Dear White People

DEAR WHITE PEOPLE (2014) è un film che può essere letto in vari modi a seconda di chi lo vede ovviamente. E’ la storia di Sam White, una ragazza di “razza mista” che frequenta la Winchester University una scuola prestigiosa e frequentata prevalentemente da ragazzi/e bianchi/e. Ha un proprio show radiofonico che si intitola per l’appunto Dear White People, Sam provoca i bianchi (ma non solo) della scuola, dal preside all’alunno ultimo arrivato, criticando il loro finto modo di essere amici dei bianchi risultando cosi ancora più “razzisti”. Non ci sono personaggi secondari, stanno quasi tutti sullo stesso livello: Troy Fairbanks, figlio del preside, ex-ragazzo di Sam, perde le elezioni contro di lei; Coco, ultima arrivata, che vuole prendere il posto di Sam o almeno raggiungere la notorietà all’interno del campus attraverso uno show on line su youtube, ma ciò non le viene permesso perché il produttore radiofonico vuole avere come protagonista una ragazza light-skinned, dalla pelle più chiara della sua.

Cosa vi riporta alla mente ciò? Ovviamente School Daze, film di Spike Lee del 1988, anche questo ambientato all’interno di una scuola, il Mission college, un campus universitario per afroamericani situato nel sud degli Stati Uniti. Anche se sotto forma di musical e un po più radicale (quanto ci manca il vecchio Spike), i due film sono molto simili, hanno entrambi un messaggio diretto all’interno e all’esterno del film, un messaggio diretto alla situazione contemporanea, di cui quella di Dear White People diretta alla società americana in toto, non solo afroamericana, post-Obama.

Quindi anche in questo film c’è il conflitto non solo bianco/nero, ma lighted skin vs black skin e accresciuto, fomentato dal programma radiofonico di Sam: “Dear white people, the minimum number of black friends needed to not seem racist has just been raised to two. Sorry, but your weed dealer, Tyrone, doesn’t count.”

Un altro omaggio a Spike è nelle scene finali del film, durante il party, con forte richiamo a Do the right thing, la storia degli afroamericani, attraverso la storia del cinema.

Come detto in apertura questo film può essere letto in vari modi cosi come anche le reazioni sono differenti l’una dall’altra, a seconda del “gusto soggettivo”. Infatti non poche critiche sono state rivolte al film, film che ha raggiunto un alto grado di notorietà, attraverso la campagna su Indiegogo, ha vinto il Sundance Film Festival nella categoria U.S. Dramatic Special Jury Award for Breakthrough Talent per Justin Simien, regista al suo primo lungometraggio, e il 2015 Spirit Awards come Best First Screenplay.

Nonostante ciò Justin Simien ha dovuto “giustificarsi” dare spiegazioni sulla sua posizione riguardo un film per niente controverso: “My film isn’t about ‘white racism’ or racism at all. My film is about identity. It’s about the difference between how the mass culture responds to a person because of their race and who that person understands themselves to truly be. All explored through the microcosm of a success-oriented Ivy League college.” Simien ha voluto sottolineare l’importanza dell’identità, la differenza tra come la società e la cultura invadono il giudizio personale e di come ciò poi si riversi sul singolo individuo, sul proprio modo di essere. Ma non solo perché a livello di recezione positiva e giusta la generazione degli anni 90 non può capire a pieno questo film almeno che non abbia un trascorso e un bagaglio culturale ampio, cosi come si può leggere in un articolo del Huffington Post in cui un ragazzo in chiusura all’articolo scrive: “As my girlfriend and I were leaving the screening of Dear White People, an older black woman who was reviewing the film stopped us to ask what we thought of it. Because what struck her most about Dear White People is how most of the issues that were brought up in the film are the same ones she faced as she fought for black people’s civil rights over 50 years ago. And that’s a message that Republicans and the so-called post-racial generation need to get through their heads. Just because you don’t see racism or don’t want to see it doesn’t mean it’s not there. As Bergen Evans said, and quoted in the movie Magnolia, “We may be through with the past, but the past is not through with us.” Or perhaps more appropriately regarding racism in America, we can look to William Faulkner who said, “The past is never dead. It’s not even past.” e come dice Samuel L Jackson in Do the right thing, THAT’S THE TRUTH, RUTH.

Marie Angela Tuala Paku

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.