Ogni colpo meno uno

Ovviamente tutti conoscono il gioco della roulette russa. Ma qualcuno riesce  a ricordare la prima volta in cui ne ha sentito parlare?

Forse vi sara’ capitato guardando un film, o sentendo un racconto al bar.

Io avevo circa sette anni, mio padre rivedeva uno dei suoi film preveriti in tv, mi avvicinai a lui e iniziai a guardare anche io. Si trattava del celebérrimo “Il cacciatore”  film del 1978 diretto da Michael Cimino. Come dimenticare? Un film che imprime un’immaginario per noi diventato parte di una cultura, della storia, di un movimiento. Ma un ricordo cosi vivido e dolente come una ferita ancora aperta mi ha portato anche un’altra riflessione: probabilmente la prima esperienza conoscitiva della morte noi la viviamo attraverso il cinema. Con tutti le dovute eccezioni il primo mini trauma, la scomparsa di un personaggio amato, per fortuna la viviamo priettando sentimenti ed emozioni su una realta’ altra, quella dello schermo e del racconto.

Cosi’ apprendiamo il significato e il riflesso della morte, iniziamo ad abituarci e a frequentare asiduamente tale pensiero. Eppure, il mondo cinematográfico, che da un lato ci pastorizza e ci serve dosi edulcorate e mediate della realta’, per cui e’ necessaria una sorta di semplificazione in termini degli eventi reali, dall’altra li complica, li distorce, il accresce e spesso li deforma con crudelta’ e un senso perverso.

Ritorniamo quindi a quel film visto per la prima volta a sette anni. Il cacciatore, lo smarrimento morale e’ cocente, in particolare quando vediamo le torture inflitte dai Viet cong ai soldati nemici. Per la prima volta ho compreso le regole e il senso del gioco della roulette russa.

Efficace, diretto, ma anche complesso, sottile. Un film che racconta l’essenziale, ma che da l’illussione di essere nella vita e poi nella morte dei personaggi, mettendo questi due aspetti in un’equilibio teso e pregno di significato.

Della roulette russa in realta’ non c’e’ traccia nella cultura soviética, infatti e’ menzionata per la prima volta nel 1937 in un racconto omonimo scritto dallo scrittore americano George Surdez. Nel suo libro un soldato tedesco menziona una conversazione che aveva avuto con un sergente russo nel 1917 riferendosi a pratiche comuni nella Legione straniera francese per vincere la noia in Nord Africa.

Quando, intorno a noi, tutto andava in frantumi“, raccontava il sergente, “gli ufficiali russi si sentivano come se stessero perdendo non solo il prestigio, il denaro, la famiglia e il Paese, ma anche l’onore nei confronti degli alleati. Alcuni di essi, indipendentemente da dove si trovassero, seduti al tavolo di una caffetteria con amici, estraevano di colpo la rivoltella, rimuovevano un proiettile dall’arma, facevano girare rapidamente il tamburo e, dopo aver puntato la pistola alla testa, premevano il grilletto. La probabilità che l’arma facesse fuoco spappolando il cervello dell’uficiale era di cinque su sei. A volte succedeva, altre no.”

Come dice il proverbio: dove c’è fumo c’è fuoco. Sebbene la roulette russa non sia mai stata una pratica comune tra i russi, sembrerebbe esserci qualcosa nel loro carattere che ha fatto sì che la paternità di questo gioco infernale venisse attribuita a questa nazionalità, e non, ad esempio, a quella francese, italiana o americana.

Non a caso i protagonista de “Il cacciatore” sono americani di origine russa, Mike (Michael Vronsky), Nick (Nikanor Chevatorevich), Steven, Stanley e Axel, tale assunto ha pero’ piu’ un senso mistico, di corrispondenze, di destino, piuttosto che ricercare una spiegazione o di dare una direzione antropológica alle azioni di personaggi. A ben vedere i rimandi e le corrispondenze del destino e degli spiriti in questo film hanno quasi un ruolo príncipe. A partire dall’analogia tra la caccia e la guerra, che gioca con i concetti di bestialita’ e umanita’, si aggiunge il particolarissimo atteggiamento di Mike, il quale uccide un cervo con “un solo proiettile” cosi’ che la caccia sia in qualche modo piu’ sportiva, ovvero lascia che sia il fato in parte a decidere le sorti dell’animale braccato. Azione riprosta nel punto di svolta della trama, che segna un’identificazione tra la preda e cacciatore attraverso lo sguardo e quindi una presa di coscienza intima.

 

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A cavallo tra la crudelta’ e la salvezza, il gioco del singolo colpo si ripropone in una versione piu’ paranoica ed estrema quando la prospettiva e’ quella della vittima, questa esperienza traumatica e’ resa grave dalla restituzione dello sguardo tra i partecipanti della roulette, alla fine si crea una totale confusione mentale che coinvolge tutti nell’evento della morte indotta dalla propia stessa azione. La restituzione dello sguardo tra i giocatori della roulette e’ un tratto distintivo, e’ forse l’essenza del gioco d’azzardo, guardare i tuoi avversari creando una comunicazione non verbale e addirittura riuscire ad ingannare e dissimulare. Operazione esaltata dal mezzo cinematográfico.

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Forse una delle differenze piu’ interessanti tra “Il cacciatore” e il film del regista georgiano Gela Babluani, “13 Tzameti”, un vero e proprio gioiellino. Un film ricercato e único, il cui tema centrale e’ appunto un misterioso circolo di giocatori, e la promessa di enorme Somme di denaro in cambio di… in cambio di…lo scoprira’ a sue spese il 22enne Sebastian, un immigrato Georgiano che lavora come manovalante in Francia. Film di grande impatto, il regista dimostra una competenza e comprensione del mezzo cinematográfico di estrema raffinatezza. Il film e’ formalmente impeccabile e si puo’ dividere in due grandi blocchi: ricerca e scoperta. L’uso del bianco e nero giustifica un senso di freddezza e distacco dall’azione, richiama scenari onirici e il sentimento di paralisi indotto dalla paura. La storia e’ affascinante, trasuda mistero e interesse, soprattutto nella prima parte ci rende bramosi di sapere quale occasione Sebastian e’ riuscito ad ottenere rubando la lettera del suo datore di lavoro dopo essersi tolto la vita. Una suspence sostenuta non dalla velocita’ e dall’adrenalina. Bensi dalla lentezza, da un montaggio molto sostenuto e con una durata piuttosta lunga dell’inquadratura, tutto porta allo sfinimento spicologico dei personaggi e dello spettatore di fronte l’ignoto. Il volto del protagonista incarna tutta l’innocenza e la freschezza della gioventu’, durante il film diventa la tela di setimenti straordinari, lo scenario del terrore.

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Eppure non c’e’ follia, non c’e’ smarrimento, c’e’ un’umana rassegnazione e razionalita’ che percepiamo attraverso il controllo della vicenda da parte del personaggio. Come accennato, il regista, dopo aver magistralmente creato uno scenario mistorioso, invitante e silente come la tana del predatore, ci introduce nel vivo del gioco. Si trata di una roulette russa, un grupo di 13 uomini disposti in cerchio puntano la pistola alla nuca della persona alla loro testa. E’ un sistema di giorni della morte, si parte in tredici con un solo proiettile nel tamburo, il finale diventa un duello occhi negli occhi tra gli ultimi due partecipanti.

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Il gioco e’ estenuante, crudele, ma incredibilmente seducente. I partecipanti si dispongono in circolo ricreando una sotra di Stallo alla messicana (mexican standoff o mexican standout) strutturato, non si guardano, e quando Sebastian matido di terrore cerca di fissare l’uomo alla sua sinistra questo gli intima di girarsi,

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l’attesa e’ segnata dall’accendersi della lampadina posizionata al centro dei partecipanti. Da notare e’ la costruzione geométrica dell’inquadratura, la creazione delle vettoriali attraverso il braccio teso che impugna la pistola, la spaccatura morale ricreata dalla luce e dall’utilizzo del bianco e nero, tutto concorre alla creazione precisa e puntuale dell’immaginazione registica della vicenda.

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Un segnale visivo e il suono sordo delle pistole, corpi che cascano a terra, chi resta si riversa nella morfina per calmare i nervi, la prossima volta non sara’ cosi’ semplice sopravvivere, perche’ le pallottole nel tamburo aumentano e i partecipanti diminuiscono. Come e’ facile immaginare il protagonista andra’ avanti fino alla fine, costretto e coinvolto nel gioco, innesca cosi’ una guerra psicológica con il suo ultimo e único avversario, finalmente lo sguardo e tutto. Lo scenario si incupisce infittendo il dramma psicológico e la perversione dell’animo umano. Il finale chiude il film lasciando l’amaro in bocca e un único, inrisolvibile quesito. Un film magistrale, pulito e di una perfezione formale notevole per l’esordiente Babluani (sia regista che attore), provate a riflettere su questo rapporto, Sebastian e’ infatti il fratello del regista, ha molto a che vedere con la costruzione del rapporto del duellante avversario con suo fratello.

Rotten Tomatoes ha descritto il consenso della critica come “this starkly minimalist nail-biter of a thriller relentlessly builds up the tension and keeps the audience guessing.”

Oltre ai due film citati in relazione al gioco della roulette russa e’ impossibile non ricordare anche “Il valzer del pesce freccia” (Arizona Dream) di Emir Kusturica. Negli Stati Uniti, inoltre, abbondano i B-movie in cui i personaggi rimuovono alcuni proiettili dalla rivoltella, ruotano rapidamente il tamburo e premono il grilletto puntandosi l’arma alla tempia. Infine, le due scene più brillanti di roulette russa compaiono proprio nella cinematografia russa: in “DMB”, una commedia sull’esercito, e in “Zhmurki”, una commedia nera che racconta le avventure di un gruppo di carismatici banditi.

Matilde Trifari

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