Un “Grandissimo” Budapest Hotel

Con Grand Budapest Hotel il regista Wes Anderson giunge al suo ottavo lavoro da regista e si presenta agli Academy Awards non solo in lizza come miglior regista, ma sovrasta i film dell’ultimo anno con altre otto nomination tra cui quelle come miglior film e come miglior sceneggiatura.

Una commedia che mescola eccentricità e raffinatezza, creando un connubio tra uno stile e una forma rigorosamente curata e un inusuale cinema di fantasia che, per le gag e il ritmo serrato, sembra richiamare un noto Charlie della cinematografia mondiale, come anche per la scelta del formato di ripresa che riecheggia il cinema del passato.

Il film narra – e narrare è il termine più appropriato in questo caso – la storia di Zero Mustafa, padrone del Grand Budapest Hotel, che si trova a raccontare ad un giovane scrittore come è riuscito a raggiungere quella posizione. È quello scrittore, a vent’anni di distanza, a dare inizio a tutto, aprendo le pagine del libro che è nato proprio da quella chiacchierata.

Come una matriosca, la storia si gioca su diversi archi temporali, coprendo un arco di cinquant’anni in cui alla storia di Zero, che nasce come un semplice fattorino, si sostituisce con più forza quella di Gustave H., il concierge di cui lui diventa un fidato amico. Vediamo allora un’opera che a tratti sembra un sogno ad occhi aperti, quello di un lettore che si trova a sfogliare le pagine di un libro e si lascia andare alla fantasia.

Colori sgargianti, personaggi la cui caratterizzazione è elevata all’ennesima potenza, spazi ampi che vanno di pari passo alla possibilità di toccare l’“infinito” che è prerogativa sola ed esclusiva dell’immaginazione. E Gran Budapest Hotel è anche questo. Un film simpatico, un giallo grottesco, un’autobiografia, un film d’avventura che, con velata ironia, ci mostra che ci sono modi diversi di amare e di essere amati.

Ambientato per la maggior parte del tempo nel periodo intercorso tra le due guerre, il conflitto all’interno del film, una volta tanto, non domina sui personaggi che vivono a prescindere la loro normalità all’interno di un contesto tutt’altro che ordinario, nella Repubblica di Zubrowka, vivendo una vicenda avvincente ricca di colpi di scena in cui la guerra si impone come un male al quale ribellarsi.

Benché la trama sia di difficile strutturazione, Anderson articola i vari livelli in maniera magistrale, tanto che lo spettatore non perde di vista il filo conduttore della storia che si articola in capitoli (proprio come un libro) in cui assume un grande importanza la galleria di personaggi con cui i protagonisti si interfacciano. Caratteri, quest’ultimi, che stupiscono ed entusiasmano per le star che prestano il loro corpo al ruolo giusto il tempo utile a mandare avanti la storia. E allora Owen Wilson, Willem Dafoe, Edward Norton, Harvey Keitel e Tilda Swinton fanno la loro apparizione “più o meno lampo” al fianco di un Jude Law, Ralph Fiennes e altri grandi del cinema Hollywoodiano.

Grand Budapest Hotel è tante cose: è un libro che si anima, è un film, è il racconto di un’amicizia, è una storia d’amore, è il vedere la vita come un grande affresco che, nonostante le avversità, mantiene accesi i suoi colori.

 

Annagiulia Scaini

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