Time for equality: dall’Africa all’Italia.

Continua il nostro viaggio nella storia, questo mese parlando di una persona, Steven Biko, sempre grazie alla nostra magnifica arte, attraverso il film Grido di Libertà. Non so in quanti hanno sentito parlare di questo grande uomo, leader non violento dei neri contro il regime dell’apartheid.

Il film Grido di Libertà, storia biografica di Steven Biko, ambientato in Sudafrica durante gli anni 70, si apre sulle razzie della polizia bianca: donne uomini bambini, maltrattati perché “abusivi”.

Successivamente una donna nera che sta a casa si sveglia e accende la radio, una “trovata” regista per permettere allo spettatore di riuscire a capire ciò che  stava avvenendo nella scena precedente (come se allo spettatore vadano ancora spiegate certe cose, o forse per sottolineare l’importanza anche storica, oltre che sociale). Quella donna, sostenitrice del movimento e del pensiero di Steven Biko, il movimento per la coscienza nera, che ascoltando la radio sente delle razzie vicine dove si trova Biko, si preoccupa ma non molto perché come lei dice successivamente: “se lo avessero preso, già si saprebbe”.

Ecco che poi ci viene presentato il co-protagonista, Woods, un giornalista sudafricano bianco, che si è schierato contro il pregiudizio bianco, mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi cari, anche se non è totalmente d’accordo con la politica di odio nero di Biko.

Woods non approva la messa a bando nei confronti di Biko ma trova le sue idee pericolose e di risposta il leader, nel film interpretato dal premio (non a caso) Oscar, Denzel Washington, dice:

un vero liberale! un liberale bianco, che resta attaccato a tutti i vantaggi del suo mondo bianco: occupazione, casa, istruzione, mercedes… non è forse la persona più qualificata per dire ai neri come dovrebbero reagire all’apartheid”.

E fu così che dal primo incontro/scontro tra Biko e Woods, nacque una grande collaborazione che si trasformò in fratellanza.

Il mondo che viene descritto da Biko e il movimento da lui fondato, Black Consciousness Movement, movimento per la coscienza nera, anti-apartheid, verso la fine degli anni 60, è un mondo in cui (cito testualmente le parole di Biko):  

“la sola storia che si studiava era fatta da uomini bianchi, scritta da uomini bianchi, televisione, auto, medicine, tutto inventato dagli uomini bianchi, perfino il football….in un mondo così non è difficile pensare all’inferiorità di essere nato nero.”

Biko nella sua vita ha rischiato tutto per continuare a portare avanti i suoi ideali spingendosi fuori dalla sua confort zone per parlare ad una folla, sul banco degli imputati, finito lì per incitamento all’odio razziale, quando invece lui ed i suoi compagni credevano che il Sud Africa fosse una città pluralistica, in cui però persone come Mandela, Subuque, e tutti gli attivisti africani del periodo erano rinchiusi a Robben Island solo per aver spronato la lotta dell’uomo nero e non per aver incitato all’odio razziale e alla violenza verso il governo sudafricano. Ciò che volevano era il confronto diretto non violento, smettendo di accettare gli stenti e la privazione.

Costruire il senso di una propria umanità senza per forza implicare parole di odio verso i bianchi”, questo dice Biko quando si trova sul banco degli imputati e questo è quello che ancora oggi, dopo centinaia di anni, gli africani, e coloro che sono di origine africana, non tutti ma parecchi, non hanno ancora compreso e non hanno ancora messo in atto.

In Italia con la situazione contemporanea di profughi e immigrati, ci sono molti giovani di ORIGINE africana, origine perché sono nati qui, sono cresciuti qui, hanno studiato qui in Italia, molti con la consapevolezza che un’istruzione anche Universitaria è importante per crescere singolarmente e personalmente e non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Ma nonostante ciò, c’è ancora chi non riesce a distinguere un nero italiano da un nero profugo immigrato e a vederne le differenze, ma, facendo di tutta un’erba un fascio, portano sconforto e “odio” da parte di chi fa tanti sforzi solo per dimostrare a The Man ( così ci si riferiva all’uomo bianco, all’autorità) che si è qualcuno, per portare, insomma, a far credere l’uomo bianco che anche noi siamo uguali a lui. Beh non è così, non è questo che si deve fare, è la comunità africana e afroamericana e gli italiani di origine africana o neri italiani che devono crescere tra loro dall’interno per poi prendersi quell’uguaglianza. A lavoro e dovunque.

Ho usato il termine neri italiani perché c’è un “movimento” che è nato proprio quest’anno e che si sta espandendo, di ragazzi che stanno crescendo e creando a livello artistico e non solo, anche letterario (vedi Antonio Dikele Distefano con il libro pubblicato da Mondadori, “Fuori Piove dentro pure, passo a prenderti”, 2015, e che nel 2016 pubblicherà P.OP.C.A; o anche Igiaba Scego di cui è stato appena pubblicato pochi giorni fa il suo ultimo romanzo Adua) e cinematografico (Fred Kuwornu regista nato e cresciuto in Italia, di origini ghanesi di 18 Ius Soli, Inside Buffalo e a breve Blaxploitalian), per far conoscere questa realtà, questi ragazzi che come tutti gli altri hanno delle potenzialità, grandi potenzialità, cercando anche di eliminare lo stereotipo del nero bello, che canta bene, che balla bene ed è bravo negli sport, solo negli  sport, quando invece abbiamo vinto Oscar, premi Nobel e anche in Italia siamo stati notati; nel 2013 Fred Kuwornu è stato alla Mostra di Venezia per presentare il suo documentario sul tema della cittadinanza, 18 Ius Soli.

Credo che se si vuole un cambiamento ci sia bisogno dell’istruzione, ci sia bisogno di imparare dalla storia per continuare il percorso dei nostri antecedenti, dei nosti avi, ricordando le loro fatiche e le loro lotte per un mondo migliore che ancora non c’è.

Concludo citando un altro grandissimo film The great debaters (2007), film biografico, diretto ed interpretato da Denzel Washington. Ambientato nel 1935, ma molto attuale, ricorda gli sforzi di quei professori come Tolson, che selezionò studenti del college, formando la prima squadra di debaters afroamericani, vincendo alla fine contro Harvard:  

Ma il mio avversario sostiene che non è ancora arrivato il giorno in cui bianchi e neri vadano nello stesso college, dividano la stessa università, entrino nella stessa classe. Beh mi potreste cortesemente dire quando arriverà quel giorno? Arriverà domani? Arriverà la prossima settimana? Tra un centinaio di anni? Mai? No! Il tempo per la giustizia, il tempo per la libertà e il tempo per l’uguaglianza è ogni giorno, ogni giorno è adesso.


Marie Angela Tuala Paku

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.