La recensione de “La Teoria del Tutto”

La stagione cinematografica del 2014 si è contraddistinta, oltre che per il dilagare dei sequel, young-adult e film Marvel, anche e soprattutto per i biopic (sulla scia del 2013). Tra le star che hanno ricevuto la nomination come miglior attore protagonista degli Oscar 2015, tre attori su cinque hanno interpretato personaggi realmente esistiti: dall’ Alan Turing di Benedict Cumberbatch, al militare statunitense Chris Kyle, di Bradley Cooper, tralasciando a casa i grandi esclusi come Turner di Timothy Spall o il Louis Zamperini di Jack O’Connel.
Tra tutti i nomi citati manca ancora  Eddie Redmayne  per aver interpretato in modo sopraffino Stephen Hawking ne La Teoria del Tutto.

La storia ci viene narrata a partire dal 1963, anno in cui Stephen, cosmologo ateo – “la religione per atei intelligenti” – dell’Università di Cambridge, poco più che 22enne, conosce Jane (Felicity Jones), una splendida studentessa di lettere, profondamente cristiana. Tra un gioco di sguardi (lo sguardo avrà molta importanza nell’economia del film) e dialoghi ben gestiti, i due saranno presto inseparabili amanti.
Il loro amore – sopratutto quello di Jane – riuscirà a persistere anche dopo il tragico acuirsi dell’ atrofia muscolare progressiva che, secondo i medici, avrebbe lasciato soli due anni di vita al giovane Stephen.
L’amore e la promessa di Jane (“Voglio che restiamo insieme per tutto il tempo che avremo“) permetteranno a Stephen di vivere a pieno le gioie della vita: una vita vissuta al meglio, importanti scoperte in campo scientifico ed infine, i tre figli.

Ciò che realizza James Marsh è, quindi, un inno alla vita. Un film che dimostra, elevando la condizione di Stephen Hawking ad emblem,  il trionfo dello spirito sulla caducità del fisico. È un film che, volutamente, sceglie di concentrarsi sull’uomo piuttosto che sullo scienziato; ad avvalorare questa tesi, oltre alla palese marginalità delle scoperte scientifiche, sta di fatto che il film è tratto dalla biografia “Travelling to Infinity: My Life With Stephen”, di Jane Hawking.

Infatti, il film nasce sopratutto come un racconto della moglie, donna apparentemente fragile, ma che il tempo e le necessità plasmeranno, trasformandola in una vera roccia, un pilastro sul quale si fonderà tutta la famiglia Hawking. Questo lento ma graduale processo di trasformazione è esaltato dalla forte interpretazione di Felicity Jones, meritevole di una candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista.
Tutta “l’impalcatura”, in più, è sorretta e rafforzata dagli esplosivi sguardi di Eddie Redmayne, il quale, costretto ad utilizzare un bastone prima e una sedia a rotelle poi subisce anche una tracheotomia che lo costringerà ad esprimersi attraverso  una voce artificiale “americana” computerizzata. In tutto questo excursus, Eddie compie un vero e proprio prodigio attoriale. La grandiosità della sua prova è inversamente proporzionale alla mobilità del personaggio: quando è costretto sulla sedie a rotelle, immobilizzato, senza poter parlare, affiderà agli occhi, allo sguardo, tutta la forza comunicativa. Paradossalmente, quindi, meno muscoli utilizza e più efficace è il risultato della sua espressione artistica.

Oggi Stephen Hawking ha 73 anni, ha vissuto una vita durante la quale la morte lo ha sfiorato più volte, eppure, come nel suo monologo – “muto” e computerizzato –  del pre-finale, le sue, sono parole di speranza, parole che abbracciano la vita. Una vita che non deve conoscere confini, che spinga al superamento di una condizione fisica deficitaria, ma che, come lui stesso ha dimostrato, può essere superata dalla straordinarietà degli atti che una persona può compiere, semplicemente volendolo.

Dario Cerbone ©Riproduzione Riservata