C’era una volta… Il racconto dei racconti.

[vc_row][vc_column width=”1/1″][vc_column_text][rev_slider garrone-cannes][/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/1″][vc_separator color=”grey”][vc_column_text]Tre favole ambientate in altrettanti regni. La regina di Selvascura (S. Hayek) disperata per via della sua sterilità riesce a diventare madre grazie al cuore pulsante di un drago albino (ottenuto a caro prezzo per consiglio di un negromante) cotto dalle sole mani di una popolana vergine. Crescendo il principe Elias stringe un legame sempre più indissolubile con l’amico/gemello Jonah (figlio della vergine e frutto della medesima magia che ha reso gravida la regina) ma la donna farà di tutto per dividerli poiché morbosamente gelosa di quel figlio tanto desiderato.

Il libertino re di Roccaforte (V. Cassel) ode una voce deliziosa provenire da una casa sotto le mura del castello e, immaginando si tratti di una bellissima giovane, le chiede invano di mostrarsi e di concedersi a lui, senza sapere che dietro quella porta si celano due decrepite vecchie sorelle, l’ingenua Imma e la scaltra Dora. Quest’ultima cerca di sfruttare la situazione con conseguenze nefaste.

Un giorno il re di Altomonte (T. Jones) cattura una pulce che nutre e accudisce come fosse un animale domestico. La fa crescere fino a farla diventare gigantesca, trascurando l’amata figlia Viola (Bebe Cave), che una volta diventata donna sogna di potersi sposare e lasciare il castello paterno. Per tenere la ragazza con sé il re pone un quesito (secondo lui impossibile da risolvere) a tutti i pretendenti ma a spuntarla sarà un mostruoso orco.

Affascinato dalla sfida rischiosa e masochistica di portare sul grande schermo Lo cunto de li cunti, raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana scritta da Giambattista Basile, caposaldo della letteratura fantastica che ha ispirato le storie di grandi favolisti come Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen, Garrone ha dimostrato di avere una buona dose di coraggio, unita ad una salutare incoscienza, considerando la ricchezza del testo di partenza e il relativo costo per realizzarne la trasposizione. Le difficoltà non sono mancate a detta dello stesso regista sia in fase produttiva, trattandosi di un film dal respiro internazionale con un cast composto da attori stranieri (casting basato sulla fisicità) e con un budget di 12 milioni (una sciocchezza rispetto a film simili di produzione americana), sia in fase realizzativa che lo ha costretto a rinunciare alla consueta modalità di registrare in sequenza: «Girare in sequenza è un lusso che non ti puoi permettere quando hai degli attori che guadagnano così tanto. Con Cassel e Hayek non potevo permettermi di stare troppo a girare per vedere cosa veniva fuori. Non ho mai potuto utilizzare la mia amata macchina a mano o girare in sequenza o tornare a girare dopo avere messo da parte qualcosa.».

Uno dei meriti che gli si deve riconoscere è senz’altro quello di aver osato, visti i rischi, di essersi spinto con il timore di cadere più volte nel già visto, tentato spesso di abbandonare la propria personale poetica all’interno del progetto (mai così smisurato). Garrone ha ammesso di non essersi sempre divertito, che era di tutt’altro entusiasmo prima di iniziare proprio perché non si è potuto muovere come in altre occasioni, rendendo il lavoro ancora più difficile e impegnativo.

A conferma dell’impegno professionale, messo in gioco in ogni aspetto della realizzazione, si nota comunque una cura nei dettagli che rende Il racconto dei racconti un’opera unica, visionaria e affascinante: la ricerca del realismo visivo che unisce la bellezza delle location naturali italiane (le gole dell’Alcantara, le Vie Cave, il Bosco del Sasseto) col lavoro scenografico di Dimitri Capuani; le magnifiche musiche del premio Oscar Alexandre Desplait[1] che lasciano spazio a significativi silenzi; l’uso essenziale degli effetti speciali che per una volta fungono da semplice ritocco; una cura del design stupefacente dove le creature magiche, realizzate da Leonardo Cruciano, si ispirano a insetti e salamandre (come il bellissimo drago marino protagonista di una delle sequenze più potenti del segmento La regina). Tutto al fine di ottenere un risultato capace di integrare realtà e ricostruzione, componente artificiale e concretezza artigianale.

In questa giostra d’immagini ancestrali e primitive rivivono i personaggi del testo di Basile, regnanti e popolani di tradizione cavalleresca, saltimbanchi e orchi, mostri e vecchie repellenti, creature magiche e gemelli albini, le cui vicende si sfiorano senza toccarsi (se non in due occasioni, legate tra l’altro al ricorrente dualismo oppositivo vita/morte, un funerale e un ritorno alla vita) scorrendo per conto proprio e frammentariamente. Da tre storie ne nascono altre dove il doppio, l’ossessione e l’orrore tornano continuamente, dove viaggi di maturazione passano attraverso la violenza e le maschere e la cupidigia del potere alla fine cadono dinnanzi ai loro folli desideri. Compiendo un percorso inverso rispetto a film come L’imbalsamatore (2002) e Primo Amore (2004) dove si partiva da fatti di cronaca per poi trasfigurarli in una dimensione favolistica[2], Garrone realizza un esperimento artistico notevole che si mantiene in bilico, inserito in un gioco di opposti che oscilla tra il maestoso e il macabro, tra l’intellettuale e il carnale, tra il soave e l’osceno[3]. Si dimostra capace di mescolare ambienti silvani e preraffaelliti a costumi e interni ispirati al Barocco senza transigere su uno sguardo su corpi singolarmente caratteristici e su un uso sempre particolareggiato dei colori (da antologia i continui conflitti visivi rosso/bianco, grazie all’eccellente lavoro del direttore della fotografia, Peter Suschitzky).

Disegna immagini pittoriche indimenticabili[4], ispirate alla serie de I Capricci di Francisco Goya e a Rembrandt senza dimenticare qui e là qualche riferimento cinematografico come l’horror di Mario Bava, i corti di Pasolini, la commedia mostruosa e farsesca di Monicelli fino al romanticismo e all’amarezza dei film di Comencini. La regia si destreggia egregiamente nella rilettura visiva degli archetipi narrativi tipici della favola[5]e della commedia dell’arte[6], anche se in fase di sceneggiatura non tutto risulta compatto come dovrebbe inficiando sull’aspetto emotivo delle storie che ne risulta alquanto compromesso. La scrittura[7], a metà strada tra il rispetto e l’invenzione, tra tono leggero e drammatico, lavora per sottrazione ma risulta appesantito dalle necessità “letterarie” del testo di partenza tanto che alcune suggestioni narrative appaiono sin troppo lezioso. Il risultato si priva così di quel senso della meraviglia e della viscerale emotività che sono proprie del genere di appartenenza con la sola eccezione del racconto La pulce[8], che non a caso risulta il più riuscito dei tre racconti (con protagonisti Tobey Jones e la bravissima Bebe Cave).

Garrone, comunque, rimane ostinatamente fedele a se stesso sia per lo stile (l’ampio uso di long take, la cura per la cromatura dell’immagine-quadro), sia per il proprio sguardo mai semplicemente moralista nei confronti dei suoi personaggi, ma non si può fare a meno di notare una certa stanchezza proprio dal punto di vista registico.

Ritornano quei temi che ne hanno sempre segnato il precorso artistico: il cortocircuito tra realtà-artificio; l’attenzione su un’umanità animalesca, stolta ed egoista, incapace di guardare oltre il proprio desiderio; l’amore oppressivo verso l’altro; il corpo e le sue trasformazioni; la solitudine come destino già scritto; il baraccone circense[9]. Tutti fanno parte di un immaginario che giunge sempre a concretezza allo scopo di narrare ossessioni e cupidigie contemporanee di uomini e donne che ricercano l’amore ma incuranti delle conseguenze delle loro scelte sono pronti a sfidare il fato e le leggi del mondo fino a perdersi e ad autodistruggere se stessi e ciò che amano. Sono personaggi che inseguono un sogno e si perdono come fossero all’interno di un labirinto da cui pochi riescono ad uscirne (in ogni caso segnati dal sangue e dalla decadenza dei loro mondi).

Il risultato è un atipico fantasy nostrano (per una volta sono gli stranieri a venire da noi e non il contrario) reso attraverso la pellicola in costume, di certo poco convenzionale, coraggioso, lento, depurato da qualsiasi elemento puramente spettacolare seppur pieno di situazioni macabre e sgradevoli (nonostante i punti di contatto, siamo lontani dalla serialità commerciale e adulta di Game of Thrones).

Alla fine però rimane un quesito: la scommessa di Garrone può dirsi vinta? L’ennesima selezione in concorso a Cannes, dopo aver vinto proprio qui due Grand Prix con Gomorra e Reality[10], sembra dire di sì (quest’anno gareggerà insieme ai colleghi Nanni Moretti e Paolo Sorrentino) nonostante il genere in questione non goda di ottima fama in un festival simile, specie se si ripensa alla deludente accoglienza riservata a Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro nel 2006. A detta dello stesso regista però sarà il pubblico a decretarne il successo andando al cinema incuriosito di riscoprire un’opera poco conosciuta come Lo cunto de li cunti. In fondo, Garrone è un po’ come il saltimbanco che cammina senza paura lungo la corda sospesa nel finale del film; in bilico tra il trionfo e la caduta su un palcoscenico meraviglioso e volgare dove l’artista crea la sintesi perfetta tra ambiente naturale e ricostruzione digitale (mai invadente). Un risultato incompiuto che si riscatta in un esercizio filmico suggestivo, atipico[11] e che pur rischiando di cadere sotto il peso delle sue ambizioni a causa dei difetti fin qui riscontrati, legati alla mancanza di fluidità narrativa a vantaggio di un’estetica maestosa e ad una freddezza di base che (per qualcuno) può sconfinare nella noia. Chi sa apprezzare, però, dovrà solo sedersi e godere. In fondo quel pubblico cortigiano che apre e chiude Il racconto dei racconti altro non è che quello seduto in sala che ride e piange delle umane sorti e si lascia stupire dalla magia e dall’orrore umano, in attesa della prossima favola.


 

[1] Ben 8 candidature per la miglior colonna sonora e fresco vincitore per le musiche di Grand Budapest Hotel agli Accademy 2015 (dove era candidato anche per The imitation game).

[2] Il primo è la storia d’amore tra un nano e un bellissimo gigante, il secondo e il racconto malato di una passione, in cui l’uomo plasma la donna per ricreare la forma della bellezza ideale.

[3] Dualismo che ha affascinato Garrone, come è riportato nel pressbook, mentre leggeva Lo cunto.

[4] Garrone nasce pittore.

[5] L’acqua come luogo di morte e rinascita, la mutazione fisica, la magia, il dualismo regalità/mostruosità (capace di convivere nella stessa persona , come nel caso della regina interpretata da Salma Hayek, che richiama vagamente la Grimilde di Biancaneve).

[6] Lo scambio di persona, l’inganno, la stupidità dei regnanti.

[7] Curata dallo stesso Garrone insieme ai fidi collaboratori Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso.

[8] In questo segmento, si parla, infatti, tra le tante cose, di una principessa che fantastica sul matrimonio, costruendo il proprio immaginario a partire da un libro, rimarcando quella fatale confusione  tra sogno e realtà, presente anche nel precedente film di Garrone, ovvero Reality (2012).

[9] Forse un altro richiamo al cinema felliniano, dopo il piano sequenza che apriva Reality, vagamente ispirato a La dolce vita.

[10] Rispettivamente nel 2008 e nel 2012.

[11] Anche nell’uso delle dissolvenze in nero, in fase di montaggio.


 

Di Laura Sciarretta

© Riproduzione Riservata[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/1″][vc_column_text][rev_slider racconto-racconti][/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/4″][dt_gap height=”20″][/vc_column][vc_column width=”1/2″][dt_gap height=”20″][vc_video title=”Trailer del film” link=”https://www.youtube.com/watch?v=L8e8S-4E7lY”][/vc_column][vc_column width=”1/4″][dt_gap height=”20″][/vc_column][/vc_row]