Office 3D

L’importante finanziaria di Hong Kong Jones & Sunn, sta per essere quotata in borsa mentre i suoi vertici stanno provando in tutti i modi a chiudere un importante accordo commerciale con una multinazionale specializzata in cosmesi; intanto, nei suoi uffici fanno il loro ingresso due nuovi dipendenti, il giovane idealista Li Sung e l’affascinante (e misteriosa) Sophie. I due giovani stagisti saranno testimoni (e complici) delle complicate macchinazioni e dei sottili giochi di potere che si susseguiranno negli uffici, mentre il crack della mutui del 2008 è alle porte e minaccia di distruggere tutto ciò che i dirigenti della Jones & Sunn hanno costruito in tutti questi anni.

Ci sono alcuni film che ti fanno entrare in contatto con la tua vera natura di spettatore; che ti fanno capire davvero se puoi considerarti uno spettatore per certi versi consapevole di ciò che stai guardando; che ti fanno comprendere quanto il senso della settima arte è entrato in te; film che, in buona sostanza ti danno la possibilità di rispondere ad una ed una sola domanda: “Quanto meriti ciò che il cinema ti ha dato in tutti questi anni passati da spettatore?” Di film del genere ce ne sono pochi (è un bene? Un male? Non sta a noi deciderlo per il momento) quel che è certo è che Office è uno di essi.

Leggi da qualche parte che è uscito il nuovo film di Johnnie To. Dai un’occhiata alla trama, quella storia fatta di intrighi e tensione inserita nel contesto della crisi economica del 2008 ti stimola, ti dà buone sensazioni, ti coinvolge e ti crea un’aspettativa che per certi versi ti trasporta nei luoghi appartati ed accoglienti del thriller d’alta classe (e dopotutto, al di là di qualche eccezione, è, questo, il genere maggiormente battuto da To), insomma, pervaso da questa miriade di sensazioni positive, decidi di vederlo. Ci riesci, paradossalmente, e tuttavia, la cosa più interessante non è tanto come sei riuscito a procurartelo (sei stato ad una rassegna? Ad un festival? Te lo sei visto in streaming? Non è importante), quanto vedere cosa farai quando lo vedrai, come reagirai quando ti ci ritroverai davanti. Stiamo parlando del bivio, di quel momento in cui ti rendi conto che probabilmente hai fatto male i conti, ti sei informato in maniera distratta e ciò che stai vedendo non è esattamente ciò che ti aspettavi, quel momento, in buona sostanza, che ti definisce come spettatore consapevole o barbaro da Multiplex della domenica pomeriggio, a seconda del modo in cui reagirai ad esso. Parlando di Office il bivio entra in scena relativamente presto, probabilmente irrompe nella tua coscienza di spettatore nei minuti iniziali, quando quei broker, quei manager che tu ti aspetti discutano di contratti o investimenti in borsa, cantano le lodi della nuova era del capitalismo in quello che possiamo considerare come il pezzo di ouverture del film. Da quel momento, per i successivi quindici o venti secondi, la tua mente proverà a rispondere ad una ed una sola domanda: “Cosa diavolo sto vedendo?” ed altrettanto velocemente, partorirà una serie di risposte che condurranno tutte ai due soli atteggiamenti che adotterai nei minuti a seguire:

  • Atteggiamento 1, nome clinico: “Sono Troppo Vecchio Per Essere Preso In Giro In Questo Modo”. In pratica capisci che le tue aspettative nei confronti del film erano sbagliate, ne rimani delusissimo ed abbandoni la sala in preda ad un fervore che nemmeno la Santa Inquisizione degli anni d’oro, ripromettendoti di non vedere mai più nessun altro progetto del regista di quell’obbrobrio

(Ciao! Se qualcuno di coloro che leggono si riconosce in questo profilo, vi annuncio che voi siete gli spettatori da Domenica pomeriggio al Multiplex di cui parlavamo poco fa…)

  •  Atteggiamento 2, nome clinico: “Ok, vediamo dove vuole arrivare il regista, ci sto, giochiamo!”. Detta in breve, vi rendete conto che qualcosa non torna ma state al gioco, vi godete il film e magari, ragionando, vi rendete conto che, messo a contatto con gli stilemi e la poetica pura del regista, il film che prima vi ha disorientato ora appare perfettamente coerente e logico con la forma mentis del cineasta.

(Ciao di nuovo! Se vi riconoscete in questo profilo, vi facciamo i nostri migliori complimenti, siete gli Spettatori Consapevoli a cui accennavamo qualche riga più su, siete, in buona sostanza, gli spettatori che il buon cinema si merita!)

Banale dirlo, ma per entrare seriamente in profondità nel sistema simbolico che sottostà a Office, l’atteggiamento migliore da adottare durante la visione è proprio quest’ultimo e probabilmente il modo perfetto per attivarlo è cominciare a riflettere proprio sulla filmografia di Johnnie To e sul suo stile. Di fronte a noi c’è un regista che ama da sempre analizzare le dinamiche dei grandi gruppi sociali su cui si concentra spesso un potere a volte inimmaginabile, e che per portare avanti le sue riflessioni spesso opta per soluzioni sceniche di grandissima eleganza (lente panoramiche, piani sequenza molto lunghi, particolari giochi di luce), due caratteri, questi, che, se ci si pensa, in realtà sono il fulcro anche di Office. Le lobby aziendali e gli intrighi multimilionari in realtà non sono altro che la diversa sfaccettatura di uno stesso modo di intendere quel grande potere insito nelle mani di pochi che da sempre interessa il regista e la “forma musical” attraverso cui questo discorso viene affrontato altro non è che la naturale evoluzione di quello stile elegante, quasi apollineo, che costituisce la firma artistica del regista. La domanda a cui rispondere, in pratica, qui non è:”Perchè To ha scelto di girare un musical?” quanto piuttosto “In che modo le componenti tipiche del musical entrano in contatto tra loro e collaborano con la poetica del regista in vista della trasmissione di un determinato messaggio?”  Ecco, è da qui, è da questa domanda, che possiamo partire.

In realtà il musical, genere che fa della mostra dell’artefatto, della sospensione dell’incredulità al massimo grado, del puro artificio i suoi caratteri scenici principali, fa buon gioco a To, che, prevedibilmente, sfrutta questi tratti tipici per delineare i fili portanti del suo ragionamento:  è attraverso il canto infatti, momento stra-ordinario (nel senso di “al di fuori della normalità filmica”) per eccellenza del musical i personaggi esprimono tutta la loro grettezza, tutto l’egoismo e l’arrivismo che fondamentalmente li ha portati dove sono ora e che essi sembrano non voler abbandonare per nessuna ragione al mondo. Paradossalmente, nei momenti di puro cinema (i recitativi, li chiamerebbe un appassionato d’opera lirica) i manager, i broker, che fino ad un momento prima si sono espressi in pieno accordo con la vera natura della loro anima (prevedibile dopotutto) tornano ad indossare i panni di cordiali, leali, coraggiosi ma al contempo assennati agenti di cambio e tuttavia, è facile notare come in questi frangenti sia, per certi versi, il contesto in cui sono inseriti, a tradirli. Gli “a parte” Brechtiani, il gigantesco orologio in costante movimento che troneggia nella maggior parte delle inquadrature, la voluta monotonia degli ambienti, che caratterizza la scena (si ha la sensazione che i personaggi, fondamentalmente vivano, lavorino, trascorrino il loro tempo libero nello stesso posto, in questa sorta di fantozziana Megaditta che da sola soddisfa tutti i loro bisogni)  sono solo alcuni della miriade di elementi che non solo rimarcano delle idee già espresse nei pezzi cantati ma che (sopratutto, ci sentiamo di dire) fissano costantemente, nella mente dello spettatore i tratti negativi delle personalità che egli intende criticare (seguendo gli esempi fatti poco fa, rispettivamente l’ipocrisia, la volontà di accumulare ricchezza malgrado il tempo alla fine renderà tutto vano ed il senso di competizione estremo dei broker bancari che li porta fondamentalmente a passare più tempo in ufficio che a casa) e che i personaggi stessi passano il tempo a nascondere con tutto l’impegno possibile. E’, né più né meno, lo stesso meccanismo con cui negli ultimi venti o trent’anni i registi si sono approcciati alla messa in scena dell’opera lirica, quell’atteggiamento che vede nel corpus artistico da portare sul palco un testo costituito da un insieme di riferimenti che il regista può utilizzare a suo piacimento, anche (come in questo caso) per espandere, rimarcare, elementi appartenenti al sotto testo dell’opera stessa. E dopotutto, il continuo riferimento al sistema del bel canto è probabilmente quasi obbligato per To che, in un contesto del genere non può che usare come linee guida quelle stesse strutture dell’opera cinese che in fondo è così simile alla nostra, di opera (calcolando, aspetto non secondario, che Office nasce in un primo momento come spettacolo teatrale e poi, solo poi, arriva al cinema).  Forse però, l’aspetto per cui, tra qualche anno, probabilmente nei circuiti specializzati, nei circoli di appassionati, si continuerà a discutere con interesse di Office è quella particolare caratteristica che potremmo definire come “Ribaltamento simbolico”. Cerchiamo di fare chiarezza: probabilmente, data la sua originalità di fondo e vista anche l’immediatezza dei suoi riferimenti (l’opera Cinese ed il Musical di cui parlavamo poco fa), Office sarebbe funzionato alla perfezione anche soltanto come colorata e dinamica satira del mondo finanziario contemporaneo oltreché della società cinese (troppo legata allo sfruttamento lavorativo del ceto basso-borghese) e tuttavia, all’incirca a metà del secondo atto, To sembra voler modificare le carte in tavola, un po’ come se volesse ampliare, approfondire i termini del discorso. I numeri musicali si fanno più studiati, meno esplosivi, più pensati, più controllati, si susseguono i duetti, gli assolo più che i pezzi d’insieme. E’ come se la diegesi (o, più semplicemente, se Johnnie To, nelle vesti di immenso demiurgo/artigiano di questo mondo di cartapesta) volesse spostare l’attenzione generale dello spettatore dall’esterno (la struttura, il sistema dei personaggi, la pura storia) all’interno (l’interiorità dei personaggi, i loro obiettivi, il loro passato, i loro desideri). E’ una scelta, questa, che merita di essere approfondita. Numeri musicali di questo tipo potrebbero essere definiti come “canti del ricordo”: spesso, due personaggi cantano tra di loro rimpiangendo il passato, il paese natale, la città, condannando la vita da ricchi borghesi che li ha fondamentalmente, privati di un’anima. Non solo, date le premesse, i personaggi impegnati in queste parentesi fondamentalmente sembrano negare con forza tutti quei tratti negativi che hanno caratterizzato le loro personalità nelle sequenze precedenti. Più che broker egoisti e privi di una morale, essi appaiono infatti ora quasi come delle vittime, come dei prigionieri di una realtà a cui in fondo sentono di non appartenere e da cui tentano con tutte le loro forze di fuggire. E’ strategia, è pura strategia, è la tattica attraverso cui To sta giocando con il concetto di empatia e con il rapporto che ognuno di noi, in quanto spettatori, instaura con i personaggi su schermo. Individui, personalità che dall’inizio del film fino alla fine del primo atto non abbiamo potuto far altro che odiare o guardare con un sentimento misto di pena e disgusto, ora ci appaiono per certi versi straordinariamente umani, autentici, “reali”, viene quasi voglia di starli ad ascoltare, di comprenderli; magari, potremmo dirci, non è colpa loro se si sono ridotti ad incarnare quella sorta di gusci vuoti che si muovono sulla scena e che cercano di ottenere il maggior vantaggio nel minor tempo possibile, magari la società è solo tutta sbagliata. Staremmo dalla loro parte, cominceremmo a rivalutare il film e a rileggerlo in virtù di una solidarietà che, chissà, magari crediamo essi meritino. La libertà è un valore essenziale della convivenza civile, e noi, in quanto spettatori, siamo liberissimi di procedere a questa sorta di rilettura critica di tutto il film alla luce di quanto appena visto e tuttavia, il regista stesso non sembra essere d’accordo con noi. Malgrado queste parentesi di consapevolezza infatti, la maggior parte dei personaggi alla fine della fiera non fa altro che affogare in quel mare di negatività che l’ha mosso fino a quel momento e che ha motivato le sue azioni. Prevedibilmente, gli unici che To sembra risparmiare sono i due giovani protagonisti, Kat e Li, su cui il regista sembra puntare per risollevare le sorti di una società ormai ridotta allo stremo. Interessante è però notare, anche in questo caso, il modo originale con cui il regista si approccia ai due personaggi: la decisione, tutto sommato semplice, quasi banale, di “salvare” gli esponenti più giovani del cast per renderli icone di una salvezza per certi versi necessaria alla società viene mitigata dalla caratterizzazione non completamente limpida che dei due personaggi. Kat, in fondo, è una bugiarda che finge di essere un’altra persona pur di ritrovarsi e Li, con l’andare avanti della trama rischia di finire vicinissimo a quel baratro sul nulla in cui sono caduti molti altri personaggi prima di lui e solo un ultimo avvertimento della CEO, che lo invita a ricordarsi delle sue origini, per non perdere definitivamente il senso della sua vita. Office è, lo abbiamo visto, un film che trova la sua ragion d’essere, la sua originalità proprio nella sua natura di punto d’unione di letture multiple e luogo artistico in cui stilemi ormai consumati dalla tradizione trovano nuova linfa vitale ed appaiono rinnovati dalla grinta di Johnnie To, cineasta che evidentemente ha nell’animo la voglia di osare, di giocare fino in fondo con lo spettatore.

Alessio Baronci
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