Gone Girl – L’amore sotto i riflettori

Che David Fincher si diverta, nei suoi film, a sperimentare e a giocare con la psicologia dei personaggi, è cosa certa. Lo abbiamo imparato con Seven (1995), Fight Club (1999), Zodiac (2007) e un’ulteriore conferma arriva adesso con il suo ultimo lavoro Gone Girl, adattamento dell’omonimo libro pubblicato da Gillian Flynn nel 2012.

Gone Girl si presta a più di un’analisi, dalla trama ai personaggi, dal tema palese al tema più velato, fino ad arrivare alla presenza di flashback che sembrano, in un primo momento, rivelatori, ma che non sono altro che verità manipolate e non assolute.

Un elemento chiaro dell’opera è il retaggio hitchcockiano, si pensi a La donna che visse due volte del 1958 che riecheggia nel personaggio di Amy, la moglie scomparsa e data per morta, che in realtà, come Kim Novack, “vive due volte”. Fincher costruisce un thriller ricercato e sofisticato, ricco di svolte e di ribaltamenti che predominano nella prima ora del film. Successivamente mescola le carte e al thriller si affianca una surreale black comedy, in cui si ridisegnano i contorni dei protagonisti e si inizia a vedere un “nuovo” film.

Dietro alla sovrastruttura gialla e mistery di Gone Girl, infatti, vi è una riflessione non-romantica e brutale sul tema del matrimonio e della coppia. Nick Dunne/Ben Affleck e Amy Elliott/ Rosamund Pike (candidata all’Oscar come migliore attrice) sono prima di tutto marito e moglie e il film è la storia del loro matrimonio che ci viene mostrata nel corso della narrazione: il loro primo incontro, il favolistico bacio nella nube di zucchero, la vita insieme a New York fino ad arrivare al giorno del quinto anniversario in cui, ormai trasferiti in Missouri, Amy scompare e lascia dietro di sé una serie di indizi che fanno nascere il dubbio che sia stata uccisa.

Il film ci immerge fin dalla prima inquadratura nell’intimità di Amy e Nick, lei con la testa poggiata sulle sue gambe, lui che l’accarezza e si chiede cosa ci sia proprio dentro quella stessa testa. È interessante notare che ciò che seguirà, una serie di flashback che si alternano ad un passato recente, non sarà nient’altro che la manifestazione della psicologia della donna, della sua mente contorta e della sua personalità, come se allo spettatore in sala venga concesso di capire quello che Nick si domanda: cosa c’è nella testa di Amy.

Inizia così un percorso in cui due verità cammineranno di pari passo, quella di Nick che vuole difendersi dall’accusa di omicidio e quella che trapela dalle pagine del diario di Amy. Un amore che mente, il loro, fin dal giorno che li ha visti conoscersi. Attraverso l’escamotage divertente che vede i due giocare sulla loro identità – che passa quasi inosservato – Fincher da subito ci avvisa che sono entrambi due bugiardi. Dopotutto la stessa Amy è famosa per una serie di libri che la vede protagonista, ma il suo alter-ego letterario è la versione più completa e realizzata di se stessa, come anche Nick si scopre essere un traditore del tetto coniugale. Per quanto possa sembrare assurdo dirlo a posteriori, Nick non è migliore di Amy benché si capisca che lei è una mentitrice recidiva e senza scrupoli.

Per tutta la prima ora Nick non sa che Amy è ancora viva, è il primo indiziato, ma non mostra alcun segno di dolore al pensiero che la sua compagna non farà più ritorno a casa. L’unico momento in cui decide di “calarsi” nella parte del marito afflitto corrisponde alla presa di coscienza che sarà l’immagine che darà attraverso i media a renderlo o meno colpevole agli occhi della pubblica opinione.

La fuga di Amy non è altro che uno strumento che utilizza Fincher per interrompere il torpore in cui vivono i personaggi e per far saltare qualsiasi schema logico per cui non può esistere dall’inizio alla fine una sola vittima e un solo carnefice: Amy e Nick si passano il testimone e il “dramma” che li coinvolge ha come sede eletta lo schermo della tv.

Se nella prima parte del film vediamo un Nick incapace di giostrarsi e di rapportarsi ai media, nella seconda parte si nota la sua trasformazione in un vero e proprio showman drammatico. Il ritorno a casa di Amy, che dimostra di essere finta quanto lui, segna il ricongiungimento di due anime gemelle. Le telecamere si fanno testimoni di un’ennesima bugia, la fine di un’epopea dolorosa per due personaggi che hanno agito mossi da due sentimenti diversi che non hanno nulla a che fare con il dolore, per Amy la rabbia di un tradimento e per Nick la paura di finire in carcere. I due sono perfettamente calati all’interno di un quartiere residenziale che sembra immacolato, una società in cui l’autorappresentazione più opportuna serve agli altri e per gli altri. Basta sorpassare la soglia della porta di casa perché tutto cambi, entrambi tolgono la maschera che hanno indossato fino ad all’ora, quella del ruolo più conveniente da recitare e da propinare a una massa che vuole niente di più di ciò che loro hanno deciso di dare.

Con Gone Girl Fincher sembra riaffermare il percorso estetico iniziato con The Social Network (2010), quello per cui un individuo plasma se stesso in relazione all’altro che lo guarderà. Inoltre, non si può prescindere dal notare come il film sia una riflessione metacinematografica sulla veridicità dell’immagine e sul suo potere discorsivo. Ciò che i media propongono è una verità, non è LA verità.

Nick ed Amy non sono altro che figli del loro tempo e Gone girl è una metafora simbolica, forse iperbolica, sulla crisi di una coppia che scende a patti con le promesse fatte nel giorno in cui i due componenti hanno detto “sì”.

 

Annagiulia Scaini

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