BEETLEJUICE: ricostruzione visionaria e grottesca dell’aldilà

“Se devi rappresentare la morte, puoi immaginarla in un modo crudele e orribile oppure puoi fare come nel Paradiso può attendere, un mare di nuvole e un tizio che ci cammina sopra avvolto nella nebbia. Io ho avuto la possibilità di scegliere… e di fare quel che volevo”.

Il regno dell’aldilà ricreato da Tim Burton, estrapolato direttamente dal suo mondo immaginifico, ricorda molto quei film di fantascienza di serie B, che tanto avevano influenzato la sua formazione, fino a convincerlo che il suo secondo successo mondiale, Beetlejuice- spiritello porcello (1988), dovesse ispirarsi direttamente al grottesco di quei suoi ricordi.

In genere, in tutti i suoi film uno dei suoi grandi punti di riferimento è Fellini, dal quale riprende in pieno l’insegnamento del bello visivo che sovrasta completamente la linearità della sceneggiatura. Sempre concentrato sugli effetti visivi e sulla profondità dei personaggi, il regista anche in questo caso abbandona completamente la credibilità della sceneggiatura, tanto da lasciare gli stessi produttori sconcertati nel leggere un finale inesistente e un intreccio fasullo, prediligendo invece i virtuosismi e gli effetti dell’immaginazione piuttosto che quelli della narrazione classica, ponendo sempre particolare attenzione alla costruzione psicologica dei personaggi e alla loro resa visiva.

Da questo punto di vista infatti, una delle figure più eccentriche che abbia  mai creato è proprio quella del protagonista Beetlejuice. Michael Keaton è un superbo “esorcista” di ritorno dal mondo dei morti in condizioni pietose: livido e con la scia puzzolente della decomposizione che lo precede e segue, tremendamente volgare e super eccitato, completamente immerso nel suo degenerarsi perenne e incontrastato, è l’apice del kitsch e del cattivo gusto. Rappresenta la perfetta incarnazione del personaggio freak, primitivo e outsider, sempre ai margini della società, con il sorriso sornione, completato da quegli occhi grandi “specchio dell’anima” corrotta. Il vestito a righe e la presenza di particolari dalla forma scheletrica nell’abbigliamento del personaggio, fanno parte di quell’antologia burtoniana riconoscibile e subito identificabile. Sempre pronto alla battuta, irriverente e con la malsana voglia di scherzare sulla morte

La costruzione demiurgica del personaggio riguarda anche alcuni tra gli altri protagonisti, tra i quali Lydia (Winona Ryder), una ragazza dark, riluttante nei confronti di quell’America tanto standardizzata, materialista e colorata, da cui  lo stesso Burton rifugge (cosa che mostrerà anche nella maggior parte dei film successivi). Il suo personaggio, una specie di alter ego del regista, si fa sempre più complesso con l’avanzare del film. La palese volontà di abbandonare il mondo superficiale a cui appartiene, la porta a prediligere il mondo della morte, accettandolo in tutte le sue stranezze senza la minima intenzione di negarlo, fino a desiderare di volerne far parte. Cerca il più possibile di avvicinarsi ad esso, tant’è che è l’unica a poter vedere i fantasmi, appunto perché possiede quelle caratteristiche, dettate da regole “sovrannaturali”  che le consentono di poter avere contatti diretti con loro senza provare timore.

Gli spazi votati a dimora dei morti sono quelli più interessanti, quegli spazi in cui sembra esserci una sottile linea di demarcazione tra i due mondi e che solo Beetlejuice, grazie alla sua invocazione e Lydia, in qualche modo, possono oltrepassare. L’impossibilità della convivenza nella stessa casa da parte delle due coppie, i Maitiland, i morti e i Deetz che invece sono i nuovi arrivati vivi, rappresenta il pretesto per la conquista del territorio e il suo possesso da parte dei novelli defunti. I due fantasmi infatti si impegnano per cacciare gli inquilini umani e, per architettare i loro piani, fanno loro la soffitta che diventa a tutti gli effetti di loro proprietà. Proprio in soffitta si trova il plastico (altro elemento a cui Burton è particolarmente legato) a cui Adam Maitiland ( Alec Baldwin) lavora e che diventa la dimora di Beetlejuice.

Il regno dell’aldilà quindi, ad un certo punto, irrompe completamente sullo schermo riducendo in brandelli le sicurezze del mondo dei vivi, inondando i colori pastello con tonalità scure, pacchiane e appariscenti. Per tutto il film il mondo inumano cerca di sovrastare quello vivente. Avvalendosi di due tra i suoi più stimati collaboratori, il direttore della fotografia Thomas Ackerman e il consulente per gli effetti speciali visivi, Heinrichs Rick (che lo seguì da Vincent in poi), Burton crea un mondo dei morti inaspettato, grottesco e fatiscente, in un modo completamente inusuale. Uno degli esempi più estremi è la ricostruzione dell’aldilà come se fosse la sala d’aspetto di un ufficio postale, dove i defunti si presentano e aspettano il loro turno con il numeretto tra le mani,  per capire la loro destinazione. Proprio la scena finale è l’apice di questa grottesca visione dell’aldilà: non ci sono anime, ma corpi veri, putrefatti e mutilati, dalle sembianze quasi aliene che si susseguono sui divani, lo stesso Beetljuice è circondato da queste presenze; una donna tagliata in due durante un numero di magia ad esempio o ancora un uomo dalla testa minuscola su un corpo sproporzionatamente grande.

La musica nel film accompagna tutti i movimenti tra i due mondi, diventandone parte fondamentale. La colonna sonora composta da Denny Elfman è quasi protagonista accanto a Mickael Keaton, ma il più grande successo è sicuramente il brano composto da Harry Belafonte, destinato a diventare il tema principale di tutto il film: The Banana boat song, che rende iconica  la scena della cena.  Attorno al tavolo e in procinto di mangiare, i Deetz con i loro ospiti, mentre conversano, si ritrovano letteralmente impossessati dai fantasmi e iniziano a muoversi e a ballare come se fossero finalmente liberi di esprimersi, non più costretti nella rigidezza dei loro corpi e delle loro menti. Questa scena è il coronamento della resa visiva estrema e anticonvenzionale della mente di Tim Burton, che tenta di rendere simpatica, ironica ed accettabile la presenza del diverso, in questo caso dei morti.

 

Elisabetta Matarazzo © Riproduzione Riservata

Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.