CINEMA E MODA

La moda divistica degli anni 50.

 

Quella che c’è tra cinema e moda è un’alleanza consolidata negli anni ed è talmente viscerale che con il tempo non ha potuto fare a meno di fortificarsi. Tra le due forme d’arte, infatti, si sono create collaborazioni che hanno dato vita a icone intramontabili e a film che hanno ospitato quegli abiti diventati simboli di un certo gusto sofisticato, diventando parte integrante e fondamentale della memoria culturale mondiale.

Anche se oggi questa collaborazione è evidente e fondamentale, la moda ha iniziato ad avere i giusti riconoscimenti in ambito cinematografico in ritardo rispetto alla nascita del cinema. Gli anni Trenta hanno visto il sorgere dell’affermazione di grandi costumisti nello star- system hollywoodiano che per la prima volta hanno iniziato a curare lo stile delle dive; ma solo nel 1948 però, il loro lavoro riceve un riconoscimento ufficiale con l’istituzione del premio Oscar per i costumi. Prima di questi anni infatti, erano gli attori che personalmente si occupavano del guardaroba di scena e solo in alcune eccezioni ci si rivolgeva alle sartorie teatrali.

Tra i periodi più interessanti ci sono gli anni Cinquanta, questi hanno dato vita ai modelli di stile divistico ampiamente idealizzati dallo spettatore, ma che erano in qualche modo più vicini e accessibili al pubblico rispetto agli anni precedenti: “figure fatate che si distaccano visibilmente dal comune e con le quali tuttavia il pubblico può identificarsi” diceva Lipovetsky nel 1987. Uno dei modelli stilistici più in voga all’epoca fu quello creato per Marilyn Monroe che risulta essere infatti il più imitato dalle ragazze. I suoi ruoli  si avvicinavano a quel prototipo di ragazza della porta accanto che facilmente poteva costituire fonte di ispirazione; portatrice di una bellezza e erotismo “naturali” interpreta proprio il ruolo della ragazza comune in Quando la moglie è in vacanza (1955) e diventa un’icona  grazie al vestito bianco, ideato dal costumista W. Travilla, che viene sollevato da un colpo di vento sopra le grate poste per strada. I contraltari maschili della Monroe furono Marlon Brando e James Dean che diffusero  l’abbigliamento informale con jeans, giubbotto e t-shirt in film quali Il selvaggio  o Gioventù bruciata. In questo clima i divi diventano più raggiungibili e il loro stile facilmente imitabile dal pubblico; svestono infatti i panni degli inarrivabili e fanno dello straordinario un ordinario popolare, invertendo i ruoli: per la prima volta i costumisti avvicinano infatti i divi al pubblico creando modelli partendo dalla moda quotidiana.

Una delle costumiste più richieste fu la Rose che per tanti anni lavorò per la Metro Goldwyn Mayer e creò lo stile della Taylor in diverse occasioni. L’abito che la consacra però fu quello creato per la stessa attrice per il film La gatta sul tetto che scotta (1958), quello bianco con il corpetto drappeggiato, di cui venne addirittura realizzata una copia in vendita nei grandi magazzini, raggiungendo il record di incassi per la vendita. Chi invece si affermò come modello quasi irraggiungibile di stile fu Grace Kelly musa di Hitchock. Si occupò del suo stile in La finestra sul cortile (1954) Edith Head, una delle costumiste più richieste ad Hollywood, che creò per la diva, disegnandoli personalmente, una linea di abiti eleganti, come il famosissimo vestito indossato al ritorno da Parigi (per questo chiamato Paris Dress) con la scollatura a V, corpetto nero a ampia gonna bianca stile ballerina in chiffon e tulle.

Questi furono gli anni della ribalta di un altro tipo di stile, quello più semplice ma altamente sofisticato, alla Chanel, esile e basico costruito per Audrey Hepburn. L’attrice che era diventata famosa nel 1953 con Vacanze romane, l’anno successivo interpreta Sabrina nel film omonimo di Wilder. Il film ha una rilevanza particolare all’interno del discorso collaborativo tra cinema e moda, in quanto fu il primo film ad avvalersi della collaborazione di uno stilista (non più di costumisti appositi). Questa collaborazione è così sentita che diviene anche nel film uno dei temi narrativi: Sabrina da modesta figlia di un autista diviene una perfetta lady sofisticata, indossando gli abiti di Gyvenchy. Questa proficua collaborazione ecclissa completamente il lavoro svolto su pantaloni stretti  e maglie con scollo a barca creati da uno dei più grandi costumisti di quegli anni, E. Head, tanto che dopo questo film l’attrice e la casa di moda stipuleranno un sodalizio di grandissimo successo (primo in questo campo). Tra i più famosi in assoluto c’è il tubino nero indossato dall’attrice in Colazione da Tiffany (1961) coronato dagli intramontabili occhiali da sole super coprenti.

In territorio europeo invece c’è la Bardot che contrasta il glamur americano con la coda di cavallo, ballerine e reggiseno a balconcino a quadrettato. In Italia, a Cinecittà, spopola la moda delle maggiorate venute fuori dai concorsi di bellezza, coma la Mangano, la Loren o Gina Lollobrigida. Rispetto alle dive americane, le italiane vestivano uno stile popolano, semplice, fatto di abiti miseri che crearono il volto del Neorealismo dando vita a una strabiliante collaborazione tra stile da strada e grandi firme come Gattinoni e le sorelle Fontana.

Come detto in precedenza  sul set di Sabrina avviene la prima collaborazione tra cinema e uno stilista. Questa formula, dimostratasi molto più che vincente, continuerà a prendere sempre maggior piede, diventando quasi un’esigenza fondamentale anche nel cinema dei giorni nostri. Prima del film consacratore, però, questo genere di collaborazioni si rivelarono un fallimento a causa della difficoltà che gli stilisti avevano nell’adattarsi ai ritmi di lavoro cinematografici; come accadde per Chanel ad esempio o la Schiapparelli negli anni Trenta. Prima di Givenchy solo il mostro sacro Dior riuscì a lavorare in questo ambito con un certo successo (anche se non paragonabile a quello del collega francese). Di Dior infatti erano gli abiti del film di Hitchcock del 1950 Paura in palcoscenico. La figura dello stilista quindi acquista sempre maggior rilevanza e ne trae anche un forte vantaggio pubblicitario (per chi crea gli abiti) e le produzioni hanno la possibilità di risparmiare sui costi dei costumi. È qui quindi, nel cinema divistico degli anni Cinquanta che si gettano le basi di una delle collaborazioni più prolifere ed entusiasmanti del mondo cinematografico, aprendo le porte della favola filmica ai grandi nomi della moda, da Armani (che è indubbiamente colui che ha avuto il più grande successo in questo campo), a Fendi, Gucci, Prada e tanti altri.

 

Elisabetta Matarazzo © Riproduzione Riservata

 

 

Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.