Feminist, a person who believe in social, economic, politic equality of sexes. Cambiamo questo mondo maschilista

Le nomination agli Oscar mi hanno lasciato perplessa. 87 anni di non progressi. Sono rimasta perplessa dal fatto che Ava Duvernay non sia stata nominata come miglior regista. Chi segue la mia rubrica avrà notato una mia propensione a scrivere articoli sul race problem, ma ora mettiamo da parte la race question, voglio fare un discorso o meglio voglio soffermare l’attenzione sul fatto che a parte le attrici, l’unica regista donna, a vincere il premio in 87 anni sia stata Kathrine Bigelow nel 2010. Giustamente a seguire c’è stata una carrellata di articoli su quanto gli Oscar di quest’anno fossero maschilisti:

“Let’s just call it what it is: a white capitalist patriarchy.

The Oscar statuette is a gilded white man holding a sword – basically, a phallus holding a phallus. He gets an extra special polish this year because every nominated best director, screenwriter, screenplay adaptor and original score composer is a white man. All the nominated best actors and best supporting actors are white men. All but one of the best picture nominations are about how hard it is being an entitled, genius white man. All the nominated best foreign language film directors are men. All but one of the documentary directors – Laura Poitras for Citizenfour – is a man. In the best picture category, seven films are directed by white men and the eighth, Selma, is directed by a black woman Ava DuVernay, who was snubbed for best director.”(–> http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jan/15/oscars-white-men-hollywood-women).

La più alta onorificenza cinematografica, quest’anno ha fatto dei grandi passi indietro; l’anno passato ci avevano illuso con tutte quelle nominations black e anche la vittoria come migliore attrice di Lupita N’yongo (sullo scenario storico politico contemporaneo italiano, cosa dire dell’elezione del Presidente dello Stato, Mattarella, dopo la nomina di Emma Bonino, che sarebbe stato un grande segno nonostante alla Camera ci sia una Presidente donna, la Boldrini e momentaneamente come sostituta di Grasso, Valeria Fedeli).

Intorno al 1970 si è iniziata a focalizzare l’attenzione sulla relazione delle donne con il prodotto filmico da spettatrici ma anche come veicolo dell’attenzione dello spettatore. Note le teorie di Laura Mulvey, così come quelli si Metz (Cinema e Psicoanalisi).

Il punto di vista della Mulvey mi ha sempre lasciato perplessa: in Piacere visivo e cinema narrativo sosteneva che il piacere del guardare è stato scisso in attivo/maschile e passivo/femminile: la donna è l’oggetto passivo dello sguardo dell’uomo e ha la mera funzione di sostenere il desiderio maschile. Questa fu una teoria cinematografica molto gettonata, ma che ovviamente riprendeva dalla realtà sociale dell’epoca. Fin dall’antichità la donna ha un ruolo basso, sottostante all’uomo, per esempio durante la schiavitù nonostante lo scempio che fu, anche qui ci fu questa gerarchia in cui gli uomini potevano fare determinati lavori mentre le donne schiave erano puramente oggetto e soprattutto tra la donna bianca padrona della casa e la schiava non c’era nessuna differenza se non di tipo apparente (ottimo  lo studio fatto in “women, race, class” di Angela Davis).

Oggi nel cinema vediamo sempre più donne attrici protagoniste, da Kerry Washington in Scandal, vedi il cast di Orange is the new black, e l’attrice di Gone Girl, Rosamund Pike, che ha un ruolo più che principale e più che da protagonista (anche se è l’antagonista secondo gli stilemi classici drammaturgici); così come anche nella produzione le donne iniziano a ricoprire  ruoli normalmente riservati agli uomini: si pensi all’autrice Shonda Rhimes, donna nota in primis per Grey’s Anatomy, successivamente Scandal e ora per How to get away with murder, di cui si vocifera un’altra serie proposta da Fox pronta per il 2016.

Allora mi chiedo io: possibile che gli Oscar siano così maschilisti e così poco al passo con i tempi?

A monte c’è un problema sociale in cui le donne sono viste e concepite sempre alla stessa maniera: “sottomesse” all’uomo, che si devono prendere cura della casa, della famiglia, dell’educazione dei figli. Qualche settimana fa Adinolfi fece delle affermazioni poco carine sulla situazione della donna, o meglio sulla sua concezione della donna: “La moglie dev’essere sottomessa”. Ma la cosa più grave è stata la risposta della moglie “Io, sottomessa per amore. Mio marito non è sessista”.

Chimamanda Ngozi Adichie, una scrittrice nigeriana, nel dicembre 2012, durante un intervento intitolato “Dovremmo essere tutti femministe”, ha ovviamente affermato di essere una femminista, portando esempi della sua cultura nigeriana, e del ruolo della donna in quella cultura, ma anche di come i tempi siano cambiati, e che nonostante ciò le donne vengano cresciute ancora in maniera diversa rispetto agli uomini:

“[…]And then we do a much greater disservice to girls, because we raise them to cater to the fragile egos of males. We teach girls to shrink themselves, to make themselves smaller. We say to girls: You can have ambition, but not too much. You should aim to be successful but not too successful, otherwise you will threaten the man. If you are the breadwinner in your relationship with a man, pretend that you are not, especially in public, otherwise you will emasculate him.”

In chiusura ha dato la sua definizione di femminista e quindi che cosa vuol dire essere femminista per lei:

“Feminist- a person who believes in the social, political, and economic equality of the sexes.”

Nonostante il cinema non metta più in scena il prototipo di Mulvey, ossia una donna veicolo dello sguardo voyeristico dell’uomo e del piacere dell’uomo (penso a film come The Help, Gone Girl….), il paradigma è rimasto tale e quale nella società e così nelle arti.

 

Marie Angela Tuala Paku

© Riproduzione Riservata

Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.