PIONIERI DELLA LIBERTÀ

 

Il giugno 2015 verrà ricordato per la storica decisione presa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti di approvare in tutti gli stati della Federazione le nozze tra persone dello stesso sesso. L’episodio di questo mese non poteva che essere dedicato a “Milk”, biopic di Gus Van Sant incentrato sulla vita di uno dei pionieri della lotta per il riconoscimento dei diritti LGBT.

“Milk” inizia dalla fine. Gus Van Sant scioglie sin dai primi fotogrammi la più comune e cinematografica tentazione alla suspense, annulla l’effetto sorpresa e, affidandosi a stralci di telegiornale dell’epoca Carter, spiazza di colpo lo spettatore predicendo la tragedia del suo protagonista, prima ancora che egli possa conoscerlo. Il gioco del regista statunitense non è però casuale o privo di senso. Ha, anzi, tutta la ferma e decisa volontà di una dichiarazione di poetica. Gus Van Sant stronca l’insistente e divorante “attesa del finale” al primo taglio di montaggio e trasla così su un piano secondario l’importanza di una trama consequenziale e trascinante, lasciando spazio aperto all’impareggiabile figura dell’Harvey Milk di Sean Penn. Evidenziare attraverso la celluloide l’assoluta eccezionalità di un individuo comune e incarnare attraverso di lui l’incrollabile assunto per cui ogni uomo può esser causa di cambiamento: ecco il principio filmico fissato dall’autore di “Drugstore cowboy”. In questo senso “Milk” si caratterizza come uno dei più compiuti film biografici dei nostri tempi, fermamente incatenato al suo protagonista e capace, più di molti altri biopic, di scavare fino in fondo alla sua quotidianità, dimostrando senza mezzi termini come dietro ad ogni natura straordinaria si celi in realtà il semplice, tormentato e comunissimo vicino della porta accanto. E proprio l’ascesa di Harvey Milk –che parte su una scatola del sapone e giunge ad essere testimonial politico su un palco di fronte alla folla gremita e festante di San Francisco, la prevalenza gerarchica della sua personalissima storia sui modi del racconto e la grande ricorrenza dei dialoghi testimoniano la volontà di Van Sant di diventare “invisibile”. Con “Milk” il regista statunitense abbandona, infatti, il tono lirico, contemplativo e decisamente autoriale dei suoi quattro film precedenti (dalla trilogia della morte a “Paranoid Park”). Ovviamente la sua maestria riesce comunque a emergere nella perfetta commistione tra immagini diegetiche e materiali di repertorio, come in alcune geniali trovate registiche: si pensi all’uso dello split-screen nella documentazione della strategia politica del passaparola, ai frequenti tagli ravvicinatissimi della macchina da presa, quasi tesi a invadere la più personale quotidianità dei protagonisti o alle stranianti inquadrature di superfici riflettenti –dagli specchi ai fischietti- per la resa di alcuni momenti topici. Eppure, anche tutto questo risponde alla logica di enfatizzazione della storia vera di un eroe contemporaneo. Vale a dire Harvey Milk: quarantenne appassionato di fotografia, attivista omosessuale (auto)ironico e cinico quanto basta per emergere in quella vasca di squali che è il mondo della politica statunitense; ma prima di tutto, icona , simbolo, rappresentante, incarnazione assoluta e potente di chi di potere non ne ha. Sean Penn, in quella che forse è la sua interpretazione migliore, riscopre con talento indiscusso la femminilità insita in ogni essere umano e plasma il suo Milk come un personaggio-massa, uomo-popolo, eroe capace di sacrificare la propria individualità –e l’amore, che di quell’individualità costituisce il segno più evidente- per un fine che è eterno, vasto e universale: il riconoscimento degli inalienabili diritti umani a una minoranza per secoli oppressa dall’oscurità. “Io non sono il candidato, io sono parte di un movimento, il movimento è il candidato”. E di fatto, il film si chiude su una scena corale: un lungo corteo di fiaccole, segno indelebile di una continuità, di un’incarnazione definitivamente avvenuta tra il protagonista e quel movimento. Tra l’eroe e il popolo da lui rappresentato. Tra l’ideale e la coscienza collettiva.
Eppure, al di là dell’evidente battaglia contro il razzismo omofobico che il film si propone primariamente di raccontare, è lo stesso tema della lotta a diventare pregnante e ad assorbire completamente la logica narrativa dalla pellicola (come quella puramente tecnica, basata sullo scontro palese tra immagini diegetiche e stralci di repertorio storico). Gus Van Sant mette in scena , prima di ogni altra cosa, l’umana e razionale necessità di resistere, combattere e non lasciarsi sopraffare da ogni autorità costituita, conservatrice, oscurantista e ipocrita. I due colpi più forti sono così indirizzati alle forze dell’ordine e alla Chiesa; organismi mossi da propositi di redenzione sociale ma, secondo il regista, inquinati a causa delle storture umane da un oscura brama di potere, vizio e razzismo. Tutto il senso di questa lotta eterna è riassunto magistralmente in una battuta del rappresentante del Partito Cattolico tradizionalista Anita Briant, e successivamente ripetuta più volte nel film, fino a trasformarsi in un leitmotiv ricorrente, motore di un discorso di critica sociale che costituisce, spesso e volentieri, la cifra dominante del cinema di Van Sant: “Questa sera le leggi di Dio sono state difese”, dichiara la donna, in relazione all’abrogazione della legge che tutelava i diritti civili degli omosessuali. Proprio in quell’affermazione, il regista cerca di evidenziare tutto lo scarto esistente tra il naturale e primigenio principio del primo Cristianesimo di fare del bene, sacrificando sé stessi per il prossimo (la via di Milk) e la deplorevole e prostituita “legge di Dio” (che ovviamente sta ad indicare la legge ecclesiastica, carica di inutili sovrastrutture e ipocrisie), disgraziato tentativo di riplasmare quel principio puro per imporre potere, controllare le coscienze e diffondere razzismo. Così, sebbene conservi un deismo di fondo, la fede mistica in uno sconosciuto principio ultraterreno, Gus Van Sant non s’intimorisce nel realizzare una velata ma feroce critica dell’autorità ecclesiastica che, esattamente nella propria pretesa di affermarsi come Dio in terra, finisce per confermare implicitamente la sua vera natura umana –e quindi viziata- di strumento di controllo.
E a ben guardare, tutta questa struttura tematica bipartita tra la necessità di un riconoscimento d’esistenza (“La politica è teatro, non è tanto una questione di vincere, tu ti presenti e dici –Sono qui-“) e l’obbligo morale alla lotta contro le forze che impediscono quel riconoscimento (“Dio non ci odia affatto!”), è assorbita perfettamente nell’indole del protagonista, eroe dei nostri tempi, simbolo di speranza e riscatto, di sacrificio e combattimento e comunque circondato da un’assortita galleria di personaggi indimenticabili (il Clive di Emile Hirsch e lo Scott di James Franco su tutti).

 

Stefano Oddi

© Riproduzione Riservata

Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.