Automata. L’uomo cede il passo alla macchina.

Anno 2044: la Terra ormai sta andando verso la graduale desertificazione. In questo scenario d’incertezza e paura, gli Automata Pilgrim 7000, forniti dalla società Robotic Corporation, vengono utilizzati per servire gli esseri umani e aiutarli a sopravvivere. Questi androidi sono regolati da due rigidi protocolli di sicurezza: il primo impedisce ad un robot di mettere in pericolo qualsiasi forma di vita e il secondo di modificare sé stesso o altri androidi. L’agente assicurativo Jacq Vaucan (Antonio Banderas), pagato dalla stessa società robotica per svolgere controlli di routine sui modelli difettosi, si addentra in un caso piuttosto singolare, ovvero l’aggressione di un agente di polizia verso un robot. A detta dell’uomo l’androide è stato scoperto mentre contravveniva al secondo protocollo. L’indagine porta Vaucan alla ricerca di un fantomatico “orologiaio” che si dice stia modificando i robot in modo da sfuggire al controllo delle direttive di sicurezza e dunque degli esseri umani.

automata

Dal robot femmina-simulacro in Metropolis passando per i droidi da compagnia di Star Wars,  o le macchine assassine di Terminator, quelle aliene nei film di Michael Bay, il bambino David dotata di amore in A.I. – Intelligenza Artificiale, il compattatore Wall-E della Pixar fino all’imminente Humandroid di Neill Blomkamp, la celluloide ci ha sempre regalato figure robotiche più o meno indimenticabili. Nel genere di fantascienza la tecnologia si è spesso rivelata spauracchio della natura umana in quanto copia artificiale e degenerativa dell’ossessione di controllo sul caos o, come in questo caso, amaro riflesso sulla fragilità e la mortalità dell’uomo rispetto al tempo.

Automata è uno sci-fi (pre)apocalittico che nelle intenzioni del regista madrileno Gabe Ibáñez si vuole porre come una riflessione sul destino e l’imminente fine dell’uomo rispetto al progresso dell’intelligenza artificiale, come già espresso nelle teorie sulla singolarità tecnologica.

Il risultato è un prodotto di fantascienza stimolante e ricco di riferimenti al western e al noir, che dopo l’atmosfera buia e “investigativa” della prima parte si passa ad un’ambientazione nel deserto, costantemente illuminato da una forte luce bianca, più suggestiva. Ibáñez sembra più interessato a far riflettere lo spettatore sulle tematiche come la sopravvivenza, lo stare al mondo e la vita anziché giocare sull’effetto speciale o sul registro fracassone tipico di certo cinema mainstream hollywoodiano. Tra suggestioni degne di P. K. Dick, leggi della robotica rubate da Isaac Asimov, città futuristiche nel mezzo del nulla, Automata, in fondo, non ha dalla sua un’originalità capace di far alzare il livello oltre i riferimenti di cui si nutre, ma prova a giocarsi le sue carte. La storia inizia come un giallo con tanto di indagine per poi inseguire un messaggio umanista attraverso gli automi: i robot, infatti, non vogliono ribellarsi per piegare l’uomo al proprio volere, non cercano di dominarlo o sfruttarlo come accade in Matrix o in Terminator,  anzi vogliono abbandonarlo e allontanarsi, disgustati della deriva morale in cui è finito. Non vogliono vivere sulle spalle della natura, ma semplicemente inseguire l’utopia di una totale indipendenza e libertà rispetto a chi li ha creati. Gli androidi in Automata si comportano da esseri senzienti, iniziano a costruirsi e a riprodursi da soli (come vediamo nella scena dell’assemblaggio del robot insettoide), si pongono domande sull’amore, sulle pulsioni e sul senso della vita. Anzi sulla necessità di vivere senza accontentarsi di sopravvivere.

L’estetica richiama fortemente le creature cyber già viste nel videoclip All is full of love, della cantante Bjork (che a loro volta richiamano l’aspetto dei robot positronici di Io, Robot di Alex Proyas, tratto proprio da Isaac Asimov) ma è chiaro che Ibanez non cerchi il plagio, quanto piuttosto una caratterizzazione della macchina il più vicina possibile alla realtà.

L’uomo, abitante di questo nucleo urbano sporco, malsano e senza prospettive, si sta auto condannando alla morte e alla degenerazione morale, come dimostra la figura di Vaucan. Preferisce abbandonarsi ad un violento e animalesco senso di paura o alla nichilistica illusione di un’esistenza in cui respirare equivale a vivere. L’uomo, ci dice Ibanez, si sta accontentando di una presente dove non c’è spazio per la memoria e non è neanche capace di scorgere l’avvenire, come se infondo fosse cosciente della propria sconfitta e non possa più di reagire. Il tempo del genere umano sopravvivrà nella macchina, viene detto ad un certo punto, e sottolinea quel senso di forte pessimiso che già Her di Spike Jonze aveva lasciato intuire, in quel caso, dietro il racconto da love story: la creatura-macchina non solo si è evoluta rispetto al creatore, ma oramai lo sta superando e lo lascia solo a fare i conti con la propria vulnerabilità. Proprio come suggerisce il viaggio di consapevolezza alla ricerca dell’orologiaio che il disilluso detective compie suo malgrado attraverso quell’infinito deserto su tutto il globo terrestre (svuotato da ogni elemento organico) non può esserci un domani se non per gli automi: l’unica e amara verità che gli (e ci) viene rivelata non riguarda il progresso evolutivo di matrice darwiniana nei Pilgrim 7000 , ma il fatto che l’uomo non ha più una meta o le possibilità per costruirsi un futuro di serenità e speranze, se non è disposto a fare un passo ulteriore verso la vita (qui rappresentato dalla famiglia del protagonista e l’imminente paternità).

Nonostante i buoni spunti e l’efficace caratterizzazione degli androidi, Automata soffre di un evidente debito estetico sfacciatamente ripreso dall’immaginario di Blade Runner, e non riesce minimamente a dirci qualcosa di nuovo sul tema se non a tratti. I suoi punti di forza si limitano dunque ad un intrattenimento piacevole e a dei momenti visivi di grande fascino, seppur anche lì non particolarmente originali.

Automata poteva essere una buona alternativa, un tentativo europeo di misurarsi con la fantascienza e la possibilità per Gabe Ibanez di esaltare le sue qualità di bravo mestierante; quel che abbiamo è un film che prova a rischiare sul piano dei temi e pone coraggiosamente la narrazione su ritmi non forsennati ma non va oltre come si poteva sperare.

Laura Sciarretta

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