cui tutti sembrano credere: è profondamente sbagliato, oltreché ingiusto verso coloro che sono “rimasti indietro” osannare le persone scomparse come “eroi”, “santi”, “giusti tra gli ingiusti”, perché alcuni dei prescelti si sono distinti durante la loro vita terrena come trafficanti di droga, killer su commissione, pedofili, questo il reverendo Jamison prova a spiegare (dossier del dipartimento di polizia alla mano) dal suo pulpito in centro a tutti coloro che hanno la voglia di ascoltarlo e che non lo trattano da pazzo completo, questo è il messaggio che l’uomo di chiesa prova a trasmettere ai suoi fedeli, in un estremo tentativo di aprire gli occhi ai suoi ascoltatori, perché in fondo nulla è come sembra, perché in fondo nessuno è completamente a posto con la sua coscienza, perché in fondo tutto può e deve essere messo in dubbio, alla ricerca di una verità che sia vera fino in modo davvero completo. E’ straordinario notare come Almereyda, uomo di cinema, pensatore, artista, nell’approcciarsi alla materia del suo racconto si muova su linee simili a quelle che hanno guidato Damon Lindelof. Per il nostro uomo Experimenter è prima di ogni altra cosa il terreno adatto per destrutturare le fondamenta di quello stesso genere, il biopic, a cui possiamo far risalire la pellicola. Rifletteteci, ogni biopic parte da una domanda, una domanda che può essere declinata attraverso varie sfumature ma che irrimediabilmente non può prescindere da due aspetti fondamentali: il rivolgersi in prima persona alla personalità a cui il film è dedicato e la volontà di indagare fino in fondo l’anima di questo particolare personaggio.  Se “Chi sei?” sembra essere la domanda che campeggia sul primo foglio del taccuino di ogni regista o sceneggiatore che abbia voglia di approcciarsi al genere biografico, sugli appunti che hanno guidato Almereyda nella progettazione del suo film potrebbe benissimo campeggiare, scritta in elegante grafia, una domanda leggermente diversa: “Chi sei, davvero, dottor Millgram?”.

Più che il soggetto in sé stesso, al centro del film di Experimenter sembra esserci la coscienza dello studioso o, più precisamente, il rapporto che Millgram intrattiene con quella verità clinica che dovrebbe essere al centro di ogni approccio scientifico che si rispetti. Piuttosto che un semplice, ed al contempo banale, prodotto per celebrare una personalità che grazie alle sue capacità o ai suoi studi è riuscita, per certi versi, ad elevare l’umanità verso nuovi orizzonti, per Almereyda Experimenter diventa zona privilegiata per condurre una sua personale indagine sulla figura dello psicologo e sulla buonafede che dovrebbe averlo guidato nel corso dei suoi studi. Il film, non abbiamo problemi a dirlo, assume i tratti di un’aula di tribunale, Millgram diventa l’imputato numero uno di un processo sui generis al suo passato ed al suo operato ed Almereyda, come prevedibile, è giudice, pubblico ministero e boia della sua anima, capire il senso di queste tre realtà, soprattutto capire il rapporto che intercorre tra esse, significa capire il senso profondo di un film certo sulle prime complesso come Experimenter. Nove volte su dieci il personaggio di Millgram appare in scena come un affascinante gigione che, al termine di ogni esperimento, confessa alla sua cavia, con l’atteggiamento di un bambino dispettoso che in realtà, fino a quel momento, non c’è mai stato nessuno da elettrizzare e che fondamentalmente il suo soggetto ha dimostrato ancora una volta come la mente umana sia permeabile agli ordini autoritari, da chiunque essi provengano. Al contempo, la frenesia ed il ritmo a volte eccessivo con cui la voce off di Millgram racconta i progressi dei suoi test e le varianti che di volta in volta decide di applicare ad essi, contribuiscono a definire il profilo psicologico di un uomo costantemente nutrito di un sentimento a metà tra l’ossessione verso un determinato obiettivo ed uno strano masochismo che lo porta a svelare una verità scomoda ai suoi stessi soggetti di studio (quel condizionamento agli ordini autoritari a cui tutti, in un modo o nell’altro, sembriamo permeabili) oltreché (cosa ben più grave forse) a distruggere quelle sorta di sovrastrutture protettive che servono agli uomini per proteggere la loro psiche da questa verità sconvolgente. Quanto amore per la scienza c’è in un uomo che non solo è pronto a truccare le carte per sconfiggere il banco ma non sembra neanche accorgersi di quanto il suo gesto danneggi quella verità scientifica che un esperimento del genere dovrebbe preservare? Ma soprattutto, quanta onestà c’è in un uomo che in buona sostanza sembra voler mettere alla berlina l’essere umano e la sua psicologia, dimostrando come egli sia debole e suscettibile a qualsiasi input esterno fuori dall’ordinario? Sono domande, queste, che i personaggi del film si pongono continuamente ma che, non bisogna dimenticarsi, percorrono, in modo lento ma costante il tessuto profondo del film, lo strutturano, lo dotano di un senso, perché in fondo sono anche i quesiti guida che Almereyda ha utilizzato per gestire la lavorazione del suo progetto. Verrebbe da pensare che, alla fine del film, la figura di Millgram venga salvata in extremis da quello che potremmo definire come il “fascino della scienza”, quello stesso fascino che per certi versi redime (ma ammettiamo che, come si vedrà tra poco, un esempio del genere è anche esagerato per l’uomo a cui stiamo per fare riferimento) sul finale, il matematico John Nash in A Beautiful Mind il quale ora appare come l’affascinante ed intelligente pensatore che è in realtà, mentre il ricordo delle sue crisi psicotiche a cui lo spettatore ha assistito fino ai minuti precedenti viene per certi versi mondato dal clima apollineo che denota il film in questi attimi. Anche la figura di Millgram sembra salvarsi sul finale: lo psicologo muore serenamente non senza lasciarsi andare ad un’ultima, ironica battuta ed una didascalia in uno degli ultimi fotogrammi ci informa che gli esperimenti dello psicologo verranno continuati in futuro, con varie sfumature e tuttavia continuando ad ottenere risultati rivoluzionari. Dunque? Millgram alla fine ha vinto contro quella comunità scientifica che lo ha da sempre tacciato di imbrogliare il destino? Forse…o forse no. Si perché, in uno scambio di battute posto a circa metà film, veniamo a sapere che uno dei meccanismi che muovono gli studi dello psicologo risiede nella volontà di ritrovare delle corrispondenze tra il comportamento dei soggetti studiati ed i soldati nazisti che, durante la seconda guerra mondiale, fondamentalmente seguivano gli ordini dei gerarchi senza mai metterli in discussione, così da comprendere fino in fondo la psicologia di quegli uomini che una ventina d’anni prima hanno rovinato la vita a Millgram e alla sua famiglia, ebrei di origine polacca. E’ un’informazione che la diegesi narrativa lancia al pubblico quasi in sordina e tuttavia, questo piccolo, insignificante input non può che far domandare, agli spettatori più svegli, se Millgram ha la lucidità necessaria per condurre un esperimento del genere, oppure se a muoverlo è solo la fredda, irrazionale vendetta che lo porterebbe a voler “disinnescare”, con tutto sé stesso, quella sorta di meccanismo mentale che tra il ’41 ed il ’45 ha mietuto così tante vittime. Questo particolare tratto comportamentale di Millgram non viene ripreso in nessun altro momento del film e la diegesi non ne fa riferimento neanche sul finale, semplicemente se ne dimentica, o sceglie di dimenticarsene, a seconda di come si voglia leggere la cosa, ciò che è certo è che a causa di questo particolare, l’azione purificatrice del finale non sarà mai effettivamente completa e per alcuni spettatori (i più svegli? I più maliziosi? Non lo sappiamo, non ci interessa saperlo) Millgram rimarrà sempre l’uomo che volle piegare la scienza alle sue (assurde?) teorie solo per ottenere una vendetta che il destino non ha voluto concedergli. E’ una teoria, una formulazione critica, questa, che può essere giusta o sbagliata ma che indubbiamente è dotata di una sua legittimità proprio perché figlia di un giudizio che lo spettatore formula in rapporto al film che sta guardando. Il giudizio, un giudizio che potrebbe essere anche racchiuso in una riflessione, un giudizio che sicuramente è ciò che vuole stimolare più di qualsiasi altra cosa Almereyda con questo film, un giudizio che già così, preso da solo, ci riporta a quell’universo tematico della corte giudiziaria a cui abbiamo accennato prima di addentrarci nell’analisi del film. Lo abbiamo detto, attraverso Experimenter, Almereyda desidera giocare ad essere il giudice del suo personale tribunale del lecito o dell’illecito e tuttavia, questa frase, che poco fa poteva sembrare un concetto privo di fondamento, ora appare in tutta la sua profondità. Un po’ come il reverendo di The Leftovers con Experimenter Almereyda si interroga sul senso stesso del biopic, un genere nato per onorare una personalità rivoluzionaria, per ricordarne la memoria, ma che a volte viene tirato in campo a favore di personaggi spesso ambigui, difficili, forse non degni di un tale onore. Nell’interrogarsi sulla questione, il regista non sfugge ai suoi doveri di cineasta impegnato in un progetto biografico, scegliendo di raccontare in maniera corretta e per certi versi inappuntabile sul piano puramente “storico” la biografia di Millgram e lasciando il giudizio finale, l’ultima battuta sulla bontà della sua buonafede e correttezza professionale a quel pubblico che è in sala a vedere la pellicola e che agisce su Experimenter un po’ come fa la giuria popolare in un processo. Anche l’atteggiamento per certi versi “orientato” che il regista adotta nei confronti del suo film e che abbiamo provato ad analizzare poco fa si adatta perfettamente a questo orizzonte tematico: ogni singolo approccio allo script ed alla caratterizzazione dei personaggi messo in campo da Almereyda potrebbe essere assimilato ai tasselli di una stessa requisitoria con cui un talentuoso procuratore sta cercando di perorare la sua causa di fronte alla giuria, arrivando perfino ad adottare i classici colpi di teatro tipici degli uomini di legge, atti ad ottenere il massimo favore da parte dell’uditorio (e che nel caso di Experimenter si notano soprattutto sul piano della messa scena, con l’uso dello sfondamento della quarta parete o con la preferenza, in alcuni tratti di una scenografia apertamente posticcia, due aspetti che pongono violentemente l’accento su una certa falsità di fondo che poi è quella stessa falsità che caratterizza, secondo Almereyda, alcune delle scelte di Millgram) e tuttavia, è importante notare che, malgrado queste tattiche retoriche, il regista non calca mai la mano, non forza mai il tiro, dopotutto, come si diceva poco fa, l’ultima parola spetta al suo pubblico.

Experimenter potrebbe essere un biopic come tutti gli altri (addirittura peggiore di altri, a seconda dell’aspetto che se ne vuole analizzare) e tuttavia ritrova la sua ragion d’essere perché è al contempo fruttuosa sintesi della poetica di Almereyda e modo estremamente originale per entrare in contatto costruttivo, attraverso una poetica che ricorda molto l’approccio di Brecht alla materia del racconto con quel pubblico in sala che ormai, nell’età contemporanea è fin troppo irretito dalla varietà di input che lo circondano.

Alessio Baronci

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