Inside Out: Quando La Pixar Diventò Adulta

Il Centro di Controllo della mente di Riley, una ragazzina di 11 anni, è localizzato nel Quartier Generale, dove cinque Emozioni sono al lavoro, guidate dalla simpatica ed ottimista Gioia la cui missione è garantire la felicità di Riley. Paura garantisce alla ragazza la sicurezza necessaria, Rabbia assicura il senso di equità e giustizia e Disgusto impedisce a Riley di avvelenarsi sia fisicamente che socialmente. Tristezza non sa bene quale sia il suo ruolo, ma del resto non è chiaro neanche agli altri. Quando Riley si trasferisce con la sua famiglia in una nuova città, le Emozioni dentro di lei si mettono subito al lavoro, desiderose di guidarla attraverso la difficile transizione. Tuttavia, quando Gioia e Tristezza finiscono inavvertitamente in un angolo remoto della sua mente, portando con sé alcuni dei suoi ricordi più intensi, Paura, Rabbia e Disgusto si trovano a dover prendere il controllo e Riley è costretta ad affrontare la vita di tutti i giorni senza l’aiuto di due delle sue Emozioni principali, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Se partiamo dal presupposto che afferma che “essere maturi” significa compiere delle scelte, correre dei rischi e soprattutto prendersi le responsabilità delle proprie azioni, allora possiamo dire senz’altro che Inside Out è il film della maturità della Pixar. Partiamo da questo presupposto, che sarà anche una sorta di punto fermo (l’unico?) che ci accompagnerà nell’analisi di quest’opera e vediamo dove arriviamo. Ogni opera d’arte, quindi anche ogni film, esiste e persiste in funzione di una volontà che lo anima: volontà di mandare un messaggio al suo pubblico, volontà di scuotere le coscienze, volontà di interagire con il contesto culturale in cui l’opera si inserisce, chissà, forse nel tentativo di cambiarlo in meglio. Anche i progetti della Pixar si muovono spinti da una volontà che, nel loro caso, si potrebbe riassumere come volontà pedagogica o, detto in termini leggermente più coinvolgenti, come la volontà di far entrare in contatto il pubblico primario a cui sono destinati i suoi prodotti (i bambini) con delle realtà scomode ma necessarie, con contesti, sentimenti che per quanto difficili da accettare sono comunque la base su cui fondare la crescita, la maturazione dei loro piccoli spettatori. La Pixar è stata per anni l’assistente fidata di tanti genitori che, posti dai loro figli di fronte alle classiche “domande scomode” tipiche dell’infanzia (“Perché si muore?”; “Cosa significa perdere qualcuno a cui si vuole bene?”; “Perché esiste l’odio?”) hanno spesso integrato la classica chiacchierata con i piccoli in cui si sforzano di dire tutto ciò che è giusto sapere senza però utilizzare termini troppo “adulti” con la visione di qualche pellicola della casa di produzione californiana, per integrare quei punti del ragionamento che non hanno potuto (o voluto?) affrontare. Va bene così, in fondo non c’è nulla di male né nell’utilizzare una pellicola per fissare un concetto importante in un subconscio in maturazione né in una casa di produzione che ha fondato il suo successo su queste missione ed è tuttavia proprio quando si mettono in rapporto queste due realtà con il significato profondo di Inside Out che la stessa struttura portante, la stessa ragion d’essere dei Pixar Animation Studios viene scossa come da un terremoto per arrivare ad essere se non distrutta, quantomeno modificata nei suoi aspetti essenziali, ma andiamo per gradi. Pochi se ne rendono conto ma il concept artistico alla base della filosofia di John Lasseter e soci è né più né meno che un’arma a doppio taglio. E’ bello, affascinante ed utile spiegare al pubblico il senso dell’invidia attraverso le vicende di un cowboy e di un astronauta giocattolo o il senso dell’umiltà raccontando la storia di una talentuosa auto da corsa ma è anche, e sia detto tra molte virgolette, “discutibile”. E’ discutibile perché la Pixar in fondo, fa solo un passo in più rispetto a quello che di solito compiono i genitori alle prese con quelle domande scomode di cui sopra, non compie tutto il cammino, non risolve realmente in positivo la questione. Certo, indubbiamente, delegando la trattazione del problema ai personaggi dei suoi film in fondo il messaggio viene ugualmente  trasmesso al pubblico e nella maggior parte dei casi viene recepito nel migliore dei modi ma è sempre mancato ai film Pixar, in questo senso, il contatto con l’orizzonte del reale, con la realtà dei fatti, con la vita umana che fa sì che la vicenda raccontata nel film sia davvero “universale” e non solo allegorica perché vissuta da personaggi lontani dall’orizzonte di provenienza degli spettatori. E’ come se, ogni volta, in ogni film, il Messaggio, l’obiettivo, entri in contatto con il pubblico attraverso un velo sottile. Qui la domanda sorge spontanea: la morale c’è, l’obiettivo pedagogico viene centrato, ma siamo sicuri che questo è il massimo a cui si possa aspirare? Siamo sicuri che non ci sia uno stadio ulteriore passando attraverso il quale quello stesso messaggio non riesca ad entrare davvero in contatto profondo con l’interiorità dello spettatore? E’ in questo contesto che si inserisce Inside Out, è in questo contesto che questa perla di Pete Docter arriva a far chiarezza. “I giornalisti che negli anni mi hanno intervistato, ma anche i miei amici, i miei colleghi e la mia famiglia, mi hanno sempre fatto notare che in fondo ho sempre lavorato a progetti che avevano al loro centro l’umanizzazione di animali o di oggetti normalmente inanimati. Di volta in volta ho dovuto lavorare tentando di rispondere a domande quali: “E se i giocattoli avessero dei sentimenti?” “E se gli insetti, le auto, i pesci, avessero dei sentimenti?” E’ ironico che, nello scrivere Inside Out io abbia dovuto utilizzare come guida una domanda folle che all’incirca suona come: “E se i sentimenti avessero dei sentimenti?”. E’ con questa frase che Pete Docter ha spiegato in conferenza stampa la genesi creativa del suo film, una frase semplice, che veicola un concetto semplice, di cui però pochi riescono a percepire l’ironia. E’ una risposta astuta quella di Docter, una risposta che spesso viene ripetuta, con le logiche differenze dovute alle circostanze del caso da John Lasseter, Brad Bird e dagli altri membri delle squadre creative Pixar quando si ritrovano a presentare i loro progetti, una risposta che, paradossalmente nasconde la verità in piena vista. Nessun film Pixar, lo abbiamo accennato prima, è sempre e solo un film sull’umanizzazione di ciò che non può essere normalmente umanizzato ma in questo caso possiamo spingerci a dire senza problemi che chiunque veda in Inside Out la risposta alla domanda di prima, quella che secondo Docter suonava all’incirca come: “E se le emozioni avessero delle emozioni?” devierebbe senza mezzi termini dal significato profondo del film e non ne apprezzerebbe fino in fondo le sfumature. Partiamo col dire che al centro di Inside Out c’è un concetto della mediologia definito come traslazione tematica. Sembra un’idea complessa ma in realtà ci troviamo di fronte ad un concetto ai limiti dell’elementare. Sinteticamente una traslazione tematica è uno spostamento da un focus tipico, tradizionale, quasi abituale di una determinata realtà ad un altro, diverso, spesso più complesso ed originale. Il senso di Inside Out è tutto qui, in Pete Docter e nella sua squadra che semplicemente in sede di scrittura decidono che probabilmente è il momento giusto per passare al livello successivo, probabilmente è arrivato il momento di smettere di parlare solo e soltanto di entità umanizzate (il focus tradizionale) e di espandere il discorso alla realtà concreta, all’orizzonte di significazione più pertinente al pubblico in sala (il nuovo focus). Ci metti un po’ a capirlo, sono necessari una certa dedizione alla pellicola e non poca concentrazione, perché, da spettatore, è come se ti dovessi resettare su un sistema di valori completamente nuovo, poi però, quando te ne accorgi, accade qualcosa di molto simile ad un’epifania. Inside Out non è un film (solo) su dei sentimenti personificati ma (anche e soprattutto) un film sull’Uomo e sulla sua interiotià.

Il film viene modellato dall’interazione di due realtà, quella concreta, organizzata attorno a Riley, alla sua famiglia ed ai suoi sforzi per integrarsi nella nuova realtà cittadina che la circonda e quella astratta, cartoonesca, maggiormente in “stile Pixar” organizzata attorno al viaggio di ritorno al Centro di Controllo di Gioia e Tristezza ed è tuttavia abbastanza ovvio che gli autori hanno adottato due diverse filosofie, modi di raccontare, registri stilistici, nell’approcciarsi a questi due contesti. E’ chiaro infatti che per la prima volta la Pixar ha semplicemente deciso di privilegiare l’orizzonte della concretezza rispetto a quello dell’immaginazione: le peripezie di Gioia e Tristezza possono essere appassionanti quanto volete, ma paradossalmente non riusciranno mai a raggiungere il coinvolgimento che si crea tra uno spettatore e Riley che, impacciata, racconta i motivi che l’hanno portata a trasferirsi dalla provina americana a San Francisco e che alla fine scoppia in un pianto dirotto; l’arco evolutivo di Gioia e delle altre emozioni è certamente interessante ma sa comunque di già visto rispetto al messaggio che verrà incamerato a fine film da Riley stessa (su cui torneremo) e che sancirà il suo ingresso definitivo nel mondo degli adulti; proprio in rapporto a questo, è chiaro che proprio la morale di Inside Out è una sorta di insegnamento composito: sia Gioia che Riley giungeranno ad una nuova maturazione attraverso due diverse morali  che però dischiuderanno il senso profondo del film solo se sintetizzate ad arte dallo spettatore. Ma in effetti, qual è il nucleo di quel messaggio che Inside Out sembra sforzarsi così tanto per trasmettere a noi che siamo in sala? Verrebbe da pensare che, dato il terreno comunque difficile e nuovo in cui la Pixar ha deciso di avventurarsi (fatto di uomini e donne più che di animali, insetti, mostri negli armadi) gli autori abbiano deciso di volare basso, indirizzando tutto l’impegno creativo alla trasmissione di un insegnamento semplice, immediato, per certi versi confortante e tuttavia, procedendo per questa strada non ci potremmo allontanare di più dalla verità. Inside Out infatti decide, con una mossa che qualsiasi analista di mercato non esiterebbe a definire suicida, di far entrare in contatto i suoi piccoli spettatori uno degli insegnamenti più concreti, crudeli ma al contempo formativi che possano esistere: il dolore esiste e se vuoi essere felice devi prima passare attraverso la sofferenza e provare con tutto te stesso a sopravvivere. Lo capisce Gioia, quando rivedendo i vecchi ricordi della sua protetta intuisce di essere entrata in gioco sempre dopo che Tristezza aveva agito sulla console di controllo per sostenere Riley nelle sue delusioni; lo capisce Riley stessa, quando in uno splendido doppio finale prima fa intendere ai genitori di voler tornare a casa e poi dopo un abbraccio, nell’inquadratura successiva la si vede pattinare nel palazzetto del ghiaccio di San Francisco, segno che le è bastato percepire l’appoggio di chi le vuole bene per cambiare idea, per compiere un nuovo passo verso la maturazione; lo capisce anche lo spettatore, specialmente i più piccoli che, immedesimandosi con la protagonista e rivivendo con lei, né più né meno, situazioni che in fondo loro, come tutti noi, hanno già vissuto, (dall’incontro/scontro con i compagni di scuola antipatici, alla difficoltà nell’integrarsi, alle delusioni sportive) recepiscono il messaggio alla base del film con un’efficacia straordinaria, alimentata dall’empatia che si crea tra loro in sala ed i personaggi sullo schermo. Proprio in rapporto al modo in cui la storia viene raccontata, c’è da dire che la Pixar non sembra voler risparmiare nulla al suo pubblico in termini di carico emotivo. Più il film va avanti più gli spettatori si ritrovano di fronte a scene e sequenze che raramente hanno già visto in pellicole coeve. Ad alcune scene abbiamo già accennato, di altre preferiamo non anticipare nulla per non rovinare la sorpresa a chiunque andrà a vedere il film in questi giorni ma certamente il comun denominatore di questa scelta legata allo storytelling è che il pubblico viene costantemente inserito in un contesto in cui lo stress emotivo la fa da padrone. Si soffre, guardando Inside Out, si soffre proprio in virtù di quell’empatia che in un modo o nell’altro “segna” la tua esperienza di spettatore e tuttavia, è necessario dire che questa sofferenza non è mai fine a sé stessa. In uno straordinario cortocircuito tematico, anche noi, come Riley e Gioia, maturiamo a seguito della sofferenza empatica provata nel corso della visione del film e, maturando, diventiamo probabilmente più consapevoli di noi stessi, della nostra vita, delle nostre emozioni. Se fossimo persone legate alle definizioni schematiche, potremmo dire che Inside Out è una nuova incarnazione di quel Bildungsroman che nasce con il Wilhelm Meister di Goethe ed arriva fino ad How I Met Your Mother di Carter Bays e Craig Thomas, narrazioni di carattere universale che mostrano in scena il cammino verso la completa maturazione dei protagonisti, dato che però ci piace pensare di essere persone che amano il pensiero laterale e le definizioni che provano ad arrivare più a fondo della superficie delle cose, possiamo dire senza problemi che Pete Docter, la sua squadra, la Pixar sono riusciti nella difficilissima impresa di portare su schermo LA VITA, pura e semplice, con tutto ciò che essa comporta, anzi, completando il pensiero accennato poco fa, ci spingiamo fino a dire che Inside Out celebra la vita in tutte le sue forme, anche allo stadio puramente recettivo del processo con lo spettatore che, per arrivare al significato ultimo della pellicola deve soffrire, piangere, commuoversi, evolvere come i personaggi della pellicola (lo abbiamo detto) ma come già fa nella vita di tutti i giorni, dando giustizia a quel detto che afferma che “ogni film celebra la vita e ne rappresenta un nuovo stadio di coscienza”. Docter ed i suoi ci sono riusciti, insieme a Gioia, a Riley, allo spettatore, sono maturati, sono diventati artisti adulti, ora viene solo da chiedersi dove li porterà questo traguardo.

 

 

Alessio Baronci

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