A cappella time! Il ritorno delle Bellas!

Pitch Perfect 2, il sequel di quel successo che in Italia fu “tradotto” come Voices, torna col suo titolo originale nelle sale dal 28 maggio prossimo.

Ripartiamo dai fondamentali: l’intro. La trovata della Universal già nel primo film di integrare nel proprio intro quello della competitor Fox è a mio avviso geniale. Già la Fox aveva più volte armonizzato il proprio jingle integrandolo al contenuto del film come nel caso dei film dei Chipmunks o dei Simpson, una vera e propria brandizzazione del “marchio”. Infatti il concept di Pitch Perfect riprende per certi versi quello di una serie di successo proprio di Fox, Glee. I richiami sono molteplici: subito dopo l’intro del film, il primo mash-up che sentiamo di Beca riprende una canzone di successo di cui troviamo una cover anche in Glee, Bust a Move (guarda caso proprio nella puntata della prima stagione dal titolo “Mash up”). Per non parlare poi più in generale del mix di generi, ovviamente dal musical alla comedy, al romance vero e proprio al drama; alla ripresa dei “losers” che erano l’emblema della fortuna di Glee ma anche il punto di forza delle Bellas; così come molte degli “sketch” (mi riferisco ad esempio agli “adescamenti” in bagno). In generale il “format”, se così possiamo chiamarlo, sembrerebbe lo stesso anche se il film Universal asciuga tanto gli elementi del genere principale, il musical: e si, perchè non vediamo mai due che imrpovvisamente, come se fosse un flusso di coscienza, o una introspezione, iniziano a cantare e la musica extradiegetica si rende viva, ma allo stesso tempo estraniante. I momenti musicali sono sempre giustificati, il passaggio da un linguaggio cinematografico tradizionale (quello che in fondo nasce con Griffith), lascia spazio agli “stacchetti”, ai momenti di “spettacolo puro” che caratterizzavano tanto cinema degli anni ’30 e che avevano come portavoci Ginger Rogers e Fred Astaire. Così lo spettacolo prende il sopravvento principalmente durante le prove, le esibizioni delle Bellas. In Pitch Perfect 2  tutto ciò acquisisce un maggiore spazio: confessioni amorose a suon di note e assoli registicamente tendenti al trash come per farsi un po’ beffa dell’ampio mercato dei video muscali (stanno davvero diventando così cinematografici da poter compromettere in qualche modo la “purezza” del cinema? Ricordiamo che forse uno dei più grandi in questo senso è il video di Michael Jackson, Thriller); oppure ancora le sfide tra gruppi, una sorta di band war (molto famose in USA, meno nel vecchio continente) o ancora in momenti di vera nostalgia. Come spesso succede, però, la costruzione narrativa sembra più un pretesto per dare spazio al divertimento che un fattore fondamentale del film. In fondo, però, chi va al cinema per vedere un musical si aspetta una storia geniale o qualcosa di più semplice dal forte impatto visivo/uditivo? Probabilmente in questo senso potremmo associare il musical al cinema d’azione, non sono in fondo utili allo spettatore che vuole lasciarsi da parte la “pesantezza” della realtà per permettere a questo mezzo meraviglioso (quello cinematografico) di portarlo in mondi altri senza la necessità di un reale sguardo partecipante? Certo, c’è chi potrà dire che ci sono esempi di musical alti, come l’adattamento de Les Miserables di Victor Hugo, adattamento del romanzo, ma anche del musical di Broadway stesso, prodotto sempre da Universal e vincitore di ben 3 Oscar nel 2013 (make-up e hairstyle, sound mixing e attrice non protagonista – Anne Hathaway). Tornando a Pitch Perfect 2, Elizabeth Banks (la Effie di Hunger Games), già interprete e produttrice del primo film, dirige il gruppo delle Barden: Beca (Anna Kendrick), Ciccia Amy (Rebel Wilson), Chloe (Brittany Snow) e le altre saranno messe a dura prova sia come team che come cantanti. Il conflitto si muove su diversi piani: da una parte le ragazze hanno obiettivi personali che potrebbero compromettere l’obiettivo di gruppo (Beca inizia un percorso di internship presso un produttore musicale), Ciccia Amy deve capire come gestire la sua relazione con Bumper (Adam DeVine), e la matricola Emily (Hailee Steinfeld) deve farsi strada nel mondo dei cori a cappella universitari trovando così un suo ruolo all’interno del gruppo. Dall’altra parte il conflitto diretto è con il gruppo a cappella tedesco, i Das Sound Machine. Proseguendo,però,  sul nostro filo conduttore che mette Glee in parallelo, vediamo come i personaggi dell’universo di Barden e delle altre università cerchino di tralasciare i problemi più adolescenziali che caratterizzavano i ragazzi del Glee Club per parlare ad un pubblico più adulto. Il focus sul passaggio da mondo universitario a lavorativo si riferisce a un problema così attuale che, sebbene sia trattato con una leggerezza propria di questo tipo di narrazione, non può che colpire e far comunque riflettere. I dilemmi, le soluzioni, divengono quasi rappresentative e archetipiche e non caratterizzano esclusivamente la società americana, ma si adattano bene anche al nostro contesto culturale.

Tornando brevemente a Elizabeth Banks, che come abbiamo detto qui essere la regista del film, mi soffermerei su alcune sue scelte che risultano a mio avviso interessanti. Si percepisce una reale ironia sui linguaggi dei diversi media: il suo personaggio, Gail,  è quello di una sorta di “commentatrice – cronista” al fianco di John Smith (John Michael Higgins) e tutto dipende dalla voce e dalle sottigliezze dei toni (tra l’ironico e il cinico); la sequenza della barca ricorda, come abbiamo già accennato, i primi video musicali. Per non parlare poi di tutto il discorso del gruppo a cappella tedesco, i Das Sound Machine. La scelta del tipo di recitazione, dei costumi, delle coreografie se da una parte potrebbero sembrare superficiali, dall’altra indicano chiaramente una strada. Come non riflettere su tutto ciò? I Das Sound Machine hanno favolose scenografie, ballano completamente all’unisono, ma fanno pensare a un gruppo perfetto e ordinato associabile mentalmente più all’esercito che a quello spirito di gruppo e di comprensione che le Bellas rappresentano. Per certi versi, tutta questa contaminazione nei linguaggi, questa sorta di categorizzazione dei gruppi di personaggi, mi fanno pensare a tanti elementi del già citato Hunger Games (per rimanere legati alla Banks e alla Universal), ma allora quanto il cinema, soprattutto mainstream, quanto i suoi operatori, stanno effettivamente riflettendo oggigiorno sui processi di significazione che derivano dalla nascita del web 3.0? Sicuramente tutto ciò passa in secondo piano in un film come questo, ma il sottotesto, a mio avviso, c’è comunque.

Comunque sia inevitabilmente Pitch Perfect 2 rimane un titolo interessante seppur per il suo sguardo nostalgico sugli anni ’90 , per il fenomeno internazionale di Cups song che qui torna con una performance davvero meravigliosa intorno al fuoco e per quella sorta di leggerezza che il film ci lascia dopo la sua visione.

Le Barden Bellas vi aspettano quindi al cinema dal 28 maggio per farvi divertire, innamorare, sorridere, cantare e forse anche riflettere.

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.