Mia Madre, l’ultimo film di Nanni Moretti

Margherita (M. Buy) è una regista che sta realizzando un film sulla crisi economica italiana, in cui un gruppo di operai lotta per mantenere il posto di lavoro, nonostante una nuova proprietà americana prometta licenziamenti. Le difficoltà sul set non mancano, soprattutto in seguito all’arrivo del divo americano Barry Huggins (J. Torturro), chiamato a interpretare il proprietario della fabbrica. Nella vita privata le cose non vanno meglio. Margherita, infatti, ha una figlia adolescente che non riesce a seguire (avuta da un matrimonio fallito), si sta lasciando con l’attuale fidanzato e soprattutto vive con estremo disagio la malattia della madre (G. Lazzarini), ricoverata in ospedale. Vorrebbe starle più accanto, come suo fratello Giovanni (N. Moretti), più lucido e (apparentemente) più razionale nel gestire la situazione,  sicuramente più disponibile dopo essersi preso un periodo di aspettativa al lavoro.

Sono due gli aspetti che vanno sottolineati, per quanto riguarda quest’ultima pellicola di Nanni Moretti, magari non nuovi nella sua filmografia, ma che qui assumono un valore ancora più interessante. Il primo è la scelta di trattare una storia chiaramente ispirata alla sua personale esperienza circa l’elaborazione del lutto[1]e il secondo è il fatto di averla raccontata mettendosi da parte. Dopo Caro diario (1993) e Aprile (1998), di nuovo un episodio biografico, di nuovo Nanni o Giovanni, più che Michele Apicella (verrebe da dire), solo che qui non è la sua figura al centro dello schermo. In questo film Nanni Moretti interpreta un personaggio lontano da lui, tra l’altro con una prova di convincente misura, e incarna una figura quasi “secondaria”, quasi fuori fuoco (come tra l’altro suggerisce esplicitamente il manifesto), e lascia spazio alle nevrosi, alla crisi esistenziale e ai sogni rivelatori della vera protagonista, Margherita. Una formula che già avevamo visto ne Il caimano (2006) e in Habemus papam (2011), dove il produttore problematico di Silvio Orlando e il Papa sofferente di Michel Piccoli incarnavano i dubbi e le problematiche personali dei rispettivi  protagonisti, mentre Moretti si stagliava in secondo piano, magari ritagliandosi momenti divertenti o tipicamente “morettiniani”[2]. In questo caso, Margherita Buy non è solo il fulcro del film, ma è l’altra faccia dell’attore-regista. Lei è il suo alter-ego, come se fossimo davanti ad uno sdoppiamento tra personaggio (in fondo Margherita assume su di sé alcune caratteristiche che appartenevano al personaggio fittizio di Michele Apicella) e attore (Nanni Moretti stesso), tra Io ed Es, tra maschera che si libera dalla forma  e riflesso che la contrasta. C’è una battuta ricorrente che la regista ripete come fosse una massima, ovvero che l’attore non deve stare troppo dentro al personaggio[3], ma “accanto”, quasi fosse una dichiarazione dello stesso Moretti al pubblico. Il regista afferma inoltre, parlando di sé stesso, che tuttora «mantiene quel senso di inadeguatezza e di disagio che negli anni è cresciuto. Quando ero giovane pensavo che col tempo avrei avuto per così dire i peli sullo stomaco e invece mi rendo conto che è accaduto il contrario e più invecchio più il disagio cresce e non è una cosa riposante. Prima di girare un film  faccio gli stessi sogni che facevo trent’anni fa, ho gli stessi dubbi, le stesse angosce, gli stessi ripensamenti».   Il suo film, in fondo, è un continuo gioco tra riso e dolore, tra esplicito ed implicito, tra cinema e meta-cinema; come in Sogni d’oro (1981) e ne Il caimano, c’è un film nel film, c’è il pubblico e il privato, c’è la vita e il sogno. Mia madre è la semplice, ma allo stesso tempo complessa, rappresentazione di come entrambi questi aspetti vengano influenzati e, in questo caso, sconvolti, dalla presa di coscienza (o proprio dall’incapacità) di dover assistere all’inevitabile assenza di una figura tanto importante, quella di un genitore, e di dover affrontare ciò che ci resta di quella vita. Il finale, da questo punto di vista, è tanto emblematico e chiaro, quanto commovente e diretto: una stanza, degli scatoloni pronti da riempire, libri accatastati (la madre era insegnante di latino), le lacrime sotto le coperte di una nipote, le voci e i racconti di ex studenti, lo sguardo fuoricampo, perturbato e perturbante di una straordinaria Margherita Buy, che ci tocca fino a straziarci l’anima e quel piccolo, all’apparenza banale insegnamento nell’ultima battuta, pronunciata prima dei titoli di coda, ovvero il difficile, ma necessario, sguardo in avanti  al domani che verrà.

Mia madre non cerca la lacrima facile. Narra la malattia senza mostrarla, si costruisce su una struttura narrativa complessa eppur semplice nei messaggi che è in grado di trasmettere. Non solo lo smarrimento di una donna, una regista, che non si sente più in grado di raccontare il suo tempo o semplicemente di lavorare senza litigare con i suoi collaboratori (perché le danno troppo retta, secondo lei), ma il lacerante e spaventoso senso d’incapacità nel guardare la realtà e saperla affrontare. Quotidiano e incubo che tornano più volte e si confondono: le elaborazioni psichiche di una non accettazione (una macchina sbattuta ripetutamente contro il muro), i dubbi sul proprio ruolo pubblico (la scena della conferenza stampa), il  timore di uscire fuori dai propri spazi rassicuranti («Margherita rompi un tuo schema, uno su 200»), l’incapacità di dare risposte (anche sull’utilità del latino) e i desideri (onirici) di fuga (che sembrano quasi richiamare Buon giorno, notte di M. Bellocchio). Grazie ad un cast in grandissima forma, non solo la Buy, ma anche un’intensa e toccante Giulia Lazzarini, nel ruolo dell’anziana madre, e la piacevole rivelazione Beatrice Mancini, nei panni della giovane Livia, Moretti costruisce un film sobrio e accurato, dove i rapporti umani, tra madre/figli, moglie/ex marito, fratello/sorella, vengono resi con estrema naturalezza, senza mai essere stucchevoli. Ma l’opera non è solo questo. C’è anche spazio per la leggerezza, per la risata, per l’ironia (“I want back to reality”). Momenti comici e surreali, dove a far da trascinatore c’è un divertente e cialtronesco John Turturro, qui nelle vesti di un divo hollywodiano che, nonostante ad un certo punto senta il bisogno di tornare alla realtà, anche lui è incapace di affrontarla (come Margherita, come anche Giovanni), dimostrando una personalità goffamente caricaturale e arrogante, ma anche piena di crepe legate alla memoria.

Mia madre non è un film retorico né ricattatorio, al contrario riesce a parlare e a raccontare temi come il dolore e il lutto, ma anche la crisi esistenziale e i rapporti umani attuali, con un rigore formale e una solidità di scrittura che Moretti aveva già mostrato con il drammatico La stanza del figlio (2001) e il bellissimo Habemus papam, e che qui riprende con una maturità artistica tale da ottenere un risultato se non perfetto, sicuramente pregiato. Un’opera intimista ma anche universale, tanto dolorosa quanto leggera.

Di Laura Sciarretta

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[1]   La madre, Agata Apicella, è morta proprio mentre Moretti era impegnato nelle riprese del suo penultimo lavoro,  Habemus Papam.

[2] Ne Il caimano c’è una scena (ricorrente nel suo cinema) tra lui, Orlando e Jasmine Trinca mentre parlano in macchina, in Habemus Papam tutte le gag tra i vescovi e lo psicanalista, come quella del torneo di palla a volo e quella Totopapa con tanto di calcolo delle probabilità.

[3] Un rifiuto del metodo Stanislavskij, che prevede, per l’appunto, un lavoro di sparizione (immedesimazione) completa dell’attore nei confronti del personaggio.