Selma is now

A 50 anni dal passaggio del diritto al voto degli afroamericani, Ava Duvernay si prende la responsabilità (da molti declinata) di girare un film sul tema.
Selma però non è solo questo, perché il tutto è trainato dal principale portavoce degli attivisti afroamericani, MLK che affranto e sconvolto dalla realtà negativa ancora presente negli stati del sud, decide di iniziare la lotta a Selma, in Alabama. In una delle manifestazioni muore Jimmie Lee Jackson, un giovane attivista afroamericano.
Togliendo il fatto che è forse tutto ricollegabile alla filosofia della non violenza del dr King, quindi questo modo così pacato e gentile, apparente come ci viene mostrato nel film, Ava Duvernay sembra perdersi: non c’è originalità. Partendo dal cast, si può dire che ha tentato di usare come punto di forza il cast, Oprah Winfrey la sua presenza inevitabile si sa che porta solo bene soprattutto dopo la grande interpretazione in The Butler, David Oyelowo, altro punto di forza, presente anche lui in The Butler nei panni del figlio black panther di Oprah, già aveva recitato nei film di Ava Duvernay, e Carmen Ejogo, qui nei panni di Coretta Scott King, già rivestiti in un film per la televisione statunitense Boycott del 2001.
Pessimo a livello di fotografia e di regia, una luce d’ambiente poco naturale, e una scelta di mettere in scena un’evento così importante con così poca cura per i dettagli (non so se avete notato che proprio poco dopo l’inizio del film si vede MLK che si sta preparando per andare a ritirare il premio Nobel, e si vede sotto la camicia la canottiera).
Non è chiaro o per lo meno a me non risulta chiaro, attraverso tutte quelle parole, cosa sta accadendo, l’atmosfera pesante e pericolosa di quei momenti non traspare.
Comunque una critica già dura è evidente attraverso la mia recensione scritta in occasione dell’uscita del film nelle sale italiane.
Per quanto riguarda la non vittoria agli Oscar come miglior film è chiaro il motivo, basti anche pensare allo scorso anno in cui The Butler un capolavoro a livello sia registico che fotografico che attoriale, non è stato preso in considerazione dagli Academy, scegliendo invece 12 anni schiavo che tratta un tema trito e ritrito, che però conviene perché capitolo storico “passato, chiuso, con successo”.
Invece a 50 anni dal passaggio su quel ponte di MLK e della vittoria di quel momento storico, il giorno stesso dell’anniversario, è stata stroncata la vita dell’ennesimo afroamericano disarmato da un agente di polizia.
credo che non sia un caso che l’unico elemento positivo, la colonna sonora, parli al presente e al futuro, si con un occhio al passato per celebrare King e Rosa Parks: ciò è chiaro già dalla prima strofa, fino al primo bridge in cui il messaggio si fa ancora più chiaro (Now the war is not over, victory isn’t won And we’ll fight on to the finish, then when it’s all done We’ll cry glory).
Così come anche l’uso di Precious Lord ( omaggiando così anche Mahalia Jackson)sia nel film che la sera dei Grammy con una grandissima interpretazione da parte di Beyonce.
L’originalità a livello di sceneggiatura secondo me anche non c’è, perché iniziare con il premio Nobel, caduta che si rafforza con la potenza dell’esplosione inaspettata della chiesa (anche se mi permetto di dire forse un po esagerata), le 4 little girls a cui Spike Lee dedica un fantastico documentario che venne nominato anche agli Oscar, così come la scena davanti al dipartimento della polizia che ricorda Malcolm X.
Lo spettatore non riesce ad immedesimarsi soprattutto in alcuni momenti come quello del secondo tentativo del passaggio sul ponte in cui la polizia fa largo: in quella scena non è chiaro e noi spettatori non riusciamo a farci un idea del perché King torna indietro, a livello visivo è potente ma non ti emoziona, non coinvolge lo spettatore, non rende partecipe.

 

Marie Angela Tuala Paku

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.