Magic Mike XXL

Il giovane intrattenitore un tempo conosciuto come “Magic” Mike si è lasciato alle spalle la vita da spogliarellista ormai da tre anni. Anche gli altri “Re Di Tampa” sono pronti a gettare la spugna, ma vogliono farlo a modo loro: dando vita ad un ultimo, incandescente spettacolo a Myrtle Beach assieme al loro vecchio compagno di palco. Durante il viaggio, che passando per Jacksonville e Savannah li porterà ad affrontare la loro più attesa esibizione, consolideranno vecchie amicizie e ne faranno di nuove, impareranno nuove mosse e si scrolleranno di dosso il passato in un modo sorprendente.

Che poi, in realtà, io un po’ ce lo vedo. Ce lo vedo Steven Soderbergh che, nel suo ufficio al dodicesimo piano di qualche grattacielo scaldato dai raggi del sole di Malibu, appoggia il plico di documenti che fino a quel momento ha riletto per la terza volta nei minimi dettagli e si rivolge ai due ragazzi dall’espressione ansiosa che quel giorno sono passati da lui per tentare di coinvolgerlo nel loro progetto. Soderbergh me lo immagino come un tipo laconico, perciò credo che abbia rivolto ai due giovani un discorso che suona pressappoco come: “Ok, ci sto…voglio che sia chiaro che ho appena ufficializzato quella parte ancora in sospeso del mio contratto di cui abbiamo discusso fino alla settimana scorsa: da ora, oltre al regista di questo giochino, sarò anche direttore della fotografia e montatore. Problemi?”

A questo punto i due giovani, che per inciso sono Channing Tatum e Reid Carolin cioè rispettivamente soggettista/produttore e sceneggiatore del progetto, probabilmente hanno provato a tenere un atteggiamento professionale che non li facesse sfigurare di fronte al regista. Forse hanno provato a reprimere la gioia del momento facendo in modo che la botta di adrenalina che li ha invasi praticamente in contemporanea vada dritta dritta ad increspare le loro labbra in un sorriso garbato, che non li scomponga in maniera troppo incontrollata ma non sono riusciti a nascondere allo sguardo esperto di Soderbergh il coreografico “High Five” che i due hanno provato a scambiarsi alle spalle del regista. Channing Tatum, quello tra i due che la pagliuzza più corta ha designato come il portavoce della coppia nel colloquio con il regista si lascia andare a questo punto ad un timido: “N-Non c’è problema signore…finché ci sarà lei dietro la macchina da presa a noi andrà bene qualsiasi decisione deciderà di prendere in merito al progetto”.

Soderbergh ha lo sguardo soddisfatto, giovani così malleabili non gli capitavano da parecchio, e se tutto ciò va a vantaggio suo e della sua arte beh, tanto meglio. L’uomo stringe a questo punto la mano ai suoi due interlocutori e per un momento smette i panni del cordiale padrone di casa ed indossa quelli del regista tutto d’un pezzo. Una sola, singola battuta, quasi un sibilo diretto ai due ragazzi: “Perfetto! Mi faccio vivo io appena avrò pronto un piano di lavorazione, tu rivedi la sceneggiatura e tu tieniti pronto a sborsare parecchi verdoni per farci rimanere a galla il più a lungo possibile. Benvenuti nel lato sbagliato di tutta questa storia ragazzi…Ora, fuori di qui!”

Probabilmente Channing Tatum e Reid Carolin quella sera, per festeggiare, si sono ubriacati come non facevano dai tempi del college e la mattina dopo si sono risvegliati in un cassonetto della differenziata fuori città ma in fin dei conti che importa? Qualcuno ha appena accettato di far nascere Magic Mike, la loro creatura, il resto è tutto discesa.

Malgrado i commenti che accolsero le prime notizie che documentavano la lavorazione del film (“Cosa? Un film sugli spogliarellisti? E diretto da quel gran professionista di Steven Soderbergh? Perbacco! Non sapevo che quell’uomo avesse del denaro sporco da riciclare in qualche impresa di dubbio gusto!”), Magic Mike alla fine, pur con tutti i suoi difetti, si rivela un film godibilissimo, splendidamente girato e fotografato nello stile pulito che caratterizza il regista e soprattutto, coerente con la linea creativa che in questo momento egli ha deciso di intraprendere. Da qualche anno infatti, sembra che Soderbergh si stia dedicando in maniera sistematica ed appassionata ad una rilettura dal sapore postmoderno dei principali generi e sottogeneri cinematografici che caratterizzano l’industria dello spettacolo americana. Ha fatto un primo test nel 2006, con The Good German (dramma bellico in stile tipicamente anni ’50 che cita apertamente prodotti come Casablanca) poi, con la trilogia di Ocean in dirittura di arrivo e con la conclusione dei lavori di quel capolavoro che è la sua dilogia su Che Guevara sembra che Soderbergh abbia deciso di alzare il tiro e di approfondire i risvolti di questa sua scelta creativa. In rapida successione, il regista lavora a The Informant! (Rilettura di un certo tipo di commedia nera nello stile dei Cohen), Contagion (film catastrofico dal taglio documentaristico) ed Haywire (ovvero il classico film di arti marziali anni ’70 ed ’80 visto attraverso gli occhi di un autore hollywoodiano). In questo contesto si inserisce anche Magic Mike, che agli occhi del regista dovrebbe funzionare alla perfezione come una sorta di progetto a metà tra il romanzo di formazione e l’inchiesta giornalistica dura e pura. Detta molto semplicemente, l’obiettivo di Soderbergh è quello di esplorare insieme allo spettatore, utilizzando come pretesto la classica storia di conquista, corruzione e redenzione del protagonista, il vasto e variegato mondo dello spogliarello maschile. Questo è l’intento dichiarato del regista e tuttavia, sotto la superficie di questa dichiarazione programmatica possiamo notare senza neanche troppo sforzo il legittimo desiderio del team creativo di ridare dignità alla figura dello stripper e, conseguentemente, alla disciplina che ogni notte egli “esercita” sul palco. Per quanto paradossale possa sembrare, l’obiettivo di Soderbergh viene raggiunto, anzi, l’ho accennato poco fa, è quasi commovente notare come, in confronto alla miriade di film di dubbio gusto e qualità che riempiono le sale al giorno d’oggi, Magic Mike giri alla perfezione: gli stripper si considerano tra di loro dei veri e propri performer, dei ballerini che portano sul palco un progetto, un’opera dotata di un proprio peso artistico; grandissima cura è rivolta alle sequenze che pongono l’accento sulle prove in palestra e sulla preparazione di ogni singola coreografia, e stranamente ben poco spazio è lasciato all’atto dello strip puro e semplice; ultimo ma non poco importante dettaglio, la trama a cui tutta questa impronta documentaristica fa da sfondo, nella sua semplicità, non esita ad addentrarsi in molti dei lati oscuri dello stripteasing, tra droga, sesso a buon mercato, steroidi illegali ed altri dettagli che minano la facciata rispettabile di questa disciplina spettacolare. Con un progetto del genere che punta a considerare gli stripper alla stregua di rockstar che portano in scena ogni sera il loro corpo piuttosto che i loro assoli di Fender, in fondo non stupisce che il clima che si respira all’interno di Magic Mike è lo stesso che caratterizza altre belle pellicole a tematica prettamente artistica come Almost Famous o I Love Radio Rock ed al contempo però ciò che fa rimanere abbastanza di sasso è apprendere la notizia che ora, nel 2015, a tre anni di distanza dal primo episodio, Magic Mike stia per avere un seguito. Partiamo da un presupposto doveroso: facendo riferimento alla storia scritta da Tatum e Carolin, l’intreccio del loro film sembra avere tutti i presupposti per non aprirsi a dei sequel di nessun tipo. Alla fine di Magic Mike il protagonista lascia il mondo ormai corrotto dello spogliarello maschile per farsi una nuova vita mentre The Kid, il suo allievo finisce per essere fondamentalmente mangiato vivo da quello stesso buisness a cui, mesi prima, si era avvicinato con l’atteggiamento timido e tremante del giovane pieno di speranze e buone intenzioni. E’ anche una bella storia, interessante, priva di gravi eccessi di retorica e soprattutto, chiusa ed in sé coerente. E’ una storia, lo ripetiamo che non chiede necessariamente di essere ripresa e completata. E’ anche vero che, sulla carta, Magic Mike è un film con non poche ombre e difetti di costruzione (i personaggi secondari sono profondi come un foglio di carta A4, alcuni aspetti del backstage dei singoli spettacoli e delle singole performance avrebbero potuto essere trattati con più profondità ed alcune scelte dello script potevano essere riviste all’insegna dell’originalità, giusto per soffermarci su alcuni di essi), difetti che un sequel può in effetti contribuire ad appianare nel migliore dei modi. Aggiungiamo a questo anche il fatto che Magic Mike ha incassato una cifra spropositata che fondamentalmente implora di essere reinvestita in vista di un guadagno maggiore e che l’industria dello spettacolo americana è governata da buisnessman più che da artisti puri e certo risulta più facile comprendere come in fondo l’ipotesi di un sequel per Magic Mike non è stata mai messa effettivamente in discussione. Sia chiaro, malgrado quanto detto finora, malgrado un progetto che desse seguito al primo capitolo della saga fosse complesso da posizionare nel mercato e fosse in fondo non particolarmente necessario in rapporto all’orizzonte creativo, sulla carta l’ipotetico Magic Mike 2 (ora diventato Magic Mike XXL) nasce sotto i migliori auspici, soprattutto perché il primo creativo che verrebbe coinvolto nella produzione sarebbe Soderbergh stesso, a cui probabilmente la coppia Carolin/Tatum offrirebbe la regia. Ecco, probabilmente i guai per Magic Mike XXL iniziano qui, iniziano dal momento in cui Soderbergh, grande professionista e uomo di spettacolo, decide (non si sa se per sua scelta o su invito di qualche altro addetto ai lavori) di non dirigere il secondo capitolo della sua saga e di ricoprire per esso solo i ruoli di Executive e di Direttore Della Fotografia. Alla luce dei fatti, probabilmente mai scelta fu più sbagliata per la buona riuscita del film (e d’altra parte, con il senno di poi probabilmente mai scelta fu più giusta per la professionalità di Soderbergh stesso). Con Soderbergh che si tira indietro, la regia passa quindi a Reid Carolin che, come con il primo capitolo, cura anche la sceneggiatura di questo episodio e che si riduce a confezionare un prodotto insipido, privo di carattere e che senza l’interessante sguardo documentaristico di Soderbergh finisce con l’essere superficiale ai limiti del trash.

L’aggettivo più calzante per Magic Mike XXL, il primo, quello che ti viene in mente appena iniziano a scorrere i titoli di coda e tu torni nel mondo vero dopo aver passato quasi due ore in viaggio con i Re di Tampa è “vuoto” ed un film vuoto, credetemi, è molto peggio di un film brutto, ma andiamo con ordine. Poco fa si è detto di come il primo capitolo della saga fosse caratterizzato da grandissimi margini di miglioramento su cui un buon sequel avrebbe potuto lavorare ebbene è straordinario riconoscere come Magic Mike XXL non solo praticamente fa finta che questi difetti non esistano ma si spinge fino a distruggere in mille pezzi ciò che di affascinante caratterizzava il precedente capitolo o ciò che di interessante è contenuto nel suo concept stesso (su cui torneremo). I personaggi secondari rimangono piatti e poco approfonditi come poche cose al mondo. In un mondo in cui le narrazioni cinematografiche e seriali diventano sempre più complesse ed i personaggi che ne sono protagonisti si avvicinano sempre di più ad una caratterizzazione ai limiti dell’umano mette quasi a disagio notare come i personaggi secondari di Magic Mike XXL siano privi di un effettivo background che li caratterizzi e che quindi per questo sembra siano entrati nel mondo della storia quasi per caso, perché passavano lì ed avevano bisogno di fare qualcosa che li tenesse occupati fino a fine giornata. La cosa veramente ironica è che loro stessi quasi si accorgono, nei dialoghi, di essere costruiti attorno al nulla, come ci fanno notare Mike e Tarzan in uno splendido scambio (“Hey amico…anni che ci conosciamo e non mi avevi mai detto che eri stato dispiegato in Desert Storm” “Beh Mike…diciamo che non lo ritenevo importante…” meraviglioso davvero…). Non che sul fronte dei protagonisti (o meglio, DEL protagonista, dato che The Kid sembra essere sparito dalla memoria di ognuno dei personaggi coinvolti e Dallas è a Macao impegnato, chissà, forse in impegni più interessanti di quelli che coinvolgeranno Mike e gli altri re di Tampa) il destino sia più roseo. Mike non sembra essere infatti maturato, non sembra essere cambiato, a seguito dei tre anni di stop dal palcoscenico: gli bastano venti secondi netti per accettare la proposta dei suoi ex colleghi che dà il via alla trama e conseguentemente per distruggere tutto l’arco che lo ha caratterizzato nel corso del primo episodio, quello che si è concluso con l’uomo che ammette a sé stesso che forse quel mondo, che ormai non riconosce più, non è più il suo posto. Un aspetto, questo, che lo fa apparire, oltreché poco approfondito anche incoerente con sé stesso e l’incoerenza del personaggio è forse il crimine creativo più grave che uno sceneggiatore può compiere. E’ in realtà un peccato ritrovarsi di fronte ad una caratterizzazione così disastrosa e riconoscere subito dopo che con un concept del genere ed i giusti accorgimenti in realtà si sarebbe potuto progettare un sequel dignitosissimo: l’idea alla base di Magic Mike XXL, quel tour con cui la squadra di Mike vuole dare l’addio al mondo dello strip, sulla carta funziona alla perfezione e costituisce anche una buona base con cui proseguire la bella indagine antropologica del mondo degli spettacoli per sole donne e continuare il parallelo tra performers e rockstars (il tour degli spogliarellisti calza a pennello se rapportato al tour di una qualunque band di successo). Priva di fondamenta solide su cui svilupparsi (la caratterizzazione dei personaggi in primis ma anche una sceneggiatura che non aiuta nel disciogliere i vari nodi della trama in maniera coerente) la buona premessa iniziale non fa che ridursi quindi ad un viaggio privo di una reale ragion d’essere ed in cui sembra il caso, più che la causalità a farla da padrone, visto che la maggior parte delle azioni compiute durante gli spostamenti dai protagonisti si avvicendano sulla scena quasi senza un perché e sembra siano organizzate per occupare la pellicola o per ottenere l’approvazione del pubblico più superficiale (e non so quale delle due sia peggio…). Di fronte a questo quadro così desolante, non stupisce riconoscere che le sequenze di strip (che nel primo episodio erano sempre accennate, mai ostentate a vantaggio della cura nella ripresa della coreografia) sono approcciate con uno stile che non è strano definire ultravoyeuristico, caratterizzato da uno straordinario impegno nel riprendere ogni singolo dettaglio dei corpi nudi dei protagonisti impegnati nelle performances che si sviluppano di volta in volta sullo schermo (a volte con una frequenza che ha dell’invadente piuttosto che dell’interessante).  Alimentato da questa volontà il film perde la sua vena di inchiesta giornalistica e tuttavia acquista agli occhi di quel pubblico che si accontenta delle emozioni più immediate, l’ottima premessa di base va a farsi benedire ma gli incassi aumentano in maniera esponenziale, quindi che importa?

Con l’acqua alla gola in questo mare di mediocrità e vuotezza fa quasi tenerezza riconoscere due singoli dettagli che impediscono al film di affondare completamente nell’oblio della memoria di ogni spettatore. Il primo è la colonna sonora, che si rivela essere più ricca, coinvolgente, e meglio inserita rispetto al primo episodio (i più maliziosi direbbero che è un modo per distrarre il pubblico dal film orribile che stanno guardando, ma noi preferiamo soprassedere). Il secondo dettaglio è costituito dalla caratterizzazione del personaggio di Amber Heard: Zoe è un personaggio secondario in rapporto alla vicenda raccontata ma, paradossalmente è quello meglio costruito (ha un background persistente, è banale, già visto, ok, ma ce l’ha) e soprattutto è quello coinvolto nell’arco più interessante ed empatico di tutto il film. E’ strano dirlo ma il pubblico finirà per entrare in empatia con Zoe più che con Mike e se il tuo film invita ad innescare un rapporto empatico con un personaggio secondario piuttosto che privilegiare un personaggio principale beh il tuo film ha senz’altro qualche problema.

Insomma, in conclusione, Magic Mike XXL si presenta come una brutta occasione sprecata. Si poteva proseguire nel migliore dei modi il discorso iniziato con il primo capitolo organizzando il tutto attorno alle direttrici dell’inchiesta giornalistica e del documentario, si è privilegiato l’incasso facile, la superficialità ed il trash a buon mercato. Sono adulto e vaccinato, conosco il potere dei soldi sull’industria dell’intrattenimento, ma ogni volta che questo potere mi colpisce in pieno, è come se fosse la prima volta.

 

Alessio Baronci

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