The Imitation Game.

Durante la seconda guerra mondiale, il brillante crittografo inglese Alan Turing mise il suo genio a servizio della patria collaborando ad una serie di segretissime missioni al fine di decriptare codici segreti nazisti, dalla cui risoluzione dipendeva la vita di milioni di vite.

The imitation game è il primo film sul grande schermo (fatta esclusione per la pellicola Enigma[1] del 2001) ispirato a questo incredibile personaggio che decide di concentrarsi su tre fasi temporali ben distinte: la difficile adolescenza in collegio, dove stringe amicizia (in realtà un sottinteso amore platonico) con un compagno di classe; il lavoro presso Bletchley Park durante la seconda guerra mondiale, dove fu assunto per decifrare i messaggi scambiati dai diplomatici e i militari delle Potenze dell’Asse (informazioni riguardanti attacchi a sorpresa dell’esercito tedesco contro soldati e civili britannici) e criptati secondo un complicato sistema di combinazione noto come la macchina Enigma; e infine la rivelazione pubblica della propria omosessualità con conseguente accusa di atti osceni, una colpa che lo obbligò a subire la castrazione chimica fino al suicidio a soli 41 anni.

Il periodo attinente al conflitto bellico è sicuramente quello più coinvolgente nello script di Graham Moore[2] affidandosi ad un buon ritmo e alla scorrevolezza della narrazione. La guerra perde quella sorta di aurea mitica intesa come “epico scontro tra nazioni” per mostrarne il suo un volto meno solenne: la lotta di una mente straordinaria che comprese la necessità di affidarsi ad una macchina autopensante (prototipo del moderno computer) capace di lavorare con tempi e velocità mille volte superiori a quelli del cervello umano. In questa sfida tra cervelli, umani e meccanici, ogni messaggio nemico non decifrato costava la vita a milioni di soldati e ogni rintocco della mezzanotte per la squadra di Turing era il suono della sconfitta contro Enigma. La guerra “vera“ si vede poco perché in effetti lo scontro a cui assistiamo è quello di un manipolo di uomini contro il tempo, il cui scorrere inesorabile viene reso perfettamente da efficaci scelte di montaggio e dall’accompagnamento musicale di Alexander Desplait.

Altro intento apprezzabile è la messa in scena di quella sotto trama legata ai segreti e alle colpe del sistema britannico, descritto come un potere ottuso e sessista che combatteva la follia del nazismo ma conservando il pregiudizio conservatore contro gli omosessuali. Un governo che nella prima metà del secolo relegava le donne a ruoli subordinati, privi di realizzazione professionale, e condannava chi era diverso a barbariche sentenze. Alan Turing alla fine pur di non perdere la macchina a cui è legato affettivamente, paga il prezzo più alto e lascia che il suo genio sia dissipato sotto il peso dell’ignoranza e dei farmaci.

Un film dunque che coinvolge e fa arrabbiare, peccato però che alcune questioni siano rimaste sottotraccia (come il ruolo decisionale sulla gestione delle informazioni o il ruolo della donna nella società) e che il tono generale dimostri troppa accortezza e mancanza di vero approfondimento.

Joan Clarke è l’unico personaggio femminile dotata di spessore. La donna moderna e tenace, assunta da Turing per il notevole talento nel risolvere giochi matematici, una giovane volenterosa nonostante le pressioni familiari (e le convenzioni sociali) che le imporrebbero una vita di moglie rispettabile poi ridotta ad un ruolo puramente accessorio. Apparendo semplicemente come l’amica affettuosa e comprensiva, unita ad Alan da sincera e reciproca stima, perde qualsiasi peso discorsivo asservendo ad elemento posticcio e meccanicamente retorico.

Trattandosi di un biopic accompagnato e pubblicizzato da una major di Hollywood, era difficile aspettarsi qualcosa di diverso dal classico prodotto patinato e di facile presa sul pubblico che solitamente fa incetta di candidature per la stagione degli Oscar. The imitation game, stenta quando gli si chiede di andare oltre a cliché e schemi già visti. Si ha l’impressione, inoltre, che qualcosa sia stato tenuto fuori; alcuni episodi biografici, l’omosessualità celata o la parabola discendente del genio condannato per la sua diversità, sono esclusi dalla diegesi o trattati con fastidiosa generalizzazione.

In fase di scrittura seppur chiare e ben organizzate le esigenze drammatiche del personaggio, così come un esplicito punto di vista, uno sviluppo narrativo che implichi un cambiamento o un chiaro atteggiamento nello sviluppo dell’azione drammatica[3]il protagonista non viene mai raccontato attraverso una chiave di lettura più complessa, agisce nel modo in cui ci aspettiamo e secondo una sviluppo già scritto.

Non c’è ostacolo o difficoltà personale che non venga risolta con sufficienza (ad esempio il modo troppo facile con cui conquista la stima dei colleghi), lo scavo psicologico è poco originale (seppur efficace) e di Turing rimane una figura più illustrata che raccontata, più il tipico stereotipo del genio scostante, emotivamente distaccato e asociale, che ritratto umano e intimo. La sua è quindi la parabola del diverso condannato dal pregiudizio e dai suoi stessi segreti (dolorosi e irrisolti).

Il regista Mortem Tydum, a dispetto di un’evidente mancanza di personalità autoriale costruisce una messa in scena pulita e tecnicamente curata dando totale spazio alle riuscite prove attoriali del cast, in cui domina il bravissimo Benedict Cumberbatch, (conosciuto dal pubblico televisivo per la serie BBC Sherlock). Capace di lavorare con lievi gesti e sguardi, dona al suo Alan Turing un carisma e un’emotività in grado di catturare sfumature nascoste.

Una prova maiuscola, in grado di restituire un’immagine in perfetto equilibrio tra irascibilità e tenerezza, riuscendo a scalfire quell’immagine perfettina del genio incompreso in un essere umano fragile e condannato ad un’esistenza di segreti e di solitudine (colmata solo in parte dalla macchina “Christopher”).

The Imitation Game si configura dunque come un biopic equilibrato, emozionante, canonico e accogliente a sufficienza per strappare qualche riconoscimento agli Accademy. Merita sicuramente la visione grazie al  parterre di attori (oltre a Cumberbatch sottolineo le prove di Mark Strong, Mattew Goode, Charles Glance e dell’apprezzabile Keira Knightley nei panni di Joan Clarke.), per la vicenda emozionale trattata nello script e per il messaggio di fondo ricordandoci come la diversità non debba mai essere mortificata. Questa è la storia parla di uno dei più grandi matematici del XX secolo, un eroe dimenticato dalla storia che ha cambiato le sorti della seconda guerra mondiale e che nonostante i riconoscimenti postumi ha subito un destino ingiusto e crudele.

Di Laura Sciarretta

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[1] Si tratta di un film di spionaggio, diretto da Michael Apted e tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris, dove il protagonista Tom Jericho è liberamente ispirato alla figura di Alan Turing.

[2] Adattamento di Alan Turing: The Enigma di Andrew Hodges

[3] Syd Field, La sceneggiatura. Il film sulla carta. Lupetti, Milano 1994, traduzione di Guido Lagomarsino The screenwriter’s workbook. A workshop approach, Publishing Co., New York 1984. Syd Field indica ne le esigenze drammatiche, il punto di vista, il cambiamento e l’atteggiamento i quattro elementi essenziali a rendere narrativamente efficace la storia di un personaggio cinematografico.