Agli albori di Sorrentino: L’uomo in più.

Dopo La grande Bellezza, Sorrentino approda a Cannes con il suo nuovo – e già chiacchieratissimo – film, Youth. Tutto questo, poco prima di compiere 45 anni. Impossibile, visto il taglio di questa rubrica, non omaggiare l’autore napoletano con un focus mirato sul suo (spesso dimenticato) esordio da regista, L’uomo in più, datato 2001, già costellato dei tratti che lo renderanno amato (e, nello stesso tempo, odiato) presso le platee di tutto il mondo.

Tutta la straziante ed intensa poetica del primo lungometraggio di Paolo Sorrentino sembra palesarsi immediatamente a parole con le due citazioni d’apertura, che assumono -con il senno di poi- l’importanza strategica di un prologo vero e proprio. Due citazioni che si succedono, si mescolano, si intercambiano, agiscono una sull’altra fino a condensarsi in un’unica conclusione, che a conti fatti coincide con la trama stessa del film.

“Che posso dire? E’ meglio aver amato e perso, piuttosto che mettere lineolum nei vostri salotti” e “Il pareggio non esiste” (pronunciata da un certo Pelè, in un riferimento calcistico che ritornerà prepotentemente a livello diegetico). Entrambe le frasi, nella loro rilevanza di bianco su nero, costituiscono l’oscura ma perfetta metafora della condizione dell’uomo posto di fronte alle circostanze della vita. Entrambe si rendono portavoci della più intima aspirazione umana alla libertà di scegliere e di agire, della razionale necessità di vivere secondo le proprie regole e del conseguente rigetto di ogni ordine limitante imposto dall’alto, da un’autorità, umana o cosmica che sia. Come a dire: sul palcoscenico dell’esistenza non esistono mezze misure o consolazioni; o vince la vita, con tutta la montagna di storture e laceranti compromessi che ne seguono, o vince l’uomo. Così, prima di rappresentare un rigoroso spaccato della Napoli degli anni ’80 -il decennio dell’esagerazione e della degenerazione- o uno spietato attacco a quelle illusorie fabbriche di sogni che sono il mondo del calcio e quello della musica, “L’uomo in più” si presenta come un film sulla solitudine, sul rimorso, sulla difficoltà di risalire la china dell’esistenza e sull’atroce e beffarda lotta che sempre e ovunque l’uomo consuma contro le inspiegabili circostanze della vita. I due protagonisti omonimi, ma tutt’altro che uguali, vivono in scena il crollo delle proprie sicurezze e la caduta inarrestabile nel baratro del fallimento, immersi in una cronologia filmica lineare ma dominata da lunghe ellissi e in una narrazione che procede per parallelismi. Infatti, tra l’Antonio calciatore e il Tony cantautore (due personaggi che richiamano rispettivamente le biografie dei celebri Di Bartolomei e Califano) c’è molto più di un nome a far da collante. La macchina da presa di Sorrentino s’insinua rumorosamente nelle loro grigie esistenze e ne illumina, passo dopo passo, i punti di contatto. E più che mostrare (o dimostrare) semplicisticamente l’identico itinerario di degenerazione morale e solitudine che investe i protagonisti, l’autore napoletano riesce con grande forza registica a illuminarne le cause più intime, forse inconsce. Così ritorna, come un filo rosso e costante per tutta la durata della pellicola, quell’uomo in più del titolo, citato in modo esplicito solo nel finale, a mo’ di funereo ed omaggistico epilogo. Uomo in più inteso non solo come schema di gioco rivoluzionario (quattro punte invece di tre) su cui Antonio Pisapia lavora senza sosta nè distrazione per anni ma soprattutto come indispensabilità di una presenza, necessità dell’altro, o forse degli altri. L’uomo in più di cui parla il film diventa il motore capace rendere il cammino dei protagonisti una vita e non una semplice e arrancata esistenza. L’egocentrico cantante e l’ingenuo e riflessivo calciatore, nella loro sterile caduta verso l’asettico mondo dell’oblio e della solitudine, sentono sulla propria pelle la mancanza di un uomo in più, di un pubblico (che li applauda magari) cioè di quella presenza altra che gli permetta di risalire la china, ritrovare sè stessi e riprendere il proprio posto nello stadio della vita.

Ma l’uomo in più del titolo, all’interno del montaggio alternato del film, si riferisce in misura maggiore a ciò che ognuno dei due protagonisti rappresenta per l’altro. E soprattutto in questo si esprime la grandezza del regista che, raccontando storie parallele e penetrandole con forza spiazzante, riesce a istituire un indelebile legame tra due solitudini e a trapiantare magicamente su celluloide la forza irrazionale del destino, per il quale nulla può impedire a due anime affini di riconoscersi e trovarsi, seppur nel breve attimo di uno sguardo imprevisto. E proprio nel finale, i due volti si scontrano in uno sguardo eterno, irripetibile, liberatorio. Solo allora la complessa battaglia con la vita in cui i due protagonisti si dibattono senza pace si esaurisce: tutto diventa chiaro, entrambi comprendono cosa fare per recuperare la propria libertà. Uno sceglie la morte, l’altro il carcere.

Questa sterminata plurivocità del centro nodale della pellicola (il tema dell’uomo in più che si trasfigura diegeticamente come tattica di gioco e metaforicamente prima come necessità di un pubblico poi come rapporto privilegiato tra due anime affini) riflette la poliedrica complessità strutturale del cinema di Sorrentino. Alla vastità tematica si lega quella narrativa, registica e persino musicale. Il film alterna tragico e grottesco, passando per l’immenso ventaglio di varietà intermedio, senza tralasciare neanche il tuffo nell’onirico; la musica, che pure diventa un elemento centrale, va dalla disco-dance a quella leggera fino al pop anni ’80. Il tutto si snoda sotto le redini di una regia iper-esibita, esplicita, palesata; di una macchina da presa impazzita, mai doma, sempre inusuale e tesa a valorizzare l’artificio cinematografico più che la naturalezza realista di un cinema inteso come statica e immobile finestra sul mondo.

Sin dal suo primo lungometraggio, dunque, Sorrentino si distacca nettamente dalla mediocrità -purtroppo- dominante di tanto cinema italiano contemporaneo grazie a uno stile registico nuovo e fresco e ad una capacità di scrittura pluriprospettica e aperta. L’innovazione del regista napoletano scarta i luoghi comuni e si batte contro il trionfo dell’apparenza (assai ricorrente in altri autori nostrani) attraverso una sceneggiatura mai banale e sempre passibile di stupire. Un solo esempio: Antonio incontra una donna che sembra poterlo salvare, mentre Tony perde la possibilità di gestire un ristorante, attività sempre sognata e possibile riscatto per il protagonista. Eppure, nel duplice e parallelo tentativo di risalire la china, proprio Antonio, che più ci crede, finirà per fallire, approdando al suicidio mentre Tony, dopo aver vendicato anche lo sconosciuto “compagno”, riuscirà a trovare la sua personale libertà tra le sbarre di una prigione, avvolto da calore umano, divo di un pubblico di ammiratori che apprezzano la sua cucina e finiscono per applaudirlo con sincerità.

 

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.