MARCO POLO

Il 12 dicembre scorso il colosso Netflix lancia uno dei suoi progetti più ambiziosi sugli schermi di mezzo mondo: Marco Polo. La nuova serie tv, suddivisa in 10 episodi (numero che ormai sembra portare bene a tutte le produzioni americane), ha un passato piuttosto turbolento per quanto riguarda la sua produzione: prima pensata come un progetto del canale Starz (2012) è stata poi ceduta alla Weinstein Company e solo dopo due anni ha finalmente visto la luce (in Italia ancora non è prevista alcuna uscita). Nonostante i problemi iniziali, la serie vanta numeri da capogiro, 90 milioni di dollari per la produzione, 550 persone addette alla costruzione dei set, di cui una gran parte ricostruiti nei nuovissimi Pinewood Studios in Malesia o ancora, una capillare campagna pubblicitaria estesa a tutti i rami dell’audiovisivo, come la proiezione nei cinema del primo trailer.

La nota vicenda si svolge alla corte dell’imperatore mongolo Kublai Khan, portato sullo schermo da Benedict Wong, confermandosi una delle interpretazioni più interessanti della serie, nipote del più leggendario Gengis Khan, intento nell’unificare in un unico regno e sotto il suo potere la Cina. Il giovane Marco Polo, interpretato dall’italiano Lorenzo Richelmy, scelto tra centinaia di attori e che riesce perfettamente nel ruolo, viene lasciato alla corte dell’imperatore per volere del padre (Pierfrancesco Favino) in cambio della possibilità di commerciare lungo la Via della Seta. Da qui avranno inizio i suoi viaggi e la scoperta del mondo orientale, di cui scriverà ne Il Milione, facendo assaporare le peculiarità di quelle terre lontane, unendo occidente e oriente, culture e mondi diversissimi. Fin dalle prime inquadrature la voglia esploratrice del protagonista è molto chiara e resa anche romanticamente bene da quelle  immagini che lo ritraggono, ragazzino, intento a  saltare da un tetto all’altro di Venezia, scoprendola e conoscendola meglio, come una presa di coscienza  e anticipazione del suo futuro.

Il creatore John Fusco infatti pone l’accento sul rapporto che Marco Polo ha con quella cultura fin da giovanissimo, rapporto che pian piano si evolve in base anche alle esigenze di sopravvivenza dell’ italiano, che lo porteranno ad affrontare situazioni diverse. Nelle prime puntate infatti il protagonista si muove nei luoghi chiusi della corte dell’imperatore, grandi spazi arredati spartanamente, nei quali si destreggerà, ad esempio, nell’apprendimento delle arti marziali (alle quali vengono dedicate gran parte delle sequenze delle prime puntate) o ancora dove farà sfoggio della sua abilità nel narrare: “Marco è un viaggiatore che una volta arrivato a corte porta con sé le sue storie e per sopravvivere in mezzo a intrighi e tradimenti sarà costretto ad usare la sua abilità nelle arti marziali… inoltre sarà spesso costretto a intrattenere Khan con racconti sul suo impero, in modo da esaltarlo e garantirsi la sopravvivenza”.

Lungi dall’essere una semplice esaltazione di un unico personaggio, la serie lascia ampio spazio al confronto- scontro tra una serie di altre figure principali.  Uno è il già citato imperatore, Kublai Khan, che si dimostra essere saggio e nonostante il costante peso sulle sue spalle della grandezza del suo antenato, è comunque rispettoso delle differenze culturali, illuminato e attento nello scegliere i suoi collaboratori in base alla meritocrazia. I due figli del Khan, sono diversissimi tra loro, Jingim (Remy Hii) e Byamba (Uli Latukefu); il primo, con alle spalle una doppia eduzione, quella mongola da un lato e la cinese dall’altro, si lascia andare più che al suo dovere, alla gelosia nei confronti di Marco, visto non solo come pupillo del padre, ma come figlio. Il secondo invece è discendente mongolo del Khan e intravede in Marco, non una minaccia personale ma lo giudica per le sue abilità. Alla corte dell’imperatore, anche le donne non sono solo figure ornamentali ma partecipano attivamente alla vita politica del palazzo, due esempi sono l’imperatrice Chabi (Joan Chen) e la concubina Mei Lin (Olivia Cheng).

Mentre le prime puntate si concentrano sui personaggi e sui rapporti che si instaurano tra loro in particolare nei luoghi chiusi della corte, il resto della stagione prosegue a più ampio respiro lasciando agli occhi dello spettatore la bellezza dei luoghi del grande impero, che vengono ritratti da una fotografia magistrale. A differenza della mancata accuratezza storica che molti hanno lamentato (di cui a noi non importa poi molto, essendo convinti sostenitori della resa filmica più di quella storica), il lato tecnico della serie funziona invece benissimo. La regia di Joachim Ronning e Espen Sandberg, ricordiamo che nel 2012 furono candidati all’Oscar come miglior film straniero con il loro Kon-Tiki, rende perfettamente l’immensità di quell’oriente inesplorato confrontato con la Venezia del XIII secolo. I colori, le luci, le ombre, le grandi riprese e tutte le scenografie contribuiscono a fare di questo nuovo prodotto, una scommessa vinta.

 

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.