The Americans e il nuovo modo di vedere lo spionaggio in tv.

Le drama series sono tra i generi più proficui nel mercato televisivo hollywoodiano e la loro esportazione worldwide è fondamentale nell’ottica di profitto che il sistema impone. All’interno del genere troviamo serie di successo della durata di 45 minuti circa (un’ora con gli inserti pubblicitari) che si suddividono in medical drama, romantic series, horror and sci-fi series e così via, riprendendo il sistema dei generi del cinema ben studiato da Rick Altman (vedi per approfondimento Film/genere di cui si possono leggere degli estratti su google books). Tra i drama vediamo come il genere di spionaggio abbia avuto un totale cambio di rotta nella produzione di nuove serie post 11 settembre. Certo è che prima dell’evento che ha rivoluzionato il mondo così come lo conoscevamo vi era un diverso approccio alla serialità in America. Se ripercorriamo solo gli anni ’90 a grandi linee direi che possiamo ricordare il caso particolare di Twin Peaks  ideata da David Lynch, serie particolarissima in due stagioni (30 episodi di 47 minuti eccetto il pilota e il primo episodio della seconda serie) dove thriller, drammatico, fantastico e soprannaturale si fondono in un una storia dove il tocco del regista è centrale e divenne un oggetto di culto, considerata ancora oggi come la serie televisiva che ha dato spessore al mercato di riferimento. Pensiamo poi a X-File che mischia i generi in uno sci-fi horror thriller (prodotta dal 1993 al 2002 per ben 9 stagioni e 202 episodi) dove al centro vi sono due personaggi dell’FBI addentrandoci nel discorso governativo degli Stati Uniti. Nello stesso anno (1993) viene lanciata anche N.Y.P.D. Blue che si svolge intorno agli agenti di polizia del 15° distretto di NY, nel 1994 invece viene mandata in onda la prima serie di JAG – avvocati in divisa il cui titolo dice tutto, l’anno dopo ancora esce Profiler con al centro una psicologa criminale della omicidi che per certi versi fa un po’ da eco al film del 1991 The Silence of the Lambs tratto dal romanzo di Harris, diretto da Demme con Jodie Foster e Anthony Hopkins. Il 1997 è l’anno della svolta: i vicini di casa degli americani, i canadesi, producono La Femme Nikita, serie tratta dal film di Luc Besson, Nikita, del 1990. La serie ebbe un successo clamoroso ed era una coproduzione Fireworks Entertainment e Warner Bros la cui protagonista (Peta Wilson nei panni di Nikita) viene reclutata dalla Sezione Uno, una organizzazione antiterroristica segreta. La Femme Nikita viene trasmessa in Canada fino al 4 marzo 2001 rimanendo il drama serie più quotato nella televisione via cavo americana almeno per le prime due stagioni, ma, sebbene i broadcaster non credessero più nel prodotto, la quinta stagione della serie ebbe ottime recensioni su Variety e rimane ancora oggi nei cuori dei fan. Sicuramente Nikita ha comunque permesso lo sviluppo di un genere che da una parte prende piede da tutto quel filone “polizziottesco” che abbiamo visto proliferare all’inizio degli anni ’90 e che si concretizza in quelli che chiamerei gli spy-action drama. Una serie in particolare ha avuto grande successo trovandosi ad essere lanciata a pochi giorni dall’attentato alle torri gemelle: Alias. La prima puntata della serie ideata da J.J. Abrams, già ideatore di Felicity con una giovanissima Keri Russell, è andata in onda il 30 settembre 2001 su ABC e presenta una Sydney Bristow (Jennifer Garner) che viene assunta da un gruppo che si spaccia per la CIA, l’SD6, ma che in realtà scopriamo già del pilota essere appunto parte della più grande organizzazione terroristica. Sydney andrà quindi dalla vera CIA e inizierà a collaborare con questi per distruggere l’SD6 facendo il doppio-gioco. La serie ha avuto un notevole successo, tanto da portare alla realizzazione di 5 stagioni e da aprire il passo a molte altre serie di successo che vedono al centro gli agenti delle organizzazioni segrete americane. Negli ultimi anni il genere ha avuto un notevole successo a mio avviso tanto che attualmente mi trovavo a riflettere su quali serie io avessi visto appartenenti più o meno allo spy-action drama. Rapidamente ho ricordato come recentemente sia stata prodotta l’ennesima stagione di 24 che era nata proprio nel 2001 (il prime time fu il 6 novembre sul canale FOX) fino al 2010 di cui è stata appunto proposta una miniserie che doveva funzionare da sequel all’inizio del 2014, poi mi è venuto in mente che recentemente ho visto Covert Affairs che riprende in un certo modo gli stilemi di Alias (protagonista femminile, amico-responsabile tecnico un po’ buffo) con Piper Perabo nei panni della bella Annie Walker che è andata in onda in USA dal 2010 al 2014, oppure a Chuck che sviluppa un nuovo genere che fonde lo spy con il comedy (trasmessa dalla NBC la serie è andata in onda dal 2007 al 2012 riscontrando un discreto successo e vincendo 2 Emmy Awards). In modo interessante in questi ultimi anni è stata proposta al pubblico una nuova serie che inverte gli stilemi che si erano consolidati con tutte le serie precedenti: The Americans. La serie di Joe Weisberg, prodotta da Amblin Entertainment, Fox Television Studios, FX Production e trasmessa in USA da FX dal 2013 e in Italia da FOX, vede al centro della narrazione una coppia di russi del KGB che sono stati impiantati in America per essere agenti segreti sotto copertura. Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth (Keri Russell) sono una giovane coppia che deve districarsi tra le quasi impossibili richieste del direttorato russo e un matrimonio fittizio, l’amore per la patria, quella russa, ma anche in parte quella americana. Philip è infatti più legato di Elizabeth alla patria che lo ha gentilmente ospitato, dove riesce a muoversi con disinvoltura, avendo realmente accolto l’american way of life. La serie ovviamente si svolge durante la guerra fredda e mostra in altro modo qualcosa che già molti teorici hanno studiato per il cinema in un caso come L’invasione degli ultracorpi, la paura del comunismo che qui sembrerebbe essere ormai scongiurata avendo adottato il punto di vista opposto. Elizabeth, che rimane sempre ben legata alla missione affidatagli quindici anni prima di impiantare la propria famiglia in America, continua a combattere imperterrita il capitalismo sebbene i suoi figli siano figli del capitalismo stesso, lo stesso che ella fortemente e in modo deciso cerca di contrastare. La serie sembra inserirsi in un contesto dove l’America cerca per certi versi di fare “ammenda dei propri peccati” attraverso una sorta di confessione di colpevolezza che ora dilaga non solo nel cinema (in un certo senso Good Kill di Niccol presentato a Venezia71), ma anche nella televisione. Di per sé la serie ha raggiunto ottimi risultati sia nel contenuto e nella costruzione della suspense, sia a livello di audience (il lancio della serie ha superato quello di un’altra serie di FX di grande successo: American Horror Story), sia dal punto di vista critico. In generale da Variety al Wall Street Journal possiamo riscontrare solo critiche positive, come quella di un grande autore come Stephen King che ha giudicato questa la serie dell’anno (2014). A mio avviso questa è una delle serie più audaci che possiamo vedere attualmente sul piccolo schermo, ancor più di serie come American Horror Story che avevano destato un certo interesse da parte nostra (parlo a nome della redazione in questo caso), oppure di Once Upon A Time che sebbene resti un esperimento interessante per la rielaborazione delle storie e dell’aggiornamento della loro library stessa di storie inserite nell’universo di Storybrooke resta quasi ferma in se stessa senza evolversi. Mi aspetto grandi cose invece dalla terza serie di The Americans che sarà trasmessa il 28 gennaio 2015 su FX. Pronti a catapultarvi di nuovo nel 1982?

 

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.