Vulcano (Ixcanul)

Maria è una ragazza maya di 17 anni che vive e lavora con i suoi genitori in una piantagione di caffè alle pendici di un vulcano attivo, in Guatemala. Nonostante sogni di andare nella “grande città”, la sua condizione non le permette di cambiare il proprio destino: a breve la aspetta un matrimonio combinato con Ignacio, il supervisore della piantagione.

L’unica via d’uscita si chiama Pepe, un giovane raccoglitore di caffè che vorrebbe andare negli Stati Uniti: Maria lo seduce per poter fuggire insieme a lui, ma dopo promesse e incontri clandestini, Pepe se ne va e la abbandona incinta. Più tardi, il morso di un serpente la costringerà a raggiungere quel “mondo moderno” che ha sognato così tanto, e che le salverà la vita. Ma a che prezzo?

A volte fa bene partire da lontano. L’11 Marzo 1931 un’auto si schianta mentre corre a tutta velocità tra le colline di Hollywood.  Ci sono due persone a bordo, entrambe muoiono sul colpo. Alla guida c’è un certo Garcia Stevenson, valletto, tuttofare e, si vocifera, amante di alcuni dei più importanti esponenti dello showbuisness hollywoodiano; Stevenson non ci interessa in questa storia, lasciamolo lì, spostiamo la nostra attenzione sul passeggero e cominciamo. Sul secondo sedile è seduto Friederich Murnau. Murnau è un tipo interessante: il grande pubblico si ricorda di lui per Nosferatu cioè per il momento in cui il nostro uomo gioca con le paure del suo pubblico ponendo per la prima volta gli spettatori a contatto con la figura del vampiro, e tuttavia l’apice della sua poetica Murnau lo raggiunge quattro anni dopo quando, come a voler continuare un discorso interrotto tempo prima, fa uscire in sala un progetto che punta a far confrontare la classe medio-borghese rampante degli anni ’20 del novecento con un altro demone, ben diverso e tuttavia forse ben più pericoloso per la sua integrità se confrontato con il principe della notte, il progresso. Per parlare di Vulcano partiamo da qui. E’ il 1926, e nei cinema esce l’ultima fatica del nostro uomo: Aurora. Aurora è un film meraviglioso pur nel suo essere così lucidamente manicheo. La storia è semplice: una coppia che vive in campagna si ritrova dopo una serie di vicissitudini a passare del tempo nella grande città. I due vengono sedotti dalle luci, dai colori, dalla ricchezza, dagli agi della metropoli, fino ad arrivare ad un punto di rottura, fin quasi a perdere loro stessi. Murnau si guarda bene dall’evitare l’happy ending, la storia finisce bene, l’uomo e la donna tornano in campagna e implicitamente giurano a loro stessi che non metteranno più piede nella città. Perfetto, equilibrio ristabilito, tutto è bene quel che finisce bene e tuttavia, uno spettatore più attento degli altri non può fare a meno di notare che in fondo Murnau una sua personale lettura dei fatti che ha appena raccontato, per quanto questa possa essere difficile da accettare, non si fa problemi ad esprimerla. Per il regista Aurora si struttura attorno ad una sola, singola idea: tutti noi, nessuno escluso, siamo in grado di liberare il nostro lato oscuro se sottoposti ai giusti input (e soprattutto al principale, al più grave tra questi, il capitalismo). Questo lungo preambolo serve semplicemente a dire che con buona probabilità Jayro Bustamante poco prima di iniziare anche solo a pensare a Vulcano ha avuto modo di vedere Aurora o perlomeno si è ricordato dei suoi snodi tematici principali. Bastano tuttavia pochi minuti a contatto con il film per capire che la pellicola di Murnau, se mai è stata d’ispirazione per il progetto di Bustamante, lo è stata nella misura in cui può esserlo un qualsiasi input da cui partire per scardinare quelle stesse strutture base attorno a cui quello stesso impulso creativo si organizza. Vulcano parte dagli stessi presupposti di Aurora: anche qui siamo spettatori di una storia che ha al centro il disagio di una giovane donna, che sente di non appartenere alla realtà in cui è nata (tradizionale, tribale, per certi versi arretrata) e che desidera cambiare la sua condizione valicando la frontiera, passando per il Messico, arrivando negli U.S.A. Attorno a lei si muovono personaggi diversi, entità che in un modo o nell’altro entrano anch’esse in contatto con l’idea della grande città, con l’idea del progresso ed è proprio riflettendo sul modo in cui essi metabolizzano questi stimoli e li riflettono di volta in volta sulla protagonista Maria che si riesce a capire la forza ed il coraggio che stanno alla base del film di Bustamante. Possiamo raggruppare i personaggi che si muovono nello spazio creato dalla pellicola in due gruppi, a seconda del modo in cui essi, in un modo o nell’altro, si rapportano all’idea di progresso rappresentata dagli Stati Uniti: da un lato ci sono i genitori di Maria, due degli ultimi esponenti della comunità Maya che semplicemente appaiono indifferenti all’idea di trasferirsi, e che così facendo sono forse i primi e più forti detrattori dell’idea di progresso. Ma dopotutto, in fondo come biasimarli? Davanti a noi ci sono due persone custodi di valori tribali, di conoscenze ancestrali, di una cultura antica che sarebbe condannata a morte se anche solo si ipotizzasse l’idea di “cambiare stato”. I genitori di Maria sono, senza ombra di dubbio, il Guatemala in cui sono nati e cresciuti, spostarsi significherebbe per loro non solo morire ma anche distruggere quella terra che li ha allevati. All’altro lato della barricata ci sono quelli che, per certi versi “hanno valicato il confine”, personaggi come Pepe, il fidanzato di Maria, o come alcuni dei lavoratori che operano insieme a lui nella piantagione di caffè. Gli appartenenti a questo gruppo si caratterizzano per la malizia che guida le loro azioni, una malizia, una furbizia oscura che deriva dall’essere entrati in contatto con una realtà, quella della grande città, che in un modo o nell’altro è lontana dalla loro natura. Ci troviamo di fronte a personaggi che con l’andare avanti della storia perderanno la loro stessa identità, si piegheranno al vizio (Pepe ad esempio assumerà con il tempo i tratti tipici dell’alcolizzato), in una parola, verranno corrotti dall’interno da quello stesso cambiamento che tanto bramano. Se l’analisi di Vulcano si fermasse qui, ci troveremmo di fronte ad un progetto comunque degno di attenzione perché dimostrazione concreta di come la famosa dicotomia tematica progresso/tradizione può essere trasportata e applicata anche ad un ambiente impervio, selvaggio, come la foresta guatemalteca e tuttavia, se si ha la pazienza di scendere ancora più in profondità nei meandri del progetto di Bustamante ci troveremo di fronte ad una realtà dei fatti ben diversa. Lo abbiamo detto poco fa, Aurora, quella sorta di prequel tematico di Vulcano risolveva tutto in una schema che legava la tradizione al bene, alla positiva e l’eccessivo progresso al male, al vizio alla corruzione. Una soluzione facile, facile come i tempi in cui Aurora è stato sviluppato, una soluzione che tutto sommato poteva essere applicata anche a Vulcano, anche solo per semplificare un contesto che già risulta complesso da metabolizzare per lo spettatore medio italiano. E’ proprio in questo caso però, quando si arriva alla “resa dei conti tematica” finale che l’idea, il disegno completo che il regista ha voluto creare con il suo film emerge in tutta la sua chiarezza. Per Bustamante, a differenza di Murnau, ma addirittura anche a differenza di Orazio che sviluppò l’idea secoli fa in uno dei suoi componimenti, l’idea del buon selvaggio alla Rousseau non esiste, il centro del film, in fondo, ruota tutto attorno a questa premessa. I genitori di Maria, gli ultimi Maya legati alla terra e alla tradizione, sono nel torto nello stesso modo in cui sono nel torto coloro che vogliono ostinatamente abbandonare la propria terra di origine alla ricerca di un cambiamento che non si sa come possa avvenire, l’unica differenza tra i due gruppi di persone è che coloro che in un modo o nell’altro “hanno superato il confine” sanno, in cuor loro che così facendo stanno agendo in maniera scorretta nei confronti di quel Guatemala che li ha accolti, mentre al contrario, con buona probabilità, coloro che rimangono non sono coscienti della loro condizione di errore. Si ma in buona sostanza qual è lo sbaglio di cui i genitori di Maria e gli altri guatemaltechi come loro sono colpevoli? Semplicemente, secondo il regista, essi sono individui troppo chiusi nella loro cultura ancestrale, troppo legati ai loro valori tribali ed incapaci di unire questi caratteri certamente positivi, ad altri, provenienti da quel mondo civilizzato, urbanizzato a cui tendono i più giovani. Il sistema di riferimento tradizionale attorno a cui si è strutturata finora la vita degli esponenti della tribù di Maria è un sistema destinato a fallire, esattamente come il complesso di valori che muove i migranti che vogliono scappare negli U.S.A., e per capire tutto ciò basta fare attenzione ad alcuni dettagli che caratterizzano la pellicola. La madre di Maria, ad esempio prova a scacciare i serpenti che infestano la piantagione pregando le divinità attraverso un rituale tradizionale, ma fallisce; in un’altra occasione sua figlia, dopo aver parlato con lei, si persuade di essere dotata dei poteri magici che tradizionalmente vengono donati alle partorienti e prova, grazie ad essi, ad uccidere i rettili, venendo però morsa proprio mentre si sta per avvicinare alla tana dei serpenti; all’apice della disperazione, quando il veleno dell’animale sta per fare effetto su Maria, come se avesse preso coscienza per la prima volta della sua condizione di errore, la madre esplode contro il guaritore, impegnato in un rituale, arrivando a dire che “è inutile, tanto gli Dei non verranno a salvarla”. La storia di Vulcano è la storia quindi di due sistemi in profondissima crisi, due sistemi di cui, tra l’altro, il doppio finale sancisce la distruzione più completa: da un lato infatti, l’ideologia cittadina si rivela in tutta la sua brutalità quando la bambina di Maria viene fatta nascere in Messico e subito dopo viene data in affidamento ad una famiglia americana, facendo credere alla ragazza che la neonata sia morta a causa del veleno del serpente; dall’altro invece, l’ideologia tribale, che dovrebbe uscire pulita dal confronto, si mostra in tutta la sua crudeltà attraverso le ultime due immagini del film, che mostrano come i genitori di Maria abbiano alla fine deciso di acconsentire a quel matrimonio combinato con il proprietario della piantagione che la ragazza ha cercato di evitare con tutta sé stessa.

Alla luce dei fatti, Vulcano sembra essere un film oscuro, pessimista, senza via d’uscita, e a questo punto la domanda che ci si potrebbe fare è: il regista, oltre ad individuare un problema, fornisce allo spettatore anche uno spunto su cui riflettere, un tassello su cui strutturare una soluzione a quello stesso problema? La risposta, per fortuna, è sì. Per Bustamante, l’unico modo per evitare una crisi dalle conseguenze irreparabili è, lo abbiamo in realtà già accennato poco fa, tentare una sorta di sincretismo tra i valori della tradizione e quelli della modernità e paradossalmente il primo passo in questa direzione è costituito proprio dal film stesso, vero e proprio paradigma della strategia operativa del regista. Il potenziale del film in questo senso lo capisci solo se lo vedi come una sorta di medium che trasmette costantemente un doppio messaggio a seconda che tu ti soffermi su ciò che accade davanti alla macchina da presa, o su ciò che rappresenta l’intero sistema produttivo della pellicola per la tribù Maya che ha partecipato alle riprese. Guardi il film e ti accorgi che le scene più belle, quelle più efficaci, sono quelle che descrivono, nel silenzio riempito solo dai gesti e dai versi degli animali della foresta, i rituali e le abitudini più genuine dei Maya, siano esse lo scuoiamento della pelle di un animale, un rituale per la fertilità o addirittura il crudo sgozzamento di un maiale. Semplicemente, ci troviamo di fronte ad immagini legate alla terra, al sangue, alla carnalità, alla cultura ancestrale e alle tradizioni degli esponenti della tribù che ha partecipato al film. Sono sequenze riprese con estrema cura e bellezza, immagini che trasmettono il profondo rispetto del regista nei confronti di quella stessa cultura con cui si trova a contatto, come se egli volesse sancirne una volta di più l’importanza. D’altra parte fai un passo indietro, analizzi la macchina produttiva di Vulcano nel suo complesso, ti leggi un paio di dichiarazioni di Bustamante e vieni a sapere che gli attori che hanno partecipato al film sono tutti dilettanti scelti tra gli abitanti di una tribù Maya che da secoli abita quell’ambiente quasi incontaminato, soprattutto, cosa straordinaria sotto un certo punto di vista, scopri che Vulcano ha costituito per quelle stesse persone il loro primo approccio con la tecnologia, con l’arte cinematografica e teatrale, fondamentalmente, con una certa forma di progresso. Eccolo il progetto di Bustamante, in tutta la sua forza, in tutta la sua aggressività ideologica. A questo punto è chiaro che le persone che hanno collaborato al film costituiscono una sorta di gruppo di controllo necessario al regista per valutare la bontà della sua teoria: essi, per primi, sono infatti degli indigeni per così dire “potenziati”, legati costantemente al filo della tradizione che li ha formati e tuttavia aperti ad un contatto con il progresso che si rivela costruttivo, formativo per il loro futuro. Potremmo stare ore a decantare la curiosa natura di Vulcano, capace di coniugare un motivo tematico usuale in maniera inusuale, la straordinaria cura che caratterizza alcune sequenze, o la genuinità, la carnalità che permea tutta la pellicola, potremmo stare ore a consigliarvi di passare un’ora e mezza in compagnia di questo film utilizzando ognuna di queste motivazioni, ma abbiamo scelto di non farlo. Vulcano è un atto di coraggio, un guanto di sfida lanciato da un regista, un intellettuale che guardandosi intorno ha capito che forse è vero che nessuno è perfetto, forse è vero che un pizzico di male c’è in ciascuno di noi, forse è vero che tutti, anche coloro che crediamo essere i più puri possono sbagliare, possono corrompersi. Per un atto di ribellione, un’azione di guerra del genere richiede coraggio e, soprattutto, crea inimicizie ed è secondo questo spirito che vi consigliamo la visione di Vulcano: perché al di là di qualsiasi difetto tecnico che può caratterizzare la pellicola, un atto di coraggio del genere va sempre premiato e, forse ancor di più, perché entrando a contatto con il film, dimostrerete inconsciamente il vostro appoggio nei confronti dell’opera di Bustamante, sia essa la critica ai sequestri dei neonati Maya a opera delle autorità messicane, sia essa la teorizzazione di una sorta di indigeno 2.0.

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Alessio Baronci

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