The Martian

Durante una tempesta dalle proporzioni catastrofiche la squadra della missione spaziale Ares 3 è costretta ad abortire le operazioni e ad abbandonare Marte in fretta e furia. A causa di un imprevisto, l’astronauta Mark Watney rimane indietro, viene colpito da una antenna staccatasi dall’Hub e viene abbandonato, creduto morto, sul pianeta. Mark è però, contro ogni previsione, ancora vivo ed è dunque costretto ad impegnare le sue capacità di botanico ed i suoi talenti da uomo dalle mille risorse nel tentativo di sopravvivere sul pianeta il più a lungo possibile. Nel frattempo, sulla Terra, scienziati di tutto il mondo cercano un modo per farlo tornare a casa, mentre i suoi compagni di squadra, ancora in viaggio verso il nostro pianeta, si imbarcano in un’impresa suicida nel tentativo di tornare sul pianeta per salvare il loro compagno.

C’è uno splendido libro, un libro che tutti coloro che si definiscono sceneggiatori, anche solo dilettanti, dovrebbero leggere almeno una volta nella vita, che ci offre uno splendido punto di partenza per iniziare ad addentrarci in The Martian. Si intitola Story, l’ha scritto Robert Mckee ed è probabilmente il miglior manuale di sceneggiatura che vi potrà mai capitare di incontrare in tutta la vostra vita. E’ un libro meraviglioso, Story, primo per la scrittura di Mckee, che non è mai impositiva, che non trasmette mai regole ma consigli su cui poi ogni autore può lavorare per trovare la propria cifra stilistica, ma soprattutto perché costituisce il modo in cui il nostro ha provato ad indagare alcuni di quelli che potremmo definire come “I Grandi Problemi Della Narratologia Contemporanea”. Praticamente in chiusura, Mckee, con il tipico atteggiamento del giocatore di poker che ha la mano vincente in mano e ha passato le due ore precedenti a puntare pesante e a bluffare nei confronti degli avversari, sgancia la bomba, così, con semplicità e praticamente senza colpo ferire. In un bel saggio sull’adattamento cinematografico infatti, l’autore si propone di elencare, analizzare e mettere nero su bianco quelle che secondo lui sono le regole da seguire per realizzare l’adattamento cinematografico da romanzo perfetto. Messa così sembra un compito tutto sommato semplice, ma osservata tutta la faccenda da un certo punto di vista è chiaro che il nostro amico Robert si è praticamente imbarcato in una missione suicida. La questione dell’adattamento letterario è vecchia quanto il cinema stesso, ma più che essere antiquata è complessa. Se chiedete a dieci sceneggiatori come si porta sullo schermo un romanzo, vi daranno dieci risposte diverse e tutti pretenderanno di avere ragione; se fate la stessa domanda a dieci registi, la metà di loro vi dirà di parlare con uno sceneggiatore bravo, l’altra metà (un po’ come fanno i registi d’opera) vi diranno di portare su schermo l’atmosfera, le immagini evocate dal romanzo, più che la vicenda in sé. In questo caos di interpretazioni, opinioni, idee giuste o sbagliate, si inserisce Mckee che non solo sceglie di aprire questo vaso di Pandora (e dopotutto, liberissimo di farlo…) ma, soprattutto opera una scelta che sembra andare in controtendenza rispetto a quanto si è detto finora in merito alla questione. Per il nostro nuovo amico il problema è tutto sommato gestibile, e fa rima con concetti quali la semplicità e l’essenzialità. Cinema e letteratura sono dimensioni artistiche diverse che devono entrare delicatamente in contatto tra di loro, evitando di scontrarsi per ottenere una sorta di “supremazia intellettuale” sul film e puntando piuttosto ad unire il meglio dei due campi per creare un progetto ibrido che abbia come obiettivo la pura resa in immagini del testo letterario. Sul piano pratico, queste poche righe di teoria si riassumono in una serie di consigli rivolti a sceneggiatori e registi che decidano di intraprendere la complessa strada dell’adattamento. Molto semplicemente, secondo Mckee, lo sceneggiatore si dovrebbe impegnare ad individuare quelle sequenze del romanzo che crede necessitino di un suo intervento “creativo” (sia esso un taglio, un’espansione, un approfondimento del personaggio, una lieve modifica della sua psicologia) mentre il regista, intuitivamente, dovrebbe ragionare per immagini, interessandosi fino ad un certo punto della storia che andrà a portare sullo schermo e piuttosto concentrandosi sul modo più congeniale per restituire al pubblico in sala il feeling, il fascino, delle scene evocate dallo scrittore solo sulla pagina. “Rimanete nel vostro ruolo, non prevaricate, rilassatevi, fate ciò che normalmente vi riesce al meglio e vi garantisco che tutto andrà bene” sembra dire Mckee agli addetti ai lavori, eppure i suoi consigli, almeno a giudicare da quello che ci offre ogni giorno il mercato, sembra non abbiano preso troppo piede. Prevedibile in fondo, se si pensa che il meccanismo di Mckee si basa sull’umiltà dell’artista e sulla sua capacità di rimanere nella propria dimensione senza spadroneggiare spinto dal desiderio di prevalere sugli altri, mentre Hollywood è dominata da valori come l’egoismo e l’arrivismo, completamente in contrasto con questa mentalità. Ma al di là di questo, guardiamoci un attimo in faccia: per anni gli studios hanno ingaggiato individui dalla dubbia moralità e preparazione per scrivere storie che potessero sfondare sul mercato o (come in questo caso) per ridurre romanzi amatissimi dal pubblico a sceneggiature per blockbuster multimilionari; poi, praticamente quando questo meccanismo sta assumendo i tratti di una routine consolidata, Robert Mckee, che sulla carta è l’ultimo dei Signor Nessuno, arriva e dice senza mezzi termini che la chiave del perfetto adattamento da romanzo risiede nell’essenzialità delle componenti che intervengono per portare sullo schermo la parola scritta. Non è solo follia, non è solo errata conoscenza del mercato, è una vera e propria bestemmia creativa, anche perché ammettere che il ragionamento di Mckee funzioni significherebbe ammettere che per anni la complessità, la laboriosità, l’inutile barocchismo con cui a volte alcuni romanzi sono stati trasposti sullo schermo hanno fondamentalmente frenato quei progetti dall’esprimersi al cento per cento del loro potenziale, significherebbe in sostanza ammettere che Hollywood ha avuto torto per tutto questo tempo…ed Hollywood è troppo orgogliosa per fare mea culpa, ricordatevelo sempre. A differenza di quanto possa sembrare però, i dettami, o meglio i consigli di Mckee, non sono mai effettivamente caduti nel vuoto, anzi, per certi versi hanno avuto la possibilità di attecchire proprio in quelle menti che meglio avrebbero potuto farne uso: parlo degli amatori, dei dilettanti della settima arte, degli autori indipendenti arrivando fino ai registi d’esperienza ma che non si sono mai contraddistinti per possedere una vera e propria mentalità da studio-system. La storia di The Martian, o meglio del significato profondo di The Martian, del motivo per cui ora sono qui a consigliarvi di passare due ore e venti della vostra vita in compagnia dell’astronauta Mark Watney mentre egli tenta in tutti i modi di sfuggire da Marte inizia proprio da qui, dal momento in cui un ex sceneggiatore di fumetti (Drew Goddard), ora sempre più inserito nella dimensione dell’intrattenimento audiovisivo entra in contatto con uno degli ultimi registi ribelli di Hollywood (Ridley Scott) ed insieme decidono di trasporre al cinema quello che a tutti gli effetti è il romanzo che punta a rilanciare la fantascienza negli anni ’00.

The Martian, e questa lunga premessa, potrebbe aver offerto più di uno spunto ai lettori più intuitivi è, prima di ogni altra cosa, una trasposizione cinematografica da romanzo di quelle che forse da troppo tempo mancavano nelle nostre sale. Me ne rendo conto, è curioso analizzare un film di fantascienza parlando di narratologia più che di “resa su schermo degli elementi tipici del genere” e forse è ancora più curioso studiare una pellicola partendo dal romanzo da cui è tratta, ma la creatura firmata Scott/Goddard, lo vedremo tra poco, vive in bilico su un sistema estetico completamente a sé, un sistema che quasi obbliga a compiere scelte di questo tipo (per quanto rischioso tutto ciò possa essere). Film e romanzo sono due mezzi artistici diversi, lo so io, lo sapete voi, lo sapeva anche Mckee nel momento in cui ragionava sulle sue teorie. Il senso comune vuole che non si debba conoscere necessariamente il romanzo originale per apprezzare pienamente la pellicola che si trae da esso, e questo discorso vale anche per The Martian, anzi, in questo caso, l’aver letto il romanzo di Andy Weir quasi rischia di compromettere il contatto empatico dello spettatore con Mark, il quale (come vedremo tra poco) è già a conoscenza della maggior parte delle vicende del film e quindi, molto semplicemente, guarda le carte dell’avversario e non può emozionarsi pienamente con quanto accade sullo schermo, perché ha già vissuto quelle stesse situazioni sulla carta. No, aver letto il romanzo non vi aiuterà ad entrare più profondamente nel tessuto narrativo del film, ma sicuramente costituisce l’unico modo per comprendere fino in fondo l’architettura narrativa organizzata da Ridley Scott e Drew Goddard attorno al romanzo, cosa li ha guidati mentre lavoravano sulla trasposizione, come hanno deciso di muoversi, e, soprattutto, a cosa è approdato il loro lavoro.

Andiamo per gradi: sulla carta, il romanzo di Andy Weir è un racconto validissimo ed appassionante ma di certo non costituisce una delle narrazioni più facili da trasporre al cinema. In poco più di trecento pagine, l’autore infatti non fa altro che costruire una sorta di manuale di sopravvivenza per naufraghi spaziali. Si respira realismo tra le pagine di The Martian, ma oltre a quello, il romanzo di Weir si contraddistingue per una certa sistematicità nella narrazione e per uno straordinario rigore scientifico: ogni passaggio, ogni scelta, ogni decisione del protagonista sono spiegati nei minimi dettagli facendo affidamento a teorie matematiche e alle regole della fisica elementare. Queste digressioni prettamente teoriche del racconto scorrono relativamente veloci, anche grazie alla scrittura comunque vivace di Weir ma le stesse sequenze, riportate integralmente su pellicola non porterebbero ad altro che ad un rallentamento esponenziale della narrazione con conseguente perdita di concentrazione dello spettatore. E’ proprio qui, è proprio in questo momento, che entra in gioco la penna di Drew Goddard. Inaspettatamente, lo sceneggiatore sceglie di intraprendere una delle strade più rischiose quando si parla di adattamento cinematografico e tuttavia, alla lunga, questa decisione restituirà alcuni frutti per certi versi inaspettati. Goddard decide infatti di conservare praticamente la gran parte delle azioni compiute da Watney su Marte per garantirsi la sopravvivenza (ma dopotutto, in tutto il film, pochissimi sono i passaggi tagliati o variati rispetto alla fonte principale) e paradossalmente non rinuncia neanche alle digressioni esplicative in cui l’astronauta spiega ai profani cosa stia facendo e soprattutto perché. Il trucco del nostro uomo sta nel trattare questi momenti alla stregua di quelle sequenze che, negli “Heist Movies” servono a descrivere i passaggi di preparazione al grande colpo. Fraseggio sincopato, montaggio alternato tra la voice over del protagonista che ragiona su come raggiungere un determinato obiettivo e l’azione in scena che concretizza le parole di Mark, ritmo incalzante e colonna sonora coinvolgente, insomma, in una singola parola, velocità! Al di là dell’eliminare le sequenze più prettamente didascaliche del romanzo dunque, Goddard non fa altro che utilizzare uno degli strumenti primordiali della scrittura cinematografica, quel montaggio alternato che fondamentalmente nasce già nella mente dello sceneggiatore mentre è in sede di progettazione dell’intreccio. E’ una splendida strategia quella adottata da Goddard, un modo per conservare intatto lo spirito del romanzo adeguando tutto ai tempi cinematografici e tuttavia, forse il capolavoro dello sceneggiatore è il modo in cui egli sceglie di trattare il personaggio di Mark e la sua psicologia. Nel romanzo, Mark Watney è un personaggio estremamente sui generis: sarcastico, grintoso, ottimista fino all’inverosimile e dotato di un’ironia straordinaria, che gli permette di contrastare efficacemente ogni singolo ostacolo che gli si presenta davanti, il nostro protagonista è certamente in grado di suscitare la simpatia dei lettori, ma non certo l’empatia. Il Mark Watney letterario semplicemente reagisce troppo bene a tutto ciò che gli accade. Le disavventure, gli imprevisti che il destino gli pone di fronte si, indubbiamente gli suscitano di volta in volta dei momenti di crisi ma queste parentesi sono momentanee, passeggere. Watney è un combattente, sa di esserlo e sa anche che se vuole salvarsi è principalmente su sé stesso che dovrà contare, perciò al giovane astronauta non rimane altro che stemperare la tensione con una battuta sagace e ritornare sui binari per continuare a combattere. E’ un umano il nostro Mark, ma, perdonando il gioco di parole, forse è il meno tra gli umani, o comunque è un individuo che cammina felice sul confine tra uomo e superuomo (ma dopotutto è i suoi stessi compagni di squadra, durante il romanzo non perdono occasione per mettere in luce quanto egli sia straordinario), è, al di là di qualsiasi dubbio, un personaggio che pur sforzandosi di entrare in contatto con l’anima profonda di ciascun lettore, alla fine non fa che distanziarsene, sebbene di poco, a causa della sua psicologia così atipica. A questo punto è straordinario prendere atto di come Drew Goddard si sia approcciato ad un personaggio del genere. Lo abbiamo detto, Goddard nasce come sceneggiatore di fumetti per poi entrare nel mondo dell’audiovisivo dalla porta di servizio collaborando insieme all’amico Joss Whedon ad alcune puntate di Buffy e tuttavia, nei tratti marcati del Mark Watney cinematografico si nota il lascito della sua esperienza come showrunner del Daredevil di Netflix. Il Diavolo di Hell’s Kitchen è un eroe, un vigilante ma è anche uno dei personaggi di casa Marvel che più di altri ha conservato il suo background così straordinariamente umano ed è proprio alla sua umanità, che lo sceneggiatore ha guardato quando stava organizzando il profilo psicologico del suo protagonista. Il Mark Watney firmato da Goddard è prima di tutto un uomo posto in una situazione di rischio mortale e poi, solo poi, un combattente ironico, rabbioso e pronto a qualsiasi cosa pur di sopravvivere. L’ironia del personaggio, le sue battute, i suoi exploit per combattere la tensione, questi dettagli rimangono, ma sono sfumati in un’atmosfera che ha al centro il dramma di un uomo che in questo momento è migliaia di chilometri lontano da casa e che non sa se sopravvivrà fino al giorno dopo. Non sono rare sequenze riflessive in cui il protagonista si chiede che destino potrà avere, come farà a sopravvivere all’ennesima tempesta in arrivo, se i suoi parenti ed amici si stanno preoccupando per lui, cosa accadrà ora che Marte sembra avere la meglio su di lui, sequenze tutto sommato assenti nel romanzo ma che non fanno altro che far apparire il protagonista nel modo più  umano possibile, contribuendo a rinforzare il messaggio di fondo che il film punta a trasmettere allo spettatore (su cui torneremo tra poco). Con uno schema narrativo di questo tipo viene da chiedersi in che modo la regia si approcci al progetto e collabori con la sceneggiatura in vista del raggiungimento del comune risultato. In realtà, se si conosce anche solo superficialmente la poetica ed il modus operandi di Ridley Scott, questo dubbio non è altro che una domanda retorica. Anni e anni passati a seguire ed analizzare i film del regista inglese, mi fanno pensare che probabilmente Scott è uno degli artisti con cui gli sceneggiatori vogliono collaborare con più piacere. Il nostro uomo si definisce principalmente un artista visivo, piuttosto che un vero e proprio “direttore di scena” che si impegna a gestire ogni singolo dettaglio del set. L’interesse maggiore di Scott in sede di progettazione della pellicola è quello di lavorare sull’immagine, sulla fotografia, sull’impatto scenico che certe sequenze, certi movimenti di macchina, certe scenografie hanno sullo spettatore, più che sulla storia raccontata dal film. Il buon Ridley accetta spessissimo di buon grado i progetti che di volta in volta gli sceneggiatori gli propongono a patto che essi gli permettano di sviluppare coerentemente quella sorta di “Immagine Enunciativa” che tanto ha a cuore. E’ una caratteristica, questa che spesso ha attirato sul regista le ferocissime critiche dei benpensanti (che amano porre in luce, non si sa ancora su quali basi, come egli, fondamentalmente, agendo in questo modo si lavi le mani di gran parte del processo organizzativo della pellicola) ma che nel caso di The Martian, più che in altre pellicole, si rivela la strategia più adatta per rapportarsi al romanzo di Weir. Se Drew Goddard, con buona probabilità, ha cercato di infondere in Mark Watney le linee principali del “suo” Devil, bastano pochi minuti di girato per capire che, forse, Ridley Scott ogni volta che stava settando le camere, le luci, le angolazioni dei movimenti di macchina e delle panoramiche, riviveva in sé le percezioni, le sensazioni, che lo guidarono, ormai quasi quarant’anni fa, quando era chiuso in uno studio sperduto nella campagna inglese a girare Alien. Certo, i piani stretti, i campi claustrofobici che caratterizzano alcune delle scene migliori all’interno della Nostromo non possono essere più lontani dalle ariose panoramiche e dai dinamici movimenti di macchina con cui Scott sceglie di raccontare per immagini la storia di Mark Watney, ma entrambe queste scelte stilistiche trovano il loro punto d’incontro quando si capisce che, in fondo, le sensazioni che il regista vuole suscitare negli spettatori attraverso di esse sono le stesse di quelle trasmesse dal capolavoro del ‘78: senso di morte, smarrimento, ansia, impotenza di fronte a qualcosa che non puoi controllare (che sia uno Xenomorfo o l’ecosistema di Marte è secondario). Da una certa angolazione, l’operazione che si propone di fare Ridley Scott è di quelle che ormai si vedono sempre più raramente: da un lato, continua la sua indagine sulla poetica dell’immagine pura, dall’altro, attraverso di essa non solo non perde di vista il senso della fonte da cui il suo progetto è tratto ma per certi versi lo approfondisce, lo connota, lo declina in modo nuovo (anche perché raramente Weir indugia, durante la scrittura, nelle sensazioni negative che si propone di trasmettere Scott con le sue immagini).

 

Dopo aver speso tutte queste parole nel tentativo di analizzare nel migliore dei modi il senso profondo di The Martian rimane in realtà poco altro da dire: ci troviamo di fronte ad una trasposizione da romanzo come raramente se ne incontrano oggi come oggi in sala, siamo partiti da questa premessa, ma ora sappiamo anche perché: Ridley Scott e Drew Goddard scelgono la strada della semplicità, rimangono nel loro campo, fanno ciò che riesce meglio loro (sul piano della scrittura pura e su quello prettamente visivo) e si impegnano nel non prevaricarsi a vicenda a vantaggio della bellezza  della pellicola, una bellezza, che in questo modo viene ottenuta pienamente. Sono, è chiaro, i consigli sull’adattamento cinematografico di Mckee applicati all’ennesima potenza, aggiornati al 2015 e imbevuti di grinta, carattere e personalità. Basta forse solo questo a rendere The Martian una piccola perla nel suo genere a cui dedicare due ore e venti della propria vita. Tuttavia, messa così sembra che l’ultima fatica di Ridley Scott sia destinata esclusivamente a quegli spettatori in bilico tra la cinefilia e la bibliofilia, gli unici che hanno in mano tutti gli strumenti tutti gli accenni ed i riferimenti incrociati tra il progetto filmico ed il testo da cui esso è tratto ma curiosamente The Martian si presenta invece come un’opera straordinariamente democratica. Non è obbligatorio aver letto il romanzo, lo abbiamo detto poco fa e lo ripetiamo, così come non costituisce la regola conoscere le poetiche di Drew Goddard o Ridley Scott per apprezzare questo film: i neofiti in questo senso entreranno comunque in contatto con un film che fa dell’epica spaziale la sua cifra stilistica ma che ha comunque al suo centro l’uomo, con le sue debolezze, i suoi fallimenti, i suoi errori, i suoi limiti. Mark Watney è solo un essere umano con un grosso problema da risolvere, non un supereroe che riesce a ribaltare una situazione svantaggiosa grazie ad un qualche potere di natura straordinaria, questo è il fulcro dell’analisi del film che spesso vi sarà capitato (o vi capiterà) di leggere in questi giorni sulla maggior parte delle testate specializzate; a questa interpretazione io però aggiungo una postilla che credo possa ampliare ancora di più il discorso interpretativo sotteso al film, Non solo Mark è un uomo, ma, ribaltando un po’ i termini della frase egli è SOLO un uomo, nella misura in cui ha comunque bisogno dell’aiuto di altri individui per risolvere il suo problema. The Martian nel suo statuto di film con un messaggio è esattamente questo: è il modo con cui il duo Scott/Goddard ci stanno ponendo di fronte alla nostra inadeguatezza di esseri umani, di persone che possono essere dotate di tutte le capacità più straordinarie di questo mondo ma che se non si contraddistinguono per una certa dose di umiltà che fa consegnare le redini del loro destino nelle mani di qualcun altro, saranno comunque destinati a soccombere. In un’epoca di superuomini, di cinecomic supereroistici, ma, più semplicemente, di egoismo, certamente il simbolismo di The Martian in questo senso ha per certi versi del rivoluzionario.

Alessio Baronci

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