Hybris

La morte di Valerio porta suo cugino Fabio, insieme ad Alessio, Marco e sua sorella Penelope, in una baita abbandonata. Il gruppo, riunito per volontà di Valerio, attraverso i ricordi del passato rivive i rancori sepolti. Strane cose iniziano ad accadere all’interno della casa e la conflittualità tra gli amici emerge in modo irreparabile. Una forza superiore sembra spingere i ragazzi a confessare i loro segreti più profondi, mentre allucinazioni visive alimentano le loro paranoie. Con il passare del tempo l’equilibrio mentale dei protagonisti si altera rendendoli vittime dei deliri più violenti. La verità emerge in modo inquietante, portando alla luce un orribile segreto che rischia di mettere in pericolo le vite dei membri del gruppo.

Hybris è uno di quei film, rari e tuttavia sempre più presenti soprattutto all’interno del nostro mercato cinematografico, che dal primo ciak porta con sé una sorta di carico, di background creativo, per certi versi addirittura ideologico, un background che lo accompagnerà non solo durante tutta la lavorazione, ma anche all’uscita nelle sale, un background che verrà, in un modo o nell’altro, percepito dallo spettatore più attento e che contribuirà a sancire il successo o il fallimento del film stesso. Per capire quale sia la “zavorra creativa” di Hybris ti basta dare un’occhiata alla scheda tecnica del film: ai due lati della macchina da presa si avvicendano dei personaggi che se hai meno di trent’anni e sei particolarmente pratico con il mondo di Youtube non avrai difficoltà a riconoscere. Il direttore della fotografia è Matteo Bruno, tra i protagonisti ci sono Guglielmo Scilla e Claudia Genolini, tutti e tre, praticamente in contemporanea ormai qualche anno fa, hanno deciso di aprire un canale personale su Youtube e negli anni sono riusciti a raccogliere attorno a loro un considerevole seguito oltre ad ottenere un innegabile, seppur certamente discutibile, successo. Tutti e tre, tra l’altro, faranno parte nel 2011 dello staff di produzione di Freaks The Series, uno dei primi esperimenti di Web-series completamente made in Italy, organizzata attorno ad una sorta di All-Star Team di youtubers. Insieme a loro, davanti alla macchina da presa ci sono Lorenzo Richelmy e Tommaso Arnaldi, che dopo la formazione al Centro Sperimentale si sono fatti conoscere recitando rispettivamente nella seconda e nella terza serie de I Liceali (Lorenzo è anche andato oltreoceano per la produzione Netflix di Marco Polo che speriamo di vedere presto in Italia). Una squadra produttiva giovane, o meglio che piace ai giovani, è questo il background, il peso che caratterizza Hybris. Prendi questa zavorra, ci aggiungi il fatto che il film è dichiaratamente un low-budget e che è l’opera d’esordio non solo del regista (il ventiduenne Giuseppe Francesco Maione), ma anche della stessa casa di produzione che si è occupata di gestire i vari reparti creativi e semplicemente non puoi non approcciarti alla visione del film con quel pregiudizio che rischia di “marchiare” una volta per sempre il tuo giudizio sulla pellicola. Ti aspetti una regia goffa, un leggero ma persistente sapore di già visto nella sceneggiatura, una generale confusione nei vari aspetti della messa in scena, un senso di buonismo che ammanta la narrazione (e dopotutto, siamo in Italia, semplicemente non può esistere un horror disturbante fatto con tutti i crismi come alcuni prodotti esteri), soprattutto ti prepari ad una recitazione debole e ad un onnipresente fanservice, che porta a mettere in luce, costantemente ed anche in modo illogico, coloro che il pubblico considera i propri beniamini. Questi sono i pregiudizi che prendono alla gola uno spettatore che si appresta a vedere quello che si presenta come un “film italiano di genere”, poi però…beh poi arriva Hybris a dirti che non tutti i film italiani indipendenti ragionano allo stesso modo.

 

Ci troviamo di fronte ad un film realizzato da una squadra produttiva che si caratterizza piacevolmente per avere, caso raro quando si parla di film italiani, le idee chiare su cosa vuole ottenere dal suo progetto. Fin dalla premessa, fin dai primi minuti di film, è chiaro che il contesto culturale a cui fa riferimento la pellicola è quello legato all’horror anni ’80 (e dopotutto, lo stesso regista ha dichiarato che una delle maggiori influenze che lo hanno guidato nel processo creativo è stato Evil Dead di Raimi) e tuttavia è interessante notare come il film, man mano che la storia procede, si conceda sempre meno incursioni nello splatter patinato più puro, nel tentativo di definire una propria ed originale drammaturgia. Passano i minuti, entri in contatto sempre più profondo con la narrazione e capisci che Hybris è un film che merita quantomeno una visione rispettosa perché, malgrado le apparenze, sceglie la via più difficile per tentare di lasciare un segno nel mercato cinematografico. Ci troviamo infatti di fronte ad una pellicola che rinuncia volutamente a portare in scena eccessivi riferimenti iconografici al cinema horror che avrebbero certamente avuto una presa ben maggiore sul pubblico, a vantaggio di una narrazione che pone il focus sulle psicologie dei personaggi, sul dialogo, sull’interscambio di sensazioni e sentimenti, soprattutto, potremmo dire, sulle vite di ciascuno di loro, praticamente perfette all’esterno e tuttavia inficiate in maniera irreparabile da terribili segreti (e a questo proposito, una delle influenze non dichiarate del film potrebbe essere anche L’Angelo Sterminatore di Bunuèl). E’ un thriller psicologico, più che un horror, Hybris, nella misura in cui porta in scena la distruzione, di una società in piccolo, di un gruppo di giovani medioborghesi per mano di uno di quei fenomeni, l’incomunicabilità, che costituisce anche uno degli elementi che stanno lentamente distruggendo una società più estesa, la nostra, quella contemporanea. Ci troviamo di fronte ad un progetto che già per questo, per la volontà di uscire dal seminato, dalla zona di sicurezza dell’intrattenimento cinematografico, potremmo definire coraggioso, e che tuttavia continua a stupire in questo senso quando si concede incursioni coraggiose quanto inaspettate nei territori del morboso, del sesso, dell’eccesso (seppur, per certi versi, controllato), incursioni che non possono che essere accolte con piacere da chi è abituato ad un contesto artistico italiano che troppo spesso si trincera dietro al buonismo pur di ottenere successo. Sulla stessa linea, non possiamo non aprire una breve parentesi sul trattamento riservato alla resa su schermo di Guglielmo Scilla, il cui personaggio appare agli antipodi del suo interprete, arrivando a risultare sgradevole, odioso, ripugnante, e caratterizzato da una psicologia che con l’andare avanti della trama condurrà ad una vera e propria destrutturazione di una sorta di immagine sociale, in questo caso quella di uno Youtuber amatissimo dal suo pubblico. Non ci spingeremo oltre in quest’analisi per non rovinare la sorpresa di gustare questa distruzione in atto nel film a chiunque volesse andare a vedere la pellicola in questi giorni e tuttavia non potevamo risultare indifferenti di fronte ad una scelta che definisce ancora di più la natura ambiziosa del progetto di Maione.

Strano a dirsi per un prodotto tutto italiano, questa lucidità e chiarezza dell’impianto tematico si riflette in una dimensione tecnica altrettanto solida. La sceneggiatura si mantiene sempre su un buon ritmo, cosa rara per un giallo psicologico di fatto fondato sul dialogo e che fa in proporzione poco affidamento alle sequenza d’azione o di suspense più legate al genere horror. Allo stesso modo la regia sembra andare contro corrente rispetto allo standard, scegliendo di privilegiare una messa in scena che punta alla chiarezza dell’immagine e alla leggibilità di ciò che sta avvenendo sullo schermo, e che si rifiuta di indulgere in riprese caotiche, primissimi piani incontrollati, e sequenze completamente dedicate ai dettagli più raccapriccianti, insomma in tutti quegli stilemi tipici della messa in scena di un horror. Un’idea registica di questo tipo è coadiuvata (potremmo dire per fortuna) da una direzione della fotografia che certamente può migliorare in alcuni tratti ma che già così si dimostra grintosa, ambiziosa e di un livello sicuramente più alto rispetto alla media a cui ci ha abituato il cinema nostrano.

Di fronte ad un impianto progettuale così solido, dispiace quasi notare che, ad esempio, quelle due sequenze in flashforward, la prima che apre il film e la seconda che interrompe il ritmo a circa un terzo della storia, in fondo, non aggiungono né tolgono nulla al disegno generale del film e potevano addirittura tranquillamente essere tagliate in sala di montaggio. Allo stesso modo, risulteremmo poco obiettivi se non vi dicessimo che il livello della recitazione, tutto sommato buono durante tutto il film, si abbassa vertiginosamente durante le scene più concitate, quelle che fanno leva sul versante più disturbante della pellicola (paradossalmente le sequenze a cui il regista sembra credere di meno sul piano tematico). Sono dei difetti, questo è indubbio, difetti che per certi versi macchiano un progetto altrimenti quasi perfetto, se visto nella giusta ottica (dopotutto è di un film organizzato da zero da ragazzi con meno di trent’anni che stiamo parlando, non certo di un blockbuster hollywoodiano), difetti che però non inficiano il progetto generale di Hybris. Ci troviamo di fronte ad una bella sorpresa del cinema italiano, anzi ci spingiamo fino a dire che probabilmente ci troviamo di fronte ad uno dei film indipendenti italiani migliori del 2015. Sicuramente stiamo parlando di un progetto che preso nel giusto modo costituisce una grande speranza per tentare di cambiare le carte in tavola in un’industria, quella della cinematografia italiana, che ormai si bea del suo essere governata da pochi, grandi vecchi. E’ così che dovete prendere Hybris ed è così che ve ne consigliamo la visione noi. Non aspettatevi un film perfetto ma anzi accogliete con ottimismo un progetto strutturato attorno ad un’idea, cosa più unica che rara nel nostro contesto culturale, guardate con rispetto ad un film che evita la via più facile scegliendo di organizzarsi attorno ad elementi difficili, quando non scomodi, arrivando in questo modo a regalarvi un’ora e mezza di intrattenimento sano e coinvolgente. Entrate in contatto con Hybris partendo da queste premesse e allora il film farà effetto su di voi in maniera completa ed efficace, probabilmente facendovi capire, alla fine della visione, che, forse, un altro cinema italiano, completamente gestito da giovani, è possibile.

Alessio Baronci

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